I DIARI DI DIEGO DE HENRIQUEZ

I DIARI DI DIEGO DE HENRIQUEZ

sfogliati da Vincenzo Cerceo

NOTA STORICO-BIOGRAFICA INTRODUTTIVA DI CLAUDIA CERNIGOI

PROLOGO.
Il professor Diego de Henriquez è uno dei personaggi più interessanti e misteriosi della Trieste del dopoguerra. De Henriquez, che era nato a Trieste il 20 febbraio del 1909, aveva passato la propria esistenza a raccogliere armi ed attrezzature militari di ogni tipo (dalle divise ai carri armati) per creare un museo che, proprio esponendo apparecchiature di guerra, fosse invece un monito per la pace. Lo studioso volle dare a questo museo la seguente dicitura, che bene ci introduce nella conoscenza del “personaggio” de Henriquez:
“Centro internazionale abolizione guerre e per la fratellanza universale e per l’abolizione del male e della morte dal passato e dal futuro, a mezzo dell’invenzione del tempo quale conseguenza dello svincolamento dallo spazio-tempo”.
Per questo museo fu istituito un consorzio, in forma di Ente di diritto pubblico in forza di un decreto prefettizio, già nel 1969. La durata di questo consorzio era fissata fino al 1984, e negli anni Settanta, il valore della raccolta era stimato in oltre 30 miliardi di lire.
Diego de Henriquez, nella sua lunga vita di collezionista iniziata ancora prima del secondo conflitto mondiale, raccolse anche un’infinità di documenti di argomento storico e trascrisse, in una miriade di quadernetti, le testimonianze che raccoglieva dalle persone con le quali parlava ed anche le scritte murali che lo colpivano, comprese quelle che trovava nei gabinetti pubblici. Questi quadernetti di appunti sono noti come i suoi “diari”: ed in essi ricopiò anche le scritte sui muri della Risiera di San Sabba (scritte che furono cancellate quasi subito dal GMA), che riportavano (così si dice) anche nomi di collaborazionisti triestini. Una parte dello smisurato archivio di de Henriquez bruciò assieme allo studioso nel magazzino di via San Maurizio 13, dove abitava assieme a buona parte della sua collezione, il 2/5/74, in un incendio che fu quasi sicuramente doloso.
Ma le indagini sulla strana morte di un uomo così speciale non furono molto accurate: come vedremo più avanti, ad esempio, l’autopsia fu effettuata appena sette mesi dopo la morte, che fu comunque archiviata come “accidentale”. Nel 1988 un capitano dei carabinieri che indagava su un’altra morte sospetta, riaprì le indagini sulla morte di de Henriquez e scoprì che l’incendio era stato doloso. Fu poco dopo trasferito in un’altra città. Il figlio di de Henriquez, Alfonso, sostenne che molto probabilmente il padre aveva scoperto dei ladri che cercavano di mettere le mani sul suo archivio, e che fu ucciso per impedirgli di parlare.
Alcuni “diari” si salvarono dal rogo in cui morì il loro estensore, ed il giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, ne utilizzò 354 nell’inchiesta su Argo 16 (l’aereo militare precipitato nel 1974 in circostanze sospette, proc. pen. n. 318/87 A.G.I.). Chiusa l’istruttoria, i “diari” furono restituiti al figlio del “professore” (oggi anch’egli deceduto), che ne fece dono ai Civici musei di Trieste. Questi “diari” sono oggi parzialmente consultabili (è consentita la visione soltanto di quelli risalenti a più di 50 anni fa ed alcune parti, ritenute “sensibili” dai curatori, non sono visionabili; inoltre non è possibile acquisirne copia fotostatica), ed è dalla lettura di essi che si delinea una storia di Trieste “non ufficiale”, quella che è stata vissuta da de Henriquez o che gli è stata raccontata dalle persone con cui ha parlato nel corso della sua vita.
Vincenzo Cerceo, che ha preso visione di alcuni di questi diari, ne ha ricopiato delle parti ed estratto degli appunti, che volentieri pubblichiamo, sia per contribuire a ricostruire le vicende di questa città, sia come una sorta di omaggio alla memoria di un uomo misterioso ed affascinante, che meriterebbe secondo noi di essere ricordato e rivalutato, e sul quale invece pare essere sceso un oblio anche da parte delle istituzioni. Infatti non è mai stata intitolata una strada di Trieste a de Henriquez, né il suo nome viene fatto nel corso delle proposte per le nuove intitolazioni.
Tornando ai “diari”, è lo stesso Cerceo a spiegare che ovviamente le dichiarazioni di de Henriquez non vanno sempre prese come verità assolute, dato che, fatte salve le descrizioni di ciò che egli ha visto e vissuto in prima persona, buona parte dei “diari” è costituita di annotazioni su dichiarazioni di terzi, che possono essere o non essere veritiere e credibili. Ma rappresentano pur sempre degli spunti di studio e ricerca per chi si interessa della storia delle nostre terre, ed è da evidenziare che di essi è stata data finora pubblicazione solo di pochissime pagine, inoltre, nessuno storico professionista ha finora deciso di studiarli in modo sistematico. Noi dal canto nostro ne diamo invece parziale pubblicazione, ritenendoli appunto degni di interesse, rimandandovi però alla seconda parte di questo dossier, perché nella prima parte vedremo invece di conoscere meglio la storia di Diego de Henriquez.

“LA MORTE GETTA LUNGHE OMBRE”.
Lo scrittore tedesco, triestino d’adozione, Veit Heinichen (autore di molti libri “gialli” ambientati a Trieste, alcuni dei quali tradotti anche in italiano) ha presentato, nel 2005, un lungometraggio nel quale racconta in prima persona le ricerche da lui condotte per la stesura del suo romanzo “Der Tod wirft lange Schatten” (cioè “la morte getta lunghe ombre”), ispirato anche in parte al mistero della morte di de Henriquez. Il filmato, una sorta di “fiction-documentario”, è avvincente e girato bene (forse un po’ gigionesco Heinichen che si fa riprendere mentre gira in Vespa e salta muretti), e racconta una vicenda affascinante ed inquietante assieme, che, va detto subito, nessun altro ricercatore ha mai cercato di indagare a fondo, però ha il grosso difetto di non approfondire molti dei fatti che narra, come vedremo nel corso del racconto.
Il documentario si apre descrivendo l’interesse di Heinichen per la figura del professor Diego de Henriquez, interesse sorto in occasione della commemorazione tenutasi in occasione del trentennale della morte dello studioso (maggio 2004). Dopo la cerimonia, Heinichen contatta alcune persone che avevano conosciuto de Henriquez e le intervista: innanzitutto il figlio Alfonso (ma qui dobbiamo notare che Alfonso de Henriquez è deceduto nel marzo del 2004, di conseguenza possiamo ritenere che l’interesse di Heinichen per de Henriquez sia sorto già prima della cerimonia del ventennale); poi altre persone che avevano lavorato con lo studioso nella catalogazione del materiale che raccoglieva, o che semplicemente l’avevano frequentato (de Henriquez, persona curiosissima e molto accurata nelle sue ricerche, aveva intrattenuto, nel corso della sua tutto sommato lunga vita, rapporti con moltissime persone, autorità, militari, studiosi, ed anche gente della strada; e ricordiamo che parlava praticamente tutte le lingue europee, compreso sloveno e croato); infine i curatori dei Civici Musei che si occupano del costruendo museo “di guerra per la pace” che porta il nome di de Henriquez, e che tengono in custodia anche i famosi “diari” di cui parleremo più avanti.
Nel corso del documentario sono inserite anche alcune interviste di repertorio fatte allo stesso de Henriquez, nelle quali lo studioso, che abbiamo visto spesso descritto come un eccentrico, fanatico e maniaco collezionista, ci appare invece come un garbato gentiluomo d’altri tempi, di una certa età (era sulla settantina all’epoca delle riprese), visibilmente soddisfatto di potere mostrare i propri “cimeli” e di spiegare i motivi che lo hanno portato a collezionarli. In una di queste interviste, il professore spiega che il motivo della raccolta di tutte queste macchine di guerra è di dimostrare quante risorse ed energie vengano sprecate dagli Stati nella ricerca di sempre più sofisticati e costosi apparecchi destinati a distruggere invece di tendere allo sviluppo delle conoscenze per un progresso di pace, per far vivere meglio l’umanità.
Nella rivista triestina “La Bora” (n. 8 del 1979) è stato pubblicato uno scritto di de Henriquez, con il titolo “Il monito della Risiera di San Sabba”, nel quale leggiamo, tra le altre, queste frasi, che bene sintetizzano il pensiero del “professore”:
“Ogni giorno continuano in tutto il mondo massacri, uccisioni, persecuzioni (…) che sembrano testimoniare una specie di maledizione demoniaca che non accenna purtroppo per niente a terminare (…) conoscendo l’origine ed il manifestarsi di questo genere di colpe si può anche cercare di insegnare all’Umanità il modo di evitarle. Abbiamo il diritto di farlo”.

Torniamo al film di Heinichen. Lo scrittore si reca nell’archivio della Procura della Repubblica, dove, visionando l’incartamento delle indagini relative al caso de Henriquez, scopre innanzitutto che le indagini erano state dichiarate chiuse da relativamente poco tempo, rispetto a quando lui vi si è recato (cioè nel 2004, supponiamo: ma su questa ultima inchiesta ritorneremo più avanti); in uno di questo fascicoli trova la lettera (firmata, ma della quale non è mai stata resa nota l’identità del mittente) che ipotizzava un collegamento tra la morte di de Henriquez ed un’altra morte misteriosa, quella del docente di tradizioni popolari Gaetano Perusini, ucciso da ignoti nella propria casa triestina il 14 giugno 1977, delitto che fu archiviato come tragico finale di un “gioco” sessuale al quale si sarebbe prestato l’insegnante, notoriamente gay (anche se quella volta si diceva in modo meno politically correct “omossessuale”). Nel corso del filmato Heinichen ci fa anche sapere di non essere riuscito a visionare il fascicolo relativo all’indagine Perusini, perché introvabile nell’archivio della Procura.
Sulla vicenda Perusini torneremo dopo, ora interrompiamo la visione del filmato per chiarire una delle cose che non appaiono chiaramente in esso, cioè che furono tre le inchieste aperte ed archiviate per la morte del professor de Henriquez: due furono condotte nell’immediatezza del fatto, la terza invece più di dieci anni dopo.

TRE INCHIESTE ARENATE.
Diego de Henriquez fu trovato morto il 2 maggio 1974 nel suo magazzino di via San Maurizio 13, in pieno centro a Trieste, ucciso da un incendio sviluppatosi nei locali che occupava. Un particolare macabro che colpì l’opinione pubblica, era che lo studioso dormiva in una bara: qualcuno sostenne che era il suo modo per dichiarare di essere sempre pronto a morire; altri dissero, più prosaicamente, che la bara, essendo imbottita, era il posto più caldo dove dormire in quel magazzino umido e privo di riscaldamento. Ricordiamo che de Henriquez aveva dato fondo a tutte le sue finanze per portare a termine il suo progetto di raccolta di materiali, e viveva praticamente in miseria nel magazzino attorniato dai suoi “tesori”. Scrive la “Bora” che viveva in “condizioni quasi di mendicante (…) ordinando nelle bettole piatti di 6 o 9 fagioli (dando valori cabalistici anche al numero – ridottissimo – delle porzioni di cibo) o facendosi garantire dal generale Oliva nei negozi di commestibili (…) In questo quadro di logoramento e di degradazione si aggiunge il vizio del bere e l’accentuazione di patologie ed ossessioni sessuali di diversità. Per quasi tutta la sua vita Henriquez era stato rigidamente astemio: trascinato (da chi o da che cosa?) all’alcoolismo diventa anche violento (…)”.
Nella stessa rivista troviamo anche un articolo di Tito Manlio Altomare, che sul “mistero della morte” si rifà ai precedenti articoli da lui scritti e pubblicati sul “Meridiano di Trieste” nell’immediatezza della morte di de Henriquez, concludendo con queste osservazioni che fanno riflettere: “tanti motivi per un delitto, per un omicidio reso perfetto anche da un disguido nelle indagini”.
Vediamo quindi le vecchie raccolte del settimanale “Il Meridiano di Trieste”, che, anche prima della tragica morte del “professore”, aveva dato spazio alla sua figura ed al suo lavoro.
Cominciamo con un articolo nel numero 19 del 1974, nel quale, a pochi giorni dalla morte del professore, venivano espressi alcuni dubbi su quanto era successo. Il giornalista si chiede, infatti, “come mai il collezionista, così agile nei movimenti, non sia fuggito appena le carte hanno cominciato a bruciare; (…) perché non abbia utilizzato un estintore che aveva a portata di mano; (…) come non siano state trovate le chiavi – unici esemplari – che servivano ad aprire il portone di via San Maurizio”.
Una ricostruzione successiva spiega che de Henriquez era stato visto rientrare da solo nel magazzino verso le 22.30; l’incendio era stato denunciato alle 22.49 da due vicine di case che avevano sentito crepitio di fiamme e rumore di vetri infranti, ed i pompieri erano arrivati sul posto alle 23.14 . Stando a questi tempi, quindi, la tragedia si era consumata in brevissimo tempo.
Un particolare definito “sconcertante” da Guido Botteri nel citato articolo della “Bora” riguarda le capacità paranormali di de Henriquez: il suo collaboratore più stretto, Aldo Bobek, che lo aveva coadiuvato nel riordino e nella custodia del materiale, sostenne di avere avuto un contatto telepatico con lo studioso la notte dell’“incidente”:
“La notte in cui morì mi chiamò telepaticamente nel sonno e mi chiese di correre ad aiutarlo. Da casa mia mi sono precipitato in via San Maurizio, ma ormai era troppo tardi. Non c’era più nulla da fare” .
Nel corso della prima indagine il procuratore di turno, dottor Claudio Coassin, archiviò l’incendio e la morte come accidentali e non richiese neppure l’autopsia, che verrà effettuata appena sette mesi dopo, dopo che una campagna stampa aveva sollevato dei sospetti sulla morte dello studioso. Ricostruiamo la vicenda dagli articoli del “Meridiano”.
L’inchiesta per la morte del “professore” era stata ad un certo punto avocata dal Procuratore capo della Repubblica Mario Santonastaso, che, secondo il “Meridiano” n. 47 del 1974 , aveva ritenuto l’incendio e la tragica fine di de Henriquez “fatti accidentali”: di conseguenza l’autopsia “era stata ritenuta superflua” e l’inchiesta era stata chiusa.
Riportiamo qui quanto il giornalista Pietro Spirito ha citato da una perizia tecnica contenuta negli atti archiviati con il numero 7026/75: “la più valida delle ipotesi come causa dell’incendio debba ritenersi quella del cortocircuito sulla spina del fornelletto elettrico” che si trovava presso la “bara-letto” dello studioso .
Nell’articolo del “Meridiano” n. 47 del 74 viene anche prospettata la possibilità che la figlia di de Henriquez, Adelina, avesse intenzione di presentare un esposto chiedendo la riesumazione della salma e l’effettuazione dell’autopsia. Negli ultimi tempi, prosegue l’articolo, de Henriquez aveva mostrato di essere preoccupato: temeva di essere derubato e di “subire incidenti”. Pare che fosse uso dire “vivrò molto a lungo se non subirò incidenti”. Per questo motivo negli ultimi due mesi aveva diradato le visite ai familiari ad Udine e non si allontanava volentieri dal magazzino. L’articolo parla di alcuni furti dal magazzino e di tre aggressioni nei confronti dello studioso, l’ultima delle quali abbastanza seria (“una profonda ferita alla testa”). Inoltre vengono citati tre inquietanti episodi: innanzitutto una lettera anonima che chiamava in causa come autore dell’incendio un pregiudicato, che fu indagato ma risultò poi estraneo. Altro fatto: la scomparsa, dopo l’incendio, dalla cassaforte del magazzino di alcuni cimeli e di vari documenti, tra i quali il quaderno sul quale de Henriquez aveva ricopiato le scritte fatte dai prigionieri rinchiusi nella Risiera, un documento che aveva destato l’interesse del giudice Serbo che stava indagando all’epoca sui crimini della Risiera e che era stato parzialmente pubblicato dal “Meridiano” proprio due settimane prima della morte di de Henriquez .
Questo articolo però non specifica se la cassaforte era stata trovata scassinata o aperta a causa dell’incendio, o se era stata rinvenuta intatta, ma semplicemente priva del materiale indicato.
Il terzo “episodio” è la scoperta di un foro di pistola in un quadro del pittore settecentesco veneziano Antonio Zucchi, quadro che era stato affidato all’avvocato Nino Fazzini-Giorgi per la stima: dopo un sopralluogo, l’avvocato aveva rilevato nel muro, nel punto dove il quadro era stato appeso, la traccia di un proiettile che aveva colpito di rimbalzo il dipinto; di questo fatto aveva notiziato gli inquirenti. Su questo particolare il successivo numero del “Meridiano” (48/74) specificherà che i proiettili sarebbero esplosi per il calore dell’incendio, però a parte una pistola che de Henriquez teneva presso di sé (cosa strana, leggiamo, “per chi conosceva il professionista”, quindi probabilmente indice del fatto che egli temeva per la propria vita), armi e munizioni erano conservate in una cassaforte che non era stata intaccata dall’incendio. Se si tratti o no della stessa cassaforte di cui abbiamo letto sopra, però, non è chiaro.
In un successivo numero del “Meridiano” (51/74) leggiamo che una nuova inchiesta sulla morte di de Henriquez era stata affidata “da un mese” (quindi da novembre 1974) al magistrato Gianfranco Fermo, che però dichiara al settimanale: “io attualmente mi occupo solo della morte (…) Per me la sparizione del libretto sulla Risiera non interessa”. Nel corso di questa indagine il magistrato ordinò l’autopsia che fu effettuata nel dicembre del 1974. A proposito di questa, il “Meridiano” n. 4/75 scrive che da essa emersero la frattura delle costole e del bacino, e che su quest’ultima “si sta ancora indagando ma è escluso che una lesione di questo tipo possa essere stata causata da una caduta accidentale” (ma a noi non risulta questa incompatibilità).
Prosegue l’articolo: “gli interrogativi più inquietanti” riguardano la scomparsa dei documenti dalla cassaforte. “È sicuramente sparito”, leggiamo, il “libretto della Risiera”, comprendente “tutto l’elenco dei nomi delle vittime passate per quel luogo di tortura”; inoltre “nei cassoni custoditi in via San Maurizio”, il professore possedeva “migliaia di fotografie”, tra cui alcune dei “reparti tedeschi che avevano operato alla Risiera, con annotati dietro, a mo’ di didascalia, i gradi e il nome di ciascun militare e ufficiale ritratto. Alcune di queste foto”, leggiamo ancora, sarebbero entrate nel dossier compreso nell’istruttoria per i crimini della Risiera, e che sarebbe venuto alla luce “dopo la sentenza di rinvio a giudizio del pubblico ministero Brenci e il deposito che il giudice istruttore Sergio Serbo” nel corso del processo che si sarebbe celebrato da lì a pochi mesi. Però, prosegue l’articolo, “altre foto sembrano scomparse, e sarebbero proprio quelle foto che ritraevano anche i reparti italiani che operavano sotto le direttive del comando SS installato alla Risiera: una quarantina di repubblichini e una trentina di guardie di finanza, che avevano preferito la collaborazione con i tedeschi alla deportazione in Germania”.
Ancora il giornalista Altomare scrive di un’intervista resagli nel 1979 dal sostituto procuratore Fermo, nella quale il magistrato gli avrebbe detto che “anche se l’inchiesta è stata archiviata il 7 novembre 1975 in quanto nulla è stato trovato per avvalorare la tesi di una morte violenta e non accidentale, personalmente non sono soddisfatto. Primo: per la pregiudiziale da cui sono dovuto partire (cioè il fatto di dover indagare non su un delitto, ma solo per determinare se la disgrazia era stata accidentale o meno, n.d.r.). Secondo: per una sensazione impalpabile che qualcosa mi sia sfuggito (…) francamente non posso dire che un qualche mistero sulla fine non ci sia”.
Inoltre Fermo “precisa che su due-tre aspetti dell’inchiesta da lui condotta c’è il segreto istruttorio”. Il che dovrebbe significare, crediamo, che l’inchiesta non era conclusa del tutto, ed Altomare conclude dicendo che il mancato effettuamento dell’autopsia all’indomani della disgrazia era un’occasione che non si sarebbe dovuta perdere “per puntare alla verità di un episodio ancora oggi dai contorni non molto precisi. Ed in questo quadro rispuntano i diari sulla Risiera (esattamente quello, numero 56, intitolato dallo stesso studioso Persecuzione), la pistola – una 7,65 – che il collezionista si portava dietro carica, la paura di essere soggetto a qualche incidente (…), i furti subiti con l’inganno, la malizia e forse anche con metodi bruschi, lo strano giro di persone dai pochi scrupoli che lo andavano a trovare per sollecitare la vendita di parte della sua collezione, il mondo degli omosessuali che frequentava” .

La terza inchiesta fu aperta “all’inizio dell’estate del 1988” da un ufficiale dei Carabinieri, il capitano Ferdinando Musella, che stava indagando su illeciti amministrativi commessi nell’ambito della gestione del costruendo museo (in pratica erano spariti alcuni reperti). Ricordiamo che da marzo a settembre 1988 il presidente dell’azienda di soggiorno Alvise Barison aveva organizzato una mostra al Castello San Giusto in previsione dell’apertura del museo con l’esposizione di parte del materiale raccolto.
Fu mentre era in corso questa inchiesta che arrivò la lettera che ipotizzava il collegamento tra la morte di de Henriquez ed il delitto Perusini. Questa possibilità fu però esclusa dal capitano, che fu poi quasi subito promosso e quindi trasferito ad altro servizio. In tal modo anche questa inchiesta si concluse senza alcun risultato, nonostante il capitano Musella nel suo rapporto fosse arrivato alla conclusione che l’incendio non poteva essere stato scatenato da un cortocircuito, ma era dovuto ad un’azione dolosa. Questo in base alle dichiarazioni dell’elettricista Sergio Lanza, all’epoca custode del museo. È interessante rilevare che Lanza (che è deceduto nel 1990) non era stato sentito dagli inquirenti nel corso delle prime due inchieste.

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE INTITOLATA A DE HENRIQUEZ.
Queste le tre inchieste principali. Però va detto che un altro esposto fu presentato successivamente, come leggiamo in una lettera del figlio Alfonso: “il 30 aprile 1994 il caso venne riaperto in toto e venne chiesta la riapertura delle indagini. Ma tutto approdò a un nulla di fatto (…)” .
In effetti nel 1994 alcuni eredi di de Henriquez si rivolsero nuovamente alla Magistratura per far riaprire le indagini. Questo fatto provocò, nel corso di una cerimonia commemorativa organizzata dal Comune di Trieste, nel ventennale della morte, uno scontro tra gli eredi del professore ed i rappresentanti dell’Associazione culturale a lui intitolata. Si tratta del Centro culturale Diego de Henriquez, fondato nel 1992, del quale era presidente onorario Alvise Barison (il già incontrato presidente dell’azienda di soggiorno, che aveva organizzato la mostra nel 1988) e del quale erano membri gli storici Antonella Furlan ed Antonio Sema).
Sul “Piccolo” del 5/5/94 leggiamo la (per noi) inspiegabile reazione di uno dei rappresentanti di questa Associazione, lo storico Antonio Sema, che, “non ha risparmiato i toni duri nel rimproverare i familiari del collezionista di aver voluto far coincidere il ventennale con gli scandali”, e “se l’è presa un po’ con tutti. Con i familiari della vittima che facendo riaprire il caso rischia (sic) di far slittare ancora più in là la sistemazione definitiva della raccolta. Ma soprattutto (…) con il rapporto costante tra la cucina politica, gli affari e le sparate dei media che hanno creato una coltrina fumogena attorno alle collezioni” . Reazione inspiegabile, per noi, perché non comprendiamo come lo scoprire la verità sulla tragica morte di un uomo possa essere meno importante della “sistemazione” della sua raccolta di cimeli.
Probabilmente il fascicolo chiuso da poco tempo all’epoca della visita di Heinichen alla Procura era proprio quello relativo a questo ultimo esposto.

IN TRASFERTA A ROCCA BERNARDA, CON DEVIAZIONE A PETEANO DI SAGRADO.
Avevamo lasciato Heinichen nel momento in cui si dedicava alla vicenda Perusini, e qui lo ritroviamo. Lo scrittore ci racconta che, un mese prima di morire, il professor Perusini aveva fatto testamento nominando quale proprio erede universale il Sovrano ordine militare dei Cavalieri di Malta, del quale egli non era aderente, mentre lo è (lo scopriremo dopo) il suo uomo di fiducia, il custode della tenuta che costituisce il grosso del suo patrimonio, l’azienda vinicola di Rocca Bernarda (una imponente tenuta che si trova presso Ipplis, lungo la strada che porta da Cormòns a Cividale), custode che ha conservato il posto di lavoro anche dopo la morte di Perusini.
Heinichen va dunque a visitare la tenuta di Rocca Bernarda, che, dice, durante la seconda guerra mondiale era un punto di incontro di partigiani, ma non specifica se si fosse trattato di partigiani garibaldini oppure dei “fazzoletti verdi” della Osoppo; parla con un rappresentante dei Cavalieri di Malta, e con i parenti di Perusini, che hanno conservato un’altra tenuta vinicola e continuano a produrre il loro vino. Il più interessante di tutti è però il colloquio di Heinichen con il custode di Rocca Bernarda.
Questo incontro è ricco di spunti, ma anche di diversi particolari che non possono che far sorgere dei dubbi. Il custode racconta a Heinichen che Perusini non era atteso alla tenuta nel fine settimana in cui fu ucciso, però la domenica arrivarono in visita alcune persone “importanti”, che si meravigliarono che Perusini non fosse in casa ad aspettarli. Quindi il custode inviò la moglie a Trieste a casa del professore, e fu così che la donna scoprì l’omicidio. C’erano dei documenti, aggiunge il custode, che Perusini gli aveva affidato e che in caso di sua morte improvvisa avrebbe dovuto tirare fuori. E questi documenti?, gli domanda Heinichen. Il custode risponde che un mese dopo la morte di Perusini, dei ladri erano penetrati in casa, e lascia intendere che i documenti sono scomparsi in quel frangente. Però noi ci chiediamo (e ci chiediamo anche come mai non se lo sia chiesto Heinichen) perché il custode non li aveva tirati fuori e resi pubblici subito, come promesso, invece di lasciarli lì ancora un mese dopo la morte del suo principale. Inoltre il custode dichiara che Perusini e de Henriquez avevano molte cose in comune e molti interessi, oltre a quello storiografico e qui Heinichen interviene chiedendo se anche il caso Peteano era di comune interesse per i due, ed il custode lo guarda soppesandolo e gli dice: lei è molto curioso e sa molte cose e successivamente, in un altro contesto, gli dice che anche Perusini e de Henriquez erano molto curiosi e si interessavano di tante cose ed è forse per questo che sono morti.
A questo punto interrompiamo nuovamente il documentario ed apriamo una parentesi sulla vicenda di Peteano, che purtroppo Heinichen non tratta con la necessaria precisione.

LA STRAGE DI PETEANO.
Alle ore 22.35 del 31 maggio 1972, al Pronto intervento dei Carabinieri di Gorizia arrivò una telefonata anonima, che in dialetto disse: “Senta, vorrei dirle che la xe una machina che la ga due busi sul parabrezza. La xe una cinquecento bianca, vizin la ferovia, sula strada per Savogna”. Quando, una decina di minuti dopo la telefonata, due carabinieri di Gradisca (Mango e Dongiovanni) arrivarono sul posto, trovarono la macchina, una Fiat Cinquecento che sembrava avere due fori di proiettile sul parabrezza. Allora i militi chiesero l’intervento di un’altra gazzella, che arrivò alle 23.05. A bordo il tenente Tagliari, Antonio Ferraro e Donato Poveromo. L’auto venne perquisita, e nel frattempo giunse un’altra gazzella, inviata da Gorizia. Il tenente Tagliari aprì il cofano della Cinquecento e a quel punto il boato: nel cofano era nascosta una bomba che uccise sul colpo Poveromo, Dongiovanni e Ferraro, e ferì gravemente Tagliari. Le indagini furono condotte dai Carabinieri, e all’inizio furono accusati della strage sette “balordi” goriziani. A proposito di questo delitto, nel film vengono riproposte le vecchie immagini di repertorio dell’attentato e dell’arresto degli accusati, però Heinichen omette di dire che i “balordi” goriziani che erano stati accusati dell’attentato furono poi del tutto scagionati delle orrende accuse a loro mosse, dopo un sofferto iter processuale nel quale furono dimostrate le “deviazioni” operate dagli inquirenti che avevano insabbiato delle prove per incastrare dei capri espiatori; né Heinichen dice che per queste deviazioni furono celebrati dei processi alla fine dei quali saranno condannati due ufficiali dei carabinieri (Dino Mingarelli e Antonio Chirico) e l’avvocato goriziano Eno Pascoli. E Heinichen non dice neppure che per la strage di Peteano furono condannati due neofascisti friulani, Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra, quest’ultimo confesso, come leggiamo dalle sue stesse parole:
“Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale (…) dell’attentato di Peteano, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece eseguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali ed internazionali collocati ai vertici dello Stato. Dopo essermi reso conto gradualmente che tutta l’attività politica svolta fino a quel momento da me (…) aveva assecondato i fini di forze a noi estranee ideologicamente e spiritualmente, decisi una azione di rottura che segnalasse a quanti ritenevano inaccettabile il proseguimento di una lotta politica strumentalizzata, la necessità di dare il via ad una battaglia politica indipendente contro il regime politico imperante…” .
Cicuttini (che è originario delle valli del Natisone dove si parla un dialetto che presenta lo stesso accento del telefonista di Peteano) e Vinciguerra erano militanti dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo a Udine, assieme al giovane Ivano Boccaccio, che fu poi ucciso il 6/10/72 dalle forze dell’ordine durante un fallito dirottamento all’aeroporto di Ronchi.
Nel 1984 il giudice Casson iniziò ad indagare sulla strage di Peteano e sui depistaggi ad essa seguiti. Nel corso delle indagini furono rinvenute alcune lettere firmate “Minusso” (che risultò poi essere un falso nome) ed inviate alla Prefettura ed alla Questura di Gorizia. L’autore di queste lettere asseriva di avere sentito la telefonata anonima fatta dal bar Nazionale di Monfalcone che faceva accorrere i carabinieri sul luogo dell’auto imbottita di tritolo, e di essere in grado di descrivere l’autore della telefonata. Una successiva lettera, dell’ottobre 1972, identificava l’uomo della telefonata in Cicuttini, la cui foto era stata pubblicata sui giornali in quanto questi aveva preso parte al fallito dirottamento aereo di Ronchi. In quest’ultima lettera lo scrivente chiedeva un incontro con gli inquirenti fissando un appuntamento nell’atrio della Prefettura di Trieste, precisando che temeva per la propria vita.
Nessuna di queste lettere venne inoltrata e quindi nessun inquirente poté parlare con l’unico testimone oculare della vicenda.
Nel 1984 le indagini riportarono alla luce queste lettere, e vennero svolte ricerche per individuarne l’autore, che alla fine fu identificato nella persona di Mauro Roitero, di Monfalcone, impiegato presso la Prefettura di Trieste. Ma a casa del Roitero gli investigatori trovarono solo la sua vedova: infatti egli era stato trovato morto nel proprio ufficio, in Prefettura, nell’ottobre del ‘76, una ventina di giorni dopo l’incriminazione per depistaggio degli inquirenti goriziani incaricati delle indagini su Peteano. All’epoca il medico legale disse che Roitero era morto d’infarto, ma l’autopsia non venne effettuata: “il caso all’epoca fu subito minimizzato e classificato come una morte naturale: un infarto che ha sorpreso il funzionario giuliano mentre era dedito ad alcune pratiche a luci rosse”, scriverà il giornalista Spreafico alcuni anni dopo , particolare questo delle luci rosse che ci riporta anche alla “strana” morte di Perusini. Otto anni dopo la salma fu riesumata, ma ciò non produsse alcun elemento chiarificatore.
Sembra che Roitero fosse sceso nell’atrio della Prefettura al momento dell’appuntamento, ma non aveva trovato gli inquirenti che aveva cercato di contattare: un sospetto che sorge, è che però potrebbe essere stato intercettato proprio da chi non aveva inoltrato le sue lettere .

È un peccato che tutti questi fatti non appaiano nel racconto fatto da Heinichen, che, quantomeno, per correttezza verso gli innocenti accusati a torto, avrebbe dovuto spiegare come si svolsero realmente le indagini ed a quali conclusioni esse giunsero. Proprio perché si tratta di storie tragiche che hanno lasciato il segno non solo su chi le visse, ma su tutta l’opinione pubblica, esse dovrebbero venire trattate nel modo più corretto possibile.
Del resto, a voler indagare un po’ di più, si trova un filo che lega il professor de Henriquez alla questione di Peteano, stando almeno a quanto dichiarato al dottor Mastelloni dal figlio Alfonso:
“Per quanto riguarda le persone legate più strettamente a mio padre nell’ambito della ricerca, studio e rimessa a punto dell’armamento grande e piccolo, ricordo di Franco Potossi (…) e di tale Serdi (…) conosciuti da mio padre agli inizi degli anni Sessanta allorché i predetti si costituirono in gruppo operativo per verificare i siti dei depositi di mio padre; peraltro i predetti erano già da me conosciuti quali militanti del movimento Fiamma che si riuniva in piazza Goldoni, movimento operante anche all’epoca della collaborazione con mio padre, forti della propria conoscenza armeologica e speleologica. Io li avevo conosciuti nel 1947 ed avevo io insegnato loro la tecnica di andare in grotta e poi nel 1954 sono andato in Inghilterra (…) Con il passare del tempo ed ascoltando mio padre ho capito che lui era strumentalizzato da detto gruppo che aveva cominciato a collaborare con papà nel 1961, 1962”. Il Potossi successivamente cercò di convincere de Henriquez a conservare per conto suo dei fucili “asseritamente antichi”, ma che il professore si rifiutò di prendere in consegna, dato che erano invece perfettamente funzionanti. Successivamente alcuni elementi del gruppo sarebbero stati processati (tra cui lo stesso de Henriquez), ma nelle dichiarazioni di Alfonso non viene approfondita la questione. Invece, grazie ai contatti di de Henriquez con mercanti di armi antiche e moderne, il gruppo riuscì ad entrare in possesso di armi: e qui il figlio del professore dice che lo stesso Carlo Cicuttini avrebbe acquistato in tal modo una pistola. Quando avvenne l’attentato di Peteano, così avrebbe detto Diego de Henriquez: “credo di conoscere gli elementi ultimi coinvolti in questa strage (…) io li ho sempre aiutati a fin di bene e mai a fin di male” .

DICHIARAZIONI DI ALFONSO DE HENRIQUEZ.
Abbiamo visto prima che Alfonso de Henriquez ha rilasciato una lunga intervista che Heinichen ha inserito nel suo filmato. Tra le tante cose interessanti da lui dette, ci sono però anche delle affermazioni inesatte a proposito del commissario Gaetano Collotti, il torturatore da cui prese nome la “banda Collotti”, cioè l’Ispettorato Speciale di PS che operò a Trieste durante la guerra e che si distinse per la violenza con la quale conduceva la lotta antipartigiana. La prima è un’imprecisione sulla quale si potrebbe anche sorvolare, cioè che Collotti “mandava la gente in Risiera per conto dei tedeschi”, quando in realtà l’Ispettorato di PS non solo era stato istituito già prima dell’occupazione nazista, ma anche dopo lavorava autonomamente dagli occupatori; invece la successiva affermazione, cioè che il commissario fu insignito della “medaglia d’oro al valore partigiano il 1° maggio 1945”, non può assolutamente essere accettata. Infatti, non solo nessuno fu insignito di medaglie d’oro “al valore partigiano” il 1° maggio 1945 ma Collotti ricevette la medaglia di bronzo al valor militare nel 1954, attribuitagli dalla Repubblica italiana. Heinichen, se proprio non voleva tagliare la frase, avrebbe quantomeno potuto precisare che quanto detto non corrispondeva al vero: anche perché di fronte ad una simile “bufala”, un osservatore critico si chiede quali delle dichiarazioni del figlio del professore morto siano effettivamente attendibili, o se, visto quanto detto su Collotti, la persona era del tutto inaffidabile come teste.
Anche perché c’è un’altra affermazione di Alfonso de Henriquez, fatta questa nel corso della presentazione del libro di Silvio Maranzana “Le armi per Trieste italiana”, nel gennaio 2004, che, se corrisponde al vero, rappresenta un ulteriore tassello per avvalorare l’ipotesi di un “complotto” deciso da alte sfere per l’eliminazione dello studioso. Alfonso ha infatti asserito che il suo numero di telefono era stato cambiato, senza che a lui fosse data comunicazione, proprio la notte in cui suo padre trovò la morte: infatti chi cercava di avvisarlo telefonicamente della disgrazia non riuscì a contattarlo fino al mattino dopo.

I “DIARI” DELLA RISIERA.
Una delle teorie sulla morte di de Henriquez, che pare venire avallata da Heinichen nella sua ricostruzione dei fatti, è che lo studioso sia stato ucciso perché era necessario fare sparire i famosi “diari” nei quali comparivano i nomi dei collaborazionisti della Risiera. Anche Alfonso de Henriquez sosteneva questa tesi:
“Tutti parlano del diario 104 con le scritte copiate dai muri della Risiera, ma le cose più esplosive stanno venti quadernetti prima dove ci sono i nomi dei collaborazionisti”, riporta il giornalista Silvio Maranzana . In un articolo successivo, parlando della consegna dei “diari” ai Civici musei, Maranzana scrive che “Alfonso ha recentemente espresso la convinzione, mai suffragata però dalle inchieste giudiziarie, che Diego de Henriquez sia stato ucciso nel rogo (…) per cancellare con il fuoco i nomi dei collaborazionisti nazisti a Trieste. Venticinque di questi nomi sarebbero contenuti in un diario che è però scampato al fuoco e che ora il Comune custodirebbe in luogo segreto. Adriano Dugulin pochi giorni fa (…) ha comunque negato che i diari contengano segreti che non siano già venuti a galla con le inchieste giudiziarie” .
Alfonso parlava di un “diario 104 con le scritte copiate dai muri della Risiera”, ma i diari conservati presso i Civici musei, dove troviamo le scritte della Risiera, sono catalogati con i numeri 65 e 75. Lo stesso de Henriquez specificò, in una lettera allegata a questi diari, di averli redatti nel 1950, lavorando a lume di candela perché impossibilitato a fotografare (c’era troppo buio), prima che i locali all’epoca adibiti a deposito ACEGAT , fossero intonacati e quindi le scritte cancellate. L’epoca delle trascrizioni non corrisponde però con quanto dichiarato dalla vedova Adele, come riportato in un articolo pubblicato sul “Meridiano” dopo la morte dello studioso:
“L’avevano lasciato prendere i suoi appunti perché i responsabili del tempo – il governo militare alleato – vedeva in lui uno studioso. Poi però qualcuno ci deve avere ripensato. Non è vero, infatti, che il suo lavoro di ricopiatore perfetto sia durato mesi. Solo tre giorni, invece. Lo ricorda la moglie Adele”, e poi vengono riportate le parole della signora: “Doveva essere la fine di luglio o i primi giorni di agosto 1945 (…) mio marito è rimasto nella Risiera tre giorni di seguito. Lavorava anche di notte a lume di candela. Si concedeva soltanto pochi momenti di riposo per dormire. E non posso dimenticare il suo rammarico, la sua delusione quando è ritornato a casa dopo tre giorni. – Adele – mi ha detto – hanno cancellato tutto quello che era scritto sui muri. Quando mi sono svegliato stamani ho trovato una squadra di imbianchini che ha ricoperto tutto con strati di calce. Non ho potuto portare a termine il mio lavoro. Chi lo sa perché lo hanno fatto” .
Dunque c’è questa contraddizione di date. Dato che de Henriquez era piuttosto preciso nelle proprie annotazioni, possiamo pensare che forse può confondersi la vedova, però quanto leggiamo nello stralcio di una lettera scritta dallo stesso de Henriquez e pubblicata sul “Piccolo” del 3/7/64 ci fa sorgere ulteriori dubbi:
“Da diverse decine d’anni sto raccogliendo accuratamente tutto quello che la gente scrive e disegna ovunque. Questo lavoro l’ho fatto anche alla Risiera di San Sabba. L’ho fatto poco dopo la fine della guerra (il corsivo è nostro, n.d.r.) in un’epoca in cui tali scritte si vedevano ancora. Le scritte erano state tracciate in buona parte in alcuni grandi cameroni che si trovavano sopra al piano delle celle e che come quelle servivano a raccogliere i detenuti. Più tardi le pareti vennero ridipinte e le scritte scomparvero tutte. Erano circa 600 tracciate da ebrei, slavi ed italiani” .
Ci troviamo quindi davanti a contraddizioni sia per quanto riguarda il periodo effettivo delle trascrizioni fatte da de Henriquez (però in ambedue le dichiarazioni di de Henriquez appare che le scritte sarebbero state ricopiate dai cameroni sopra le celle), sia la numerazione dei “diari” riportanti queste scritte. Dobbiamo a questo punto però dire che, oltre alle scritte contenute nei quadernetti 65 e 75, che si riferiscono ai “cameroni” dei piani superiori alle celle (l’attuale “sala delle croci”), esistono altre trascrizioni di scritte, che sarebbero invece state trovate nelle cellette del piano terra. Queste trascrizioni sono archiviate presso l’archivio dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste e copia di esse si trova nell’archivio Bubnič . Dobbiamo qui aggiungere che nell’Archivio di Stato di Lubiana sono conservate invece altre trascrizioni di scritte trovate in queste cellette del piano terra, datate 10/5/45 (cioè nel periodo dell’amministrazione jugoslava di Trieste), ma è interessante rilevare che queste trascrizioni del maggio 1945 e quelle del blocco conservato presso l’IRSMLT non sempre corrispondono.
Infine a proposito di questi “diari” della Risiera, nell’articolo del “Meridiano” n. 51/74 troviamo anche le dichiarazioni di Albin Bubnič: “Qualche tempo fa il professore mi aveva consegnato una fotocopia di quel quaderno e di altri documenti che io conservo in luogo sicuro. Egli sapeva di essere in pericolo. Negli ultimi tempi aveva subito tre aggressioni” .
I PRIMI RILIEVI NELLA RISIERA.
Vediamo ora di capire quando furono fatti i primi rilievi nell’edificio della Risiera, che era stato in parte demolito con l’esplosivo dai nazisti al momento della loro ritirata. Leggiamo innanzitutto una nota ufficiale.
“L’ex M/llo di PS De Giorgi Umberto qui abitante in via Navali 17, già addetto a questo Gabinetto di Polizia scientifica, interrogato in questo Ufficio, ha riferito che nel giugno 1945, terminata l’occupazione di questa città da parte delle truppe di Tito, fece un sopralluogo alla Risiera di S. Sabba e trovò ancora, alla base della ciminiera nel luogo ove si ritiene sia stato il forno, dei minimi residui organici, probabilmente umani, ma comunque non tali da poter essere utilizzati per eventuali identificazioni.
Detto sopralluogo venne da lui eseguito senza l’ausilio di appropriati apparecchi, essendone allora il Gabinetto di Polizia scientifica sprovvisto, e dei modesti risultati ottenuti non fece relazione scritta ma riferì soltanto verbalmente all’allora Procuratore Generale dr. Rubeis Gaetano.
Sono stati interrogati parecchi ex ufficiali della Polizia Civile ed ex impiegati del GMA ma nessuno è stato in grado di riferire circa la sorte del carteggio riservato esistente presso gli uffici legali del GMA, escludendo comunque che tale carteggio sia stato passato negli uffici della succeduta Amministrazione italiana” .
All’epoca dei fatti ci fu qualcuno che si chiese come mai i resti della Risiera fossero stati portati via così sbrigativamente: il Consiglio comunale di Trieste, nella seduta del 12/12/45, approvò una mozione del consigliere Sciolis, il quale chiedeva, oltre alle modalità di asporto dei resti “perché non è stata fatta in loco una perizia di carattere medico legale necessaria per determinare effettivamente la realtà dei resti” . A parte richiamarsi al nulla osta emesso dalla Procura di Stato (lettera che analizzeremo fra un po’), il Presidente del Consiglio comunale, Michele Miani non diede altre risposte ai dubbi espressi da Sciolis.
Di seguito la risposta data dell’ACEGAT al Presidente del Comune in data 3/1/46 “in merito all’asporto delle ceneri delle vittime dei nazisti dalla Pilatura di Riso”.
“Il giorno 3 dicembre al rinvenimento delle ceneri delle vittime da parte del signor Fonda, impiegato addetto al magazzino, questi avvisò tosto il capo ufficio signor Presel, che gli ordinò di telefonare al Comando della Polizia Alleata; avendo questa risposto che la cosa non era di sua competenza, telefonò alla Polizia Civile che indicò al Fonda di rivolgersi alla Sezione Scientifica di detto Corpo. Il signor U. De Giorgi, Ispettore della Sezione, col quale il nostro impiegato si era messo in comunicazione, si portò subito sul posto dando disposizioni affinché quanto rinvenuto non venisse asportato senza autorizzazione della Procura di Stato. Formatosi intanto un Comitato per le onoranze funebri delle vittime, questo dispose di un servizio d’onore sino ad espletamento delle pratiche dando l’incarico all’Impresa Municipalizzata dei Trasporti Funebri di quanto abbisognava per il trasporto delle ceneri. Il 6 dicembre verso le 17.30, cioè un’ora dopo la chiusura del magazzino, si presentava (sic) al portiere degli incaricati dell’Impresa Zimolo per il ritiro delle ceneri; il portiere avutone l’autorizzazione dal signor Presel lasciò partire il furgone con le ceneri. Il signor Presel ha dato il benestare al trasporto delle ceneri perché sapeva che l’impresa Zimolo aveva avuto l’incarico dall’Impresa Municipalizzata dei Trasporti Funebri che ne aveva ricevuto mandato dalla Procura di Stato” .
Dunque il 6 dicembre verso le 17.30 le ceneri furono asportate su autorizzazione della Procura. Ma quando sarebbe stata data questa autorizzazione, se l’Ufficio dell’ispettore De Giorgi (CID della Venezia Giulia) aveva scritto alla Procura di Stato di Trieste in data 6/12/45, nei seguenti termini?
“Oggetto: Risiera di Santa (sic) Sabba ex Pilatura di Riso (rinvenimento resti mortali).
Si trasmette l’accluso verbale di rinvenimento di ossa e ceneri umane venute alla luce durante i lavori di rimozione della macerie dell’edificio in oggetto che, come è noto, era stato adibito a carcere dalle SS germaniche e dove risulta esser stato costruito un “forno crematorio” in cui venivano arse le vittime della ferocia nazista…
I resti mortali erano raccolti in 3 sacchi di carta di quelli usati per il cemento che, al momento del crollo dell’edificio per effetto dell’esplosione provocata dai tedeschi stessi, evidentemente erano stati approntati per il consuetudinario trasporto verso il mare ove venivano dispersi. (…).
I resti mortali, frammisti ai quali sono stati rinvenuti oggetti personali che verranno utilizzati per l’eventuale identificazione delle vittime cui appartennero, si trovano tuttora sul posto in attesa del nullaosta alla rimozione da parte di codesta Procura. (…)” .
Quindi questa lettera, che attesta che i “resti mortali si trovano tuttora sul posto” porta la data del 6 dicembre, ovvero dello stesso giorno in cui, a detta dell’ACEGAT, sarebbero venuti gli inviati dell’impresa Zimolo a portare via i resti (compresi evidentemente anche gli “oggetti personali” che avrebbero dovuto servire per una eventuale identificazione). Se De Giorgi scrisse il 6 alla Procura, la Procura riuscì a dare l’ordine di rimozione il giorno stesso? Oppure i resti furono portati via prima del nullaosta della Procura?
Viene il sospetto che ci possa essere stato qualcuno che non voleva che quei resti venissero esaminati.

L’ULTIMO DIARIO.
Il dirigente dei Civici musei di Trieste, Adriano Dugulin, ha più volte ribadito che dei “diari” di De Henriquez non manca nessuno; però dobbiamo tenere presente quanto scrive in un articolo il giornalista Pietro Spirito: “le pagine del diario del collezionista datate 2 maggio 1974, il giorno del decesso, (…) vengono consegnate (consegnate da chi, n.d.r.?) ai carabinieri il 16/4/75, quasi un anno dopo il fatto” .
Dunque quello che sarebbe sparito e poi ricomparso (ma non sappiamo se integralmente o no) sarebbe l’ultimo dei diari del professore. Possiamo pensare che, se lo studioso è stato ucciso è più probabile che ciò sia avvenuto per qualcosa che era accaduto poco prima della sua morte e non per qualcosa che era noto da trent’anni, come i suoi “diari”, copia dei quali era stata anche depositata presso un notaio a cura delle associazioni ebraiche.
C’è un racconto che ci è stato fatto da una persona che all’epoca aveva frequentato de Henriquez, e che lo aveva incontrato, eccitato e sconvolto allo stesso tempo, pochi giorni prima della morte. Lo studioso aveva con sé delle foto di rastrellamenti operati nella Jugoslavia occupata, e sosteneva che in alcune di queste foto si riconosceva in colui che dava gli ordini un noto professionista triestino. La persona ci ha anche detto che non le sembravano riconoscibili i volti di nessuno in quella foto, però sta di fatto che qualche giorno dopo de Henriquez è morto bruciato, e probabilmente le foto che lui aveva esibito pochi giorni prima sono bruciate assieme a lui.
Forse sarebbe possibile trovare delle tracce sulla morte di de Henriquez leggendo il suo ultimo “diario”, quello che aveva scritto prima della sua tragica scomparsa: però ricordiamo che non sono consultabili i “diari” che hanno meno di cinquant’anni; e d’altra parte, come ha detto il dottor Dugulin, nessuno dei “diari” che sono stati donati da Alfonso de Henriquez ai Civici musei contengono “segreti che non siano già venuti a galla con le inchieste giudiziarie”.

Concludiamo queste brevi note sulla storia di Diego de Henriquez, constatando che in tutti questi anni non solo non è mai stata fatta chiarezza sulla sua misteriosa morte, ma che anche le notizie che esistono sono rare e frammentarie, e si limitano a brevi articoli di giornale o pochi accenni in alcune pubblicazioni. Riteniamo quindi positivo che Heinichen, con il suo filmato, abbia risollevato il problema delle varie vicende che si collegano alla vita ed alla morte del professore, e queste ombre lunghe della morte potrebbero rappresentare l’occasione buona per riprendere in mano la questione e studiarla un po’ più organicamente.

DAI DIARI DI DIEGO DE HENRIQUEZ.

Di seguito troverete una scelta degli appunti che Vincenzo Cerceo ha tratto dalla lettura dei “diari”, cominciando dal periodo della seconda guerra mondiale. De Henriquez, infatti, iniziò a compilare i suoi quadernetti nel 1941, ed ha continuato fino al momento della morte, nel 1974, lasciando in tal modo oltre 50.000 pagine scritte.
Durante la seconda guerra mondiale, Diego de Henriquez, che era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (cioè le cosiddette “Camicie Nere”), si rifiutò di prendere servizio attivo; fu quindi inquadrato come soldato semplice nella Guardia alla frontiera e, tramite l’interessamento di un ufficiale suo amico, gli fu dato l’incarico di coordinare il museo militare. Gli furono dati il grado di sergente, un camion e tre uomini alle sue dipendenze, e fu autorizzato a muoversi in tutta la regione militare Nord-est per reperire materiale e documentazione “guerrologica” o “polemologica”.

DIARIO N. 6: UMANITÀ.
Un episodio davvero incredibile, avvenuto nel 1941 a Lubiana, è riportato da Diego de Henriquez nel diario n. 6.
All’epoca le truppe italiane di occupazione effettuavano spesso controlli generalizzati verso la popolazione civile, per individuare elementi ostili al governo italiano. Un giorno, in una scuola elementare si presentarono i carabinieri. Fecero allineare alle pareti i bambini di 8, 10 anni, con le manine alzate e li perquisirono. Cercavano volantini sovversivi. La cosa destò pessima impressione sulla popolazione. A causa di episodi come questi scorrerà molto sangue, dissero a de Henriquez degli amici sloveni
Una sera, inoltre, in un’osteria della città entrò una pattuglia di carabinieri con le armi in pugno; erano tutti giovanissimi, molto agitati, e cercavano partigiani che non c’erano. Ad uno dei carabinieri partì accidentalmente un colpo che uccise uno degli avventori seduto ad un tavolo. I militari a questo punto presi dal panico, fuggirono dal locale. Era presente un vecchio che conosceva bene l’italiano avendo fatto a lungo il marinaio sulle navi dell’impero. Si strinse la testa tra le mani e disse: ma com’è possibile mandare allo sbaraglio dei ragazzi con le armi in mani così totalmente impreparati a fare quello che si pretende da loro?

DIARI 10-11-12.
Questi diari contengono notizie rilevanti in merito all’occupazione italiana dei territori sloveni. Sui muri dei paesi erano attaccati degli adesivi con la scritta “Parla italiano”. La popolazione locale si lamentava del fatto che erano presenti sul territorio parassiti africani portati dalle truppe italiane di rientro dall’Africa.
Nella caserma “Principe di Piemonte” di San Pietro del Carso (Pivka), gli sloveni sospetti venivano interrogati dal capitano Palmiro Lundari con queste modalità: erano tenuti in stanze affollate, ammanettati, senza pantaloni e senza scarpe per evitare le fughe, dormivano sulla paglia ed erano lasciati senza cibo prima dell’interrogatorio per “ammorbidirli”. Il capitano li interrogava alla presenza di uno scrivano, due interpreti ed un membro della Milizia con un bastone. Quando le risposte non erano soddisfacenti, faceva un cenno al milite e questo iniziava a picchiare.
Ogni giorno passavano treni carichi di civili, donne e bambini sloveni e croati, diretti nei campi di prigionia in Italia, ma nel 1942 un terzo del territorio sloveno era sotto stabile controllo partigiano. Quando i partigiani facevano prigionieri i soldati italiani, li rilasciavano dopo aver tolto loro armi e divise, mentre fucilavano subito i militi fascisti. Poiché gli italiani effettuavano fucilazioni per rappresaglia, a volte i partigiani trattenevano dei prigionieri, anche civili, da usare per lo scambio, onde evitare queste rappresaglie della Milizia.
Il 27/7/42 la sinagoga di Trieste fu gravemente devastata dalla Milizia, e a de Henriquez venne impedito di scattare fotografie.
Sempre in quel periodo del 1942, nel castello Rosenegg di San Vito di Vipacco, de Henriquez vide alloggiato un reparto misto di guardie alla frontiera, finanzieri e carabinieri, al comando di un capitano finanziere. “Fanno parte di quelle truppe che hanno il compito di rastrellare la zona da elementi ribelli”, scrive. L’ispettore Gueli gli disse di essere autorizzato ad usare i gas asfissianti contro i ribelli, ma di non averli ancora usati. Poiché i partigiani impedivano il taglio dei boschi ad opera degli italiani che asportavano massicciamente legname, i finanzieri erano incaricati di proteggere i boscaioli che erano stati fatti venire apposta dal Veneto.
A pagina 1.727 e seguenti si parla della fuga da Gonars di un gruppo di ufficiali prigionieri, i quali avevano scavato un lunga galleria che li portava fuori dal campo. Lo studioso ne fa una dettagliatissima descrizione.
Infine leggiamo che nel 1942 era in funzione un servizio speleologico militare al comando del tenente Calligaris, geologo ed appassionato di grotte, il quale ispezionò centinaia di grotte della zona in funzione antipartigiana, compilando dettagliatissime descrizioni che inviava al comando della Polizia alla Frontiera; una copia veniva inviata anche al Club Alpino Italiano. Sarebbe interessante verificare se queste copie esistono ancora.

DAL DIARIO N. 13: GLI ITALIANI IN SLOVENIA.
Il diario n. 13 (pag. 1.821 e seguenti) è particolarmente importante per capire cosa fu l’occupazione italiana in Slovenia nel 1942. Ad esempio de Henriquez descrive le modalità per la deportazione di civili nel campo di Gonars e negli altri campi di internamento. La polizia e l’esercito italiani compivano retate in massa nei vari quartieri di Lubiana. Molti venivano fermati, senza eccezione, e fatti sfilare davanti ad una commissione di ufficiali e di alcuni ex membri della OF (Osvobodilna Fronta, il Fronte di Liberazione) che erano diventati collaborazionisti. Costoro indicavano gli individui che comunque erano stati in contatto con i partigiani o che avevano manifestato sentimenti anti-italiani, e questi venivano subito arrestati per essere poi internati; agli altri veniva apposto sul documento un timbro di avvenuto controllo e poi erano rilasciati. Chi veniva trovato in possesso di stampa clandestina era subito fucilato. Poiché erano numerosi gli attentati ai treni, dopo ogni attentato venivano bruciate le case che erano nelle vicinanze, anche se gli occupanti erano palesemente estranei alle vicende.
Mobili e bestiame venivano confiscati. De Henriquez descrisse un episodio in particolare: il massacro compiuto dalla Milizia nel villaggio di Brdo il 23/7/42. Le Camicie Nere irruppero sparando e lanciando bombe e quindi spararono sui civili che fuggivano. Furono uccisi tredici uomini e due donne, poi caricati su un carretto e gettati a fianco della strada chiamata “Cesta na Dobrovo”. Il giorno 27, il giornale Vič pubblicò il necrologio con la scritta che convenzionalmente si metteva nei casi di morti fucilati: “Umrle je v cvetu mladosti” (morto nel fiore della gioventù). Questa scritta fu successivamente proibita dalle autorità italiane.
De Henriquez fotografò le tombe ed il carretto sporco di sangue.
Il 25 luglio, poiché era stato ucciso a Lubiana il dottor Natlačen, ufficiale della Belagarda , la Milizia fascista fucilò 24 ostaggi forniti dalla Belagarda stessa, senza alcuna indagine.
C’è un altro aneddoto che va riferito. A Trieste nel 1942 era in attività la tuttora esistente trattoria cosiddetta da “Pepi s’ciavo” nella quale si mangiavano i migliori piatti di carne di maiale di tutta Trieste. I titolari erano i genitori del martire antifascista Pinko Tomažic, fucilato il 15/12/41 assieme ad altri 4 compagni, ai quali fu imposto dai fascisti della Milizia di tenere aperto il locale anche il giorno in cui il figlio fu ucciso. De Henriquez riferisce che a volte il titolare del locale perdeva la calma e si lasciava andare a qualche bestemmia in lingua slovena. Un giorno arrivò la Milizia a chiudere il locale perché non era permesso bestemmiare in sloveno, ma solo in italiano!

DIARI 15-16: TRATTAMENTO DEI PRIGIONIERI.
Nel febbraio 1943 de Henriquez parlò con alcuni ufficiali del Genio da cui dipendeva il campo di Gonars e gli altri campi di internamento. Secondo loro, l’organizzazione dei campi era molto carente e lasciava molto a desiderare: erano i singoli ufficiali che volte prendevano le iniziative senza direttive dall’alto. Alcuni prigionieri inglesi si ammalarono di nefrite per mancanza di acqua calda.
Un giorno che si era recato presso la sede dell’Ispettorato Speciale di PS , de Henriquez sentì le urla sempre più forti di una donna; gli dissero che la stavano interrogando e lo invitarono ad uscire. De Henriquez fece in tempo a vedere un pesante scudiscio ed a udire una frase: “Se non parli ti spacco la testa” (diario 15, p. 2.438). Lo studioso annota che tali metodi sono ben noti in città.
A Lubiana vide gli uomini della milizia prendere a nerbate i passanti che al passaggio della bandiera italiana non facevano il saluto fascista. Sempre a Lubiana, il tenente Carrocci, che era addetto alla documentazione fotografica, riferì che Robotti lo aveva rimproverato per averlo fotografato mentre era fermo davanti ad alcune donne appena fucilate. Intanto la tipografia clandestina dei partigiani a Lubiana venne scoperta accanto alla Questura. Il barone Cordelli, proprietario di un castello nei pressi di Lubiana, chiese per lo stesso una vigilanza armata in difesa dai partigiani, ma poi ci rinunciò dati i numerosi furti commessi nel castello dai soldati italiani di guardia. I poliziotti erano molto infastiditi perché il capo partigiano Tone Tomsič, arrestato e pesantemente torturato, non ha fatto rivelazioni.
A pag. 3.094 del diario n. 16, il dottor Maddalena, dell’Ispettorato Speciale, riferì di essere andato in visita al Vescovo Santin e di essere stato rimproverato per l’uso dello strumento di tortura della “cassetta”, già usato in Sicilia dal Prefetto Mori contro la mafia. Il Vescovo avrebbe detto: “capisco che la polizia usi le botte, i cazzotti, ma non questo”.

DIARIO 42: VECCHI CONTI DA PAGARE.
Nel 1941, quando l’Italia dichiarò guerra alla Francia ormai già sconfitta dai tedeschi, il Ministero della cultura popolare inviò una circolare alle varie Sovrintendenze ai beni culturali, nella quale le stesse venivano incaricate di fare la stima dei danni causati al patrimonio culturale italiano da Napoleone all’epoca delle sue invasioni, al fine di presentare, ora per allora, il conto al governo francese di Petain. De Henriquez ne scrisse tra il divertito e l’incredulo, dopo avere preso visione di quella circolare.

DIARIO N. 26: TEDESCHI E FASCISTI.
In questo diario de Henriquez sostiene che a Trieste, dal 1941 fu attiva una cellula della Intelligence della Marina tedesca, con compiti molto importanti, all’insaputa del governo italiano. Lo studioso riferisce le notizie fornitegli, nel dopoguerra, da una di queste “spie” che avevano operato in città. Si trattava di un gruppo di agenti collegati al consolato del Reich, i quali avevano il compito di visitare tutta la costa dalmata e descrivere accuratamente le strutture della stessa che potessero in qualche modo interessare, sotto ogni aspetto, la marina tedesca: fortezze, porti, fabbriche, cantieri e così via. Le notizie che fornivano ai loro superiori furono così efficaci che dopo l’8 settembre la marina da guerra tedesca riuscì in pochissimi giorni, a rendere estremamente efficiente la sua presenza in tutta quella zona. Con l’arrivo dei tedeschi il 9 settembre, quegli agenti segreti ricevettero l’ordine di indossare di nuovo la divisa e di mettersi a disposizione del consolato, in attesa di nuova destinazione ed incarico. Fu così che quello stesso 9 settembre uno di questi ufficiali, fu ucciso con due colpi di pistola alla testa in piazza Hortis mentre rincasava, in quello che fu il primo attentato della Resistenza triestina contro gli occupanti. Durante il periodo badogliano, però quegli agenti avevano avuto un altro importante incarico: accadeva che il comandante del gruppo, di sera, si facesse condurre davanti ad un palazzo di via Carsia e da lì uscisse dopo un paio d’ore. I suoi dipendenti, non sapendone i motivi, si erano convinti che il loro principale avesse lì un’amante, ed iniziarono a congetturare su quale poteva essere, delle belle signore che abitavano lo stabile, la privilegiata. Era invece quella la sede dove si riuniva la cellula clandestina del partito fascista con a capo Idreno Utimperghe, che operava in stretto contatto con i nazisti. Furono gli stessi fascisti che il 9 settembre riaprirono le sedi del partito ed occuparono il “Piccolo” prima di essere sostituiti da personale meno fanatico e più presentabile. Utimperghe fu tra coloro che condivisero la sorte di Mussolini a Piazzale Loreto. Il partito fascista clandestino esistette anche in altre città, de Henriquez ne ha testimonianze certe per Roma e Milano

DIARIO 42: IL PRIMO CLN DI TRIESTE.
In questo diario lo studioso riferisce una testimonianza di Ercole Miani , in cui si parla della fondazione a Trieste del primo CLN, che sarebbe stato fondato nell’agosto 1943, ancora sotto il governo Badoglio, e prese subito contatto con il prefetto di allora, Cocuzza. L’obiettivo era di collaborare al ripristino della democrazia. Questo però fu anche ciò che lo fece distruggere: in Prefettura infatti avevano subito costituito un dossier nei loro confronti, e dopo l’8 settembre questa documentazione cadde in mano dei tedeschi. Fu così che il 19 settembre Gabriele Foschiatti, Edmondo Puecher, Fernando Gandusio e Giovanni Tanasco furono arrestati. Miani si salvò perché avendo egli compiti solo militari, il suo nome era stato volutamente tenuto riservato dagli altri membri.

DIARIO N. 64: IL “LITORALE ADRIATICO”.
Quando, dopo l’8 settembre 1943, i nazisti crearono il “Litorale Adriatico” e ne elessero Trieste capitale, la popolazione di questa città, nel suo complesso, non dimostrò particolare animosità, purtroppo, contro gli occupanti. A parte la collaborazione fornita a livello istituzionale dalla “élite” borghese locale, è significativo annotare quanto scrive de Henriquez: secondo lui, una buona metà della popolazione della città, in quel tremendo biennio, ebbe modo di interagire, in un modo o nell’altro, con gli occupanti in maniera occasionale o stabile. Il collaborazionismo più rivoltante, però, è cosa ben diversa e, purtroppo, qui ben presente.
Nel diario n. 64 (pagine 16.816 e seguenti) il professore riporta un suo colloquio, avvenuto nel 1950, con un suo collega ebreo, il prof. Zigliotto, che aveva perduto nei campi di sterminio alcuni parenti.
Ecco cosa disse: l’avvocato T. Z., fascista convinto e già vice federale nel periodo prebellico, dopo aver dato seguito alle “leggi razziali” del regime, al momento dell’occupazione tedesca, senza che nessuno glielo avesse chiesto, aveva compilato una lista di quaranta ebrei e l’aveva portata al comando SS di piazza Oberdan. De Henriquez rimase perplesso: il nome era molto conosciuto nella borghesia cittadina. Una conferma però gli giunse da fonte inoppugnabile: la dattilografa dell’avvocato gli confidò di aver battuto a macchina lei stessa quell’elenco!
Nel dopoguerra il “nobile” avvocato si era allontanato da Trieste ed il prof. Zigliotto, che aveva perduto, tra gli altri un’anziana parente di 85 anni, da lui fatta arrestare, non intendeva dargli alcuna caccia, ma espresse una ferma intenzione: “se si rifarà vivo sulla scena politica, glielo impedirò”. L’avvocato però rimase a Roma, dove diresse l’ufficio legale di un Ente del parastato.
Molti sono poi i nomi dei militari tedeschi che, nel dopoguerra, si erano fermati a vivere in città e che de Henriquez riporta. Eccone alcuni: Haas, Schlieper, Willy Grosser, Walimann, Kiess, Theo, Kaszemek, Scholtz, Behr, Schlieder, Matz.

DIARIO N. 30: COLLABORAZIONISTI.
Nel diario n. 30, pagine 7.147 e seguenti, de Henriquez parla della “polizia economica” (Wirtschaftspolizei). Il professore infatti era molto amico del maggiore Matz, che fu comandante della Schutzpolizei a Trieste, e rimase in questa città dopo la fine della guerra. Il maggiore, nel parlare dei rastrellamenti che effettuò negli ultimi mesi di guerra in città, parlò anche della collaborazione agli stessi della Wirtschaftspolizei. Egli dice che questo corpo era composto da italiani sotto la guida di un apposito comando tedesco che risiedeva in via Nizza e che dipendeva direttamente dal comandante della SS Odilo Lotario Globocnik. Ne era comandante il tenente colonnello delle SS Hackel, il quale lasciò liberi i suoi sottoposti solo il 29 aprile, quando lasciò la città. Matz non li apprezzava molto: effettuavano, a suo dire, sequestri, ma a volte si impossessavano delle merci sequestrate. Quando trovavano merce illegale arrestavano anche il detentore e lo consegnavano alla Todt perché fosse inviato al servizio del lavoro obbligatorio. Per questo erano stati forniti di appositi autobus idonei al trasporto degli arrestati. Secondo il maggiore Matz, avrebbero potuto mostrare meno zelo e più correttezza.
Matz, pur essendo ufficiale di polizia, non era un fanatico nazista, ma solo un “buon tedesco”, che ubbidiva al suo governo e certe cose, a volte, non le giustificava. Durante l’occupazione aveva il proprio comando a Trieste presso l’attuale Hotel Continentale, all’uopo requisito, ed abitava quale ospite presso la ricca famiglia Di Demetrio, di origine rumena.
Nel diario 64 (scritto nel 1950) ritroviamo il nome di Matz che, afferma de Henriquez, all’epoca stava contattando il sindaco Bartoli per avere un posto quale consulente nella Polizia municipale triestina! D’altra parte aveva una grande esperienza in proposito: durante l’occupazione nazista si era infatti occupato della repressione dei reati comuni in città. Bartoli lo avrebbe anche assunto, leggiamo, ma il Governo militare alleato si oppose.

DIARIO N. 65: GLI UFFICIALI DEPORTATI DEL ‘44.
Nel luglio del 1944, i nazisti che occupavano Trieste (col consenso di troppi triestini!), deportarono in Germania molti ufficiali italiani. I dettagli di quelle deportazioni sono rimasti fin qui oscuri. Uno dei deportati, il colonnello Costa, quando era alla stazione prima di essere caricato sul treno, gridò alla moglie che assisteva alla scena: “Ricordati che è stato Esposito”. Ma il generale Esposito, comandante territoriale di Trieste per conto di Salò, oltre ad avere smentito tutto, fu anche assolto in Tribunale per quelle accuse . Dalla lettura dei diari inediti di Diego de Henriquez potrebbe, forse, emergere qualche dato interessante circa quella vicenda. De Henriquez incontrò a Roma, nel 1950, il generale Esposito, ed ebbe in proposito con lui un lungo colloquio, che riporta dettagliatamente nel diario n. 65 (pagine 16.968 e seguenti).
Lungi dall’affermare che questa sia la versione autentica dei fatti, la riportiamo come quella che in effetti è: la testimonianza in proposito di de Henriquez in base a quello che Esposito gli avrebbe, in quella circostanza, confidato.
In primo luogo, secondo Esposito, vi era a Trieste un ufficiale collaborazionista, il colonnello D’Amore, il quale operava solo con i tedeschi, nonostante le intimazioni e minacce di Esposito di deferirlo alla giustizia militare. Una responsabilità nella vicenda, dunque, Esposito la attribuisce a lui. Secondo quanto poi lo stesso Esposito avrebbe appreso dal sottufficiale interprete tedesco Schneider, la decisione di quelle deportazioni, a richiesta dei tedeschi, sarebbe stata presa in base a liste preparate della Milizia, dalla Polizia e dalla Federazione fascista triestina, per eliminare i “sospetti badogliani”. Quelle liste, così preparate, sarebbero state visionate da una commissione mista di SS e di fascisti, e sarebbero stati estrapolati i nomi degli ufficiali da deportare. Degli italiani facenti parte di quella commissione Schneider indica il col. Pirillo, l’avvocato Martinoli e tale colonnello in congedo Rossetti, non meglio precisato. Uno dei sicuri estensori dell’elenco sarebbe stato il maggiore della Milizia Carollo . Questo dato sarebbe confermato, secondo Esposito, anche dalla testimonianza verbale di un sottufficiale, tale Ferlot. Per la Polizia avrebbe collaborato alla stesura dell’elenco un sottufficiale a nome Mazzuccato .
Infine, ancora un particolare su Esposito: nel 1936, mentre era con il suo reparto in strada a S. Pietro del Carso, un carrettiere che marciava in senso contrario non si fermò al loro passaggio. Esposito lo aggredì a schiaffi e lo buttò fuori strada, tra lo sgomento degli altri ufficiali presenti, pure essi fascisti.
Dopo l’8 settembre i nazisti concessero ad Esposito come alloggio privato una villa sulla via Rossetti, sequestrata ad una famiglia ebraica.

DIARIO 31: MATRIMONI “MISTI”.
Con l’occupazione tedesca di Trieste, inevitabilmente si pose il problema di sempre in questi casi: soldati tedeschi chiedevano di sposare donne triestine. La cosa è totalmente sconosciuta a livello storiografico, in quanto, tra l’altro, anche la documentazione relativa a queste pratiche venne asportata o distrutta dai tedeschi prima della resa, ma Diego de Henriquez, nel diario 31 ne parla abbondantemente. I casi di richieste di matrimonio da parte di soldati tedeschi erano parecchi, e le autorità militari, prima di concedere il relativo nulla osta procedevano ad accurati accertamenti.
Il primo requisito era naturalmente, quello della razza ariana della sposa e dei familiari; poi un certo peso lo avevano anche la situazione economica della famiglia della stessa ed il “buon nome” nella società. Una cosa però a cui i tedeschi tenevano particolarmente era l’atteggiamento tenuto dalla famiglia della sposa ai tempi dell’Impero: erano stati filo oppure anti-asburgici? Gli archivi venivano passati al setaccio dai solerti funzionari di Rainer per acclarare queste situazioni, si ascoltavano in proposito i vecchi funzionari asburgici ancora presenti a Trieste e così via. Se risultava che la sposa aveva parenti irredentisti, allora nulla da fare circa il matrimonio. Mancano però del tutto statistiche circa questa realtà.

DIARIO N. 31: A CAPODISTRIA.
Si parla qui di un disgustoso crimine avvenuto nel 1944 a Capodistria, che merita di essere riportato in dettaglio. La locale marina tedesca aveva chiesto al carcere alcuni detenuti per effettuare dei lavori. Visto l’impegno che due di essi, borsaneristi, mettevano nell’opera, il comandante locale chiese a Rainer di concedere loro la grazia per il resto della pena da espiare. Rainer la concesse immediatamente, ma la rese esecutiva al termine dei lavori. Quando i due furono affidati ai militi per essere ricondotti in carcere e poi uscire, quelli li condussero al cimitero e li fucilarono. Richiesti di spiegazione, dissero che i due avevano “tentato la fuga” (!).
A proposito del comportamento dei “bravi ragazzi di Salò”, che de Henriquez descrive spesso nei suoi “diari”, è interessante riportare la seguente conferma tratta dall’autodifesa di Kesselring al processo celebratosi a Venezia nel dopoguerra.
Alla fine del 1944 il comandante tedesco di Bologna, generale Von Senger, così scriveva al Prefetto fascista a proposito del comportamento della locale Brigata Nera: “Mi ripugna che si proceda ad esecuzioni sommarie che hanno tutte le caratteristiche dell’assassinio per strada. Interverrò duramente se ancora si verificheranno fatti atti a turbare l’opinione pubblica”. Il federale rispose che si trattava di ingiuste accuse da parte dei frati Domenicani, al che il generale tedesco replicò: “Non solo i preti criticano l’operato della Brigata Nera, ma tutta l’opinione pubblica”.

DIARIO 65: UN INEDITO PAGNINI.
L’avvocato Pagnini, che fu podestà di Trieste durante il periodo di occupazione tedesca (1943-1945), e quindi operò in quelle vesti alle dipendenze dei nazisti, è ben noto per alcuni suoi atteggiamenti che emergono inequivocabilmente dai suoi scritti. Prima di diventare podestà per volere nazista, si era infatti mostrato molto amico degli stessi e simpatizzante delle loro idee in quanto dirigente della società Italo-germanica di Trieste ed al tempo delle leggi “razziali” (cioè razziste) italiane del 1938, aveva, quale membro dell’ordine degli avvocati, cooperato alle discriminazioni dei suoi colleghi ebrei, come risulta da un documento reso pubblico anche sulla stampa triestina . Una volta resasi evidente la sconfitta tedesca, Pagnini tentò con il prefetto Bruno Coceani di creare un fronte anti-slavo, nel quale inserì il corpo collaborazionista da lui creato e cioè la Guardia civica. Rimase molto contrariato quando la Resistenza “bianca” lo dichiarò decaduto dall’incarico il 1° maggio 1945. Non fu molestato dagli Jugoslavi e fu successivamente assolto da ogni accusa di collaborazionismo. L’idea che di lui hanno tutti oggi è quella del nazionalista legato al concetto di italianità, ma la lettura dei diari di de Henriquez che si occupa spesso del personaggio, a volta presenta posizioni strane, curiose ed insospettate. De Henriquez di solito non esprime idee personali nei suoi diari, ma riporta con estrema cura e precisione opinioni altrui, citando le fonti, e su Pagnini esprime, nel diario 65, opinioni di alcuni triestini che possiamo definire quantomeno inconsuete.
De Henriquez cita dunque l’opinione di un certo Cerne, ed anche del capitano Ercole Miani (il dirigente del CLN triestino, da de Henriquez definito “fascista romantico ed ex squadrista” senza ulteriori spiegazioni) i quali ritengono che Pagnini nutrisse sentimenti non nazionalisti, bensì indipendentisti, legati alla “triestinità”, per cui l’elemento di italianità sarebbe da lui avvertito solo in secondo istanza. Non abbiamo elementi per esprimere giudizi di qualsiasi tipo su tali affermazioni.

DIARIO N. 53.
A p. 12.874 di questo diario, scritto nel 1949, de Henriquez annota che l’ex podestà Pagnini aveva dichiarato che la Guardia civica fu costituita in funzione antislava e che egli aveva concordato con Ercole Miani, a fine aprile 1945, l’impiego della stessa per prendere il potere nella città al ritiro dei tedeschi. E se alla Guardia civica non fu riconosciuto un ruolo in senso antinazista fu perché il dottor Pincherle, nota figura di antifascista, si oppose risolutamente.
Sarebbe stato l’ispettore Umberto De Giorgi , a suo dire, a lanciare l’idea della Guardia civica. Ne parlò con due funzionari della segreteria di Pagnini, Romeo Marcovigi e Carlo de Dolcetti, i quali convinsero Pagnini della bontà dell’idea stessa. Sotto i tedeschi il partito nazista aveva una caserma nella zona di San Giovanni dove alcuni appartenenti al Partito provenienti dall’Austria, in divisa bruna, con a capo un tale Walter, facevano l’istruzione premilitare ai giovani, com’era d’uso anche sotto il fascismo . In quella caserma i servizi di vigilanza erano svolti dalla Guardia civica.
Infine leggiamo che a Trieste c’era un gruppo segreto di irredentisti maltesi che volevano porre Malta sotto sovranità italiana. Se ne occupava tale dottor Zuculin.

1945: L’INSURREZIONE DI TRIESTE NEI DIARI DI DIEGO DE HENRIQUEZ.
Sulla “insurrezione” di Trieste, dal 29 aprile 1945 al 3 maggio successivo, molto è stato già scritto e pubblicato, ma per esempio sono inediti gli scritti di de Henriquez sull’argomento. Egli dedicò centinaia e centinaia di pagine alle vicende dell’insurrezione di Trieste e descrisse con minuzia addirittura capillare, non solo le sue esperienze dirette di attentissimo osservatore partecipe, ma anche le testimonianze di vari protagonisti, più o meno coinvolti, di quei fatti. L’importanza di questi diari sull’argomento è tale da consentire a nostro parere, di affermare tranquillamente che ogni ricostruzione di quegli eventi che non ne tenga conto, è da considerarsi sicuramente monca ed inefficace. Alla luce di quegli scritti, infatti, gli eventi di quella “insurrezione” appaiono ben diversi dalla “vulgata” che si tenta oggi di accreditare, forse sotto la pressione di esigenze più politiche che non di sola ricerca della pura e semplice verità storica come invece dovrebbe essere. Ma forse è proprio per questo motivo che oggi la maggior parte degli storici tralasciano di riferirsi a queste fonti documentali.

DIARIO N. 28: APRILE 1945, LA TESTIMONIANZA DI ERCOLE MIANI.
Di particolare importanza è, per l’esatta decifrazione di quanto realmente accadde a Trieste negli ultimi giorni di aprile 1945, il diario n. 28 (pagine 6.281-6.579). In esso, infatti, il “professore” riporta, con la solita precisione ed accuratezza e senza commenti, le notizie riferitegli, in proposito, da un testimone e protagonista d’eccezione: il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN triestino e comandante militare della resistenza triestina per conto del Corpo Volontari della Libertà (CVL) (sulla obiettività di quanto riferito, senza commenti dal “professore”, è difficile dubitare).
De Henriquez parla di un certo interesse nell’atteggiamento tenuto dal podestà Cesare Pagnini nei confronti della Resistenza triestina. Alla metà di aprile del 1945, a cose ormai quasi concluse e mentre la macchina bellica tedesca crollava dovunque, egli in effetti stabilì contatti con il CVL di Ercole Miani, del colonnello Antonio Fonda Savio e don Edoardo Marzari, mettendo la guardie civiche a disposizione, ma, in precedenza, le cose furono ben diverse.
In questo diario n. 28 in cui de Henriquez riporta le opinioni del capitano Miani, leggiamo quanto segue: allorché Pagnini creò la Guardia civica, Miani iniziò a far arruolare nella stessa diversi elementi vicini alla Resistenza, allo scopo di creare “quinte colonne” dentro una struttura obiettivamente alleata dei tedeschi.
Pagnini, intuita la cosa, mandò a chiamare Miani e lo apostrofò: “Non vorreste per caso fare come a Napoli?” (alludendo alla rivolta popolare detta delle “Quattro giornate”); Miani, stando a quanto scritto da de Henriquez, commentò successivamente così l’episodio: se avessi detto questi particolari durante il processo contro Pagnini, probabilmente l’ex podestà non sarebbe stato assolto.
Sempre su questo argomento, ma nel successivo diario 34 (pagine 7.949-7.950) si parla ripetutamente di “accordi di tedeschi e partigiani a Trieste per combattere contro Tito”.
Proseguendo con le dichiarazioni di Miani, leggiamo che verso la fine d’aprile s’era svolta, esattamente nella chiesa di San Giovanni in Guardiella, una riunione tra partigiani italiani del CVL (tra cui Miani) e jugoslavi, tra i quali il triestino Franc Štoka dirigente della Osvobodilna Fronta .
Quest’ultimo avrebbe comunicato che il 1° maggio le componenti della Resistenza presenti a Trieste che facevano loro riferimento , sarebbero insorte in sostegno all’azione che andava conducendo sull’altipiano l’Armata jugoslava. Štoka comunicò anche che gli insorti avrebbero esposto due bandiere: quella italiana con la stella rossa e quella jugoslava. Fu per questo motivo che i partigiani del CVL decisero di anticipare, come mossa politica e non dettata da esigenze militari, i partigiani del Fronte di Liberazione, e di indire, pur nella massima disorganizzazione ed impreparazione dei propri reparti, l’insurrezione per il 30 aprile.
Così Miani afferma, esprimendosi con estrema lealtà: “Avendo notato che le forze armate tedesche andavano negli ultimi giorni di aprile ritirandosi da Trieste e che ben pochi ne erano rimasti, fu deciso di far scoppiare la rivolta il 30 anticipando gli jugoslavi”.
Non si riuscì nemmeno ad avvertire tutte le componenti che avrebbero dovuto essere coinvolte e si decise, dopo aver collocato, nella massima segretezza, il comando dell’insurrezione nei locali di una ditta sita in via della Geppa di trasferirlo in Prefettura per timore che i pochi tedeschi rimasti in piazza Oberdan e piazza Dalmazia e presso il Palazzo di Giustizia potessero individuarlo. In Prefettura c’era, però, la vecchia amministrazione, che non fu estromessa. Fu accettata, invece, la collaborazione della Guardia civica del podestà Pagnini, che pure, fino al giorno 29 aprile aveva fornito il personale per il servizio di piantone nella caserma della SS di via Nizza e nella sede che il Partito nazista aveva aperto nel rione di San Giovanni.
All’inizio delle sparatorie due ufficiali tedeschi si recarono in Prefettura senza essere arrestati, e chiesero se quel Comitato avesse contatti con gli alleati angloamericani, perché in tal caso i tedeschi avevano l’ordine di arrendersi a loro.
Non avendo ricevuto tale conferma, i tedeschi lasciarono la Prefettura e tornarono, indisturbati, al Comando presso il Palazzo di Giustizia. Ciò mise in allarme i rivoltosi, che temettero un attacco alla Prefettura stessa, per cui decisero in tutta fretta di spostarsi nella sede dell’ACEGAT, sul Canal grande. Poiché però nella zona giravano troppe pattuglie tedesche, fu alla fine deciso di nascondersi in uno stabile defilato di via Ginnastica, che divenne la sede definitiva.
I reparti su cui poteva contare il CVL erano: la Guardia di Finanza di Udine, che aveva il compito di occuparsi della Stazione radio; gli altri reparti della Guardia di Finanza agirono da soli in maniera autonoma in sintonia con i colleghi di via Udine, ma senza coordinamento preventivo. Vi erano poi la brigata “Garibaldi” che occupò la caserma di Rozzol e la “Frausin”, che occupò la caserma di San Giacomo . In questa caserma giunsero molti operai chiedendo armi, ma, dopo averle ottenute, rifiutarono il bracciale del CVL dichiarando che avrebbero obbedito al comando di Štoka.
I Vigili del Fuoco furono invitati ad aderire per inscenare un attacco al caposaldo tedesco di San Giusto, ma rifiutarono dicendo che anche loro erano già agli ordini di Štoka. Essi avevano estromesso i loro superiori ed obbedivano ad un sergente di nome Visentin, comunista dichiarato.
Miani aveva dato un ordine: non provocare vittime tedesche ma solo controllare che non abbandonassero le loro piazzeforti nelle quali, in città, attenevano gli alleati per arrendersi a loro e disarmare e poi rilasciare i militari isolati.
“Il criterio del CVL era liberare la città ma senza fare vittime”, evidentemente per evitare reazioni da parte dei pochi tedeschi rimasti. Sempre Miani afferma che al momento dell’insurrezione i reparti armati della SS avevano già lasciato la città.
Il I maggio l’arrivo del IX Korpus mise fine a questa paradossale ed improbabile “insurrezione”.

DIARI 38: COLLABORATORI VOLONTEROSI.
In questo diario troviamo le seguenti dichiarazioni di Miani: il 30 aprile egli ordinò l’arresto di Esposito, che si era offerto di collaborare. Ne vietò la fucilazione che gli altri del CVL invece volevano.
Il capo della X Mas di Trieste, Fabrizi, il 28 aprile si presentò a Miani per collaborare, ma fu rifiutato. Allora decise di fare da solo: lasciò la caserma di Servola, si scontrò con i tedeschi a Montebello, e rimase ucciso. Miani mandò una pattuglia di finanzieri ad occupare quella caserma, ma questi furono respinti dalla popolazione che era filo-slava e l’aveva occupata. Gli uomini su cui poteva contare Miani erano cira 600, contro 7-10.000 tedeschi che attendevano gli alleati.

DIARIO N. 37: LA PRESA DEL FARO DELLA VITTORIA.
Altra cosa interessante che si legge nel diario , è la vicenda di fine aprile al faro della Vittoria. Il 24/4/45 i tedeschi avevano presidiato quella struttura con 18 marinai. Nessun problema fino al 29 aprile, quando si portarono alcuni del CVL armati che chiesero ai tedeschi di arrendersi. Il comandante rifiutò. Poco dopo, uno dei numerosi soldati che scendevano da Opicina si presentò e riferì quanto segue: quei partigiani avevano catturato tre soldati isolati e minacciavano di fucilarli se la guarnigione del faro non si fosse arresa. Il comandante mandò una pattuglia e fece ai partigiani questo discorso: o rilasciate subito i tre soldati, oppure ad essere fucilati, immediatamente, sarete voi. I soldati vengono rilasciati. Il faro si arrenderà il 1° maggio. Tali episodi chiariscono molto della mitologia creatasi sulla liberazione di Trieste da parte di Fonda Savio e compagni.

DIARIO N. 29: LA PRESA DELLA STAZIONE RADIO.
Nel diario n. 29, dalla pagina 6.580, de Henriquez rivela altri aspetti, addirittura paradossali dell’insurrezione di Trieste voluta dal CLN.
In primo luogo il “professore” afferma che mai, in quella fase, la città di Trieste corse il rischio che l’esercito del Reich si difendesse ad oltranza e quindi procedesse alla distruzione delle sue strutture civili; anzi: il Deutsche Berater di Trieste, il dottor Hinteregger, aveva concordato assieme al Kampfkommandant della città, che la stessa doveva essere lasciata intatta. In conseguenza di ciò il CLN aveva promesso che non avrebbe ostacolato la ritirata dei funzionari civili.
Per questo motivo, anche l’importante impianto di trasmissione di Monte Radio non fu sabotato. Quello che, però accade nel palazzo dell’EIAR (la futura RAI) è davvero particolare. Nella mattinata del 29 aprile, infatti, si presentarono al Corpo di guardia, alcuni civili, senza apparenti armi addosso, e chiesero ai militari tedeschi di vigilanza di consentire loro l’occupazione del palazzo, essendo ormai la guerra praticamente persa per loro. I militari avvisarono il direttore, dottor Jaksche, il quale li raggiunse subito dal suo ufficio, ma al suo arrivo i civili erano già spariti.
Che cosa era accaduto? Semplicemente che era entrato uno dei militari di guardia, armato, ed i civili, alla vista di quelle armi, si erano dileguati.
Nel pomeriggio, però, l’impresa fu ritentata con metodi diversi. Al Corpo di guardia si presentarono nuovamente tre civili che chiesero di parlare con il direttore. Quando furono da lui ricevuti, il capo del gruppo, dottor Visintini, chiese allo stesso di consentirgli, a nome della rivoluzione, di prendere possesso del palazzo. Il direttore Jaksche li fece accomodare, offrì loro un liquore e rispose che aveva ordine di consegnare la sede solo agli alleati o al CLN. Si misero allora d’accordo: i civili sarebbero rimasti, assieme ai tedeschi, in attesa degli eventi.
A quel punto però irruppe nell’ufficio una pattuglia di SS che arrestò Visintini e gli altri due, li portò nella vicina sede di piazza Oberdan dove iniziarono ad interrogarli. Li tolse, poco dopo, dall’imbarazzo lo stesso dottor Jaksche, il quale dichiarò alle SS che i tre erano andati lì su suo invito e non come intrusi. Quindi furono rilasciati.
Tornato alla sede, Jaksche fu avvicinato da un suo funzionario, tale Amadi, il quale, in tutta segretezza, gli confidò di fare parte del CLN e di conseguenza era pronto, al momento opportuno, a prendere le consegne.
Offrì anche un nascondiglio a Jaksche, ma questi lo rifiutò preferendo raggiungere Tarvisio come da ordini ricevuti. In cambio fece una confidenza ad Amadi: egli aveva ricevuto l’ordine di distruggere tutti i microfoni per rendere inutilizzabile l’impianto, ma li aveva, invece, nascosti in uno scantinato. Quindi si accordarono sul fatto che Jaksche avrebbe detto ad Amadi dove si trovavano i microfoni a patto che questi li avesse presi solo il giorno dopo la sua partenza, per evitare ritorsioni contro lo stesso Jaksche.
Finalmente, alla sera del 29 aprile giunse il tanto sospirato ordine di partenza: Jaksche passò tutto ad Amadi, montò in automobile e raggiunse, senza troppe difficoltà, Tarvisio.
Anche questo fu l’insurrezione!

DIARIO N. 30: IL SALVATAGGIO DEL PORTO.
Tornando alla questione del salvataggio del porto per merito del CLN, dobbiamo tenere conto anche di altre affermazioni di de Henriquez, raccolte nel diario n. 30.
Nel gennaio 1945 il comandante tedesco della Marina, Loyke, aveva scritto a Dönitz chiedendo di poter soprassedere alla distruzione del porto in quanto atto non essenziale ai fini bellici. De Henriquez riporta nel suo diario proprio questa nota, in lingua tedesca. Dopo pochi giorni arrivò la risposta di Dönitz: “Nicht zu vernichten”, cioè “non distruggere niente”.
Nello stesso periodo, il vescovo Santin riceveva da Kesselring assicurazione che neanche gli acquedotti e gli altri impianti sarebbero stati distrutti.
Stando a quanto scritto in queste pagine dal “professore”, dunque, non è assolutamente notizia confermata (e non andrebbe quindi accolta acriticamente come invece fanno i giornali) che sia stata la “insurrezione” del CLN ad evitare la distruzione del porto e delle infrastrutture civili.

DIARIO N. 25: GLI AVVENIMENTI DEL MAGGIO 1945.
Quando, dopo l’arrivo degli Jugoslavi, iniziarono a giungere le prime camionette di neozelandesi, fu possibile osservare che su queste, oltre alle loro bandiere, era a volte esposta anche la bandiera jugoslava con la stella rossa ad indicare la fratellanza d’armi di chi aveva combattuto contro lo stesso comune nemico tedesco. Inoltre, il 3 maggio, l’alto comando della Wehrmacht sito in villa Geiringer a Scorcola, era ancora installato e difeso da sentinelle armate nelle loro postazioni, al comando dell’aiutante del generale Kübler, il maggiore Schwesig. A volte contraddittorio poi era il comportamento delle forze jugoslave nei confronti dei tedeschi. De Henriquez riporta almeno due casi di esecuzione mediante accoltellamento di prigionieri tedeschi nei pressi di Opicina, ma anche il particolare che il comandante SS di San Pietro del Carso, maggiore Höbel, essendo riuscito durante l’occupazione a conquistarsi la benevolenza della popolazione locale, fu rispettato dai “titini” ed addirittura lasciato circolare libero.
Il 29 aprile a Duino, il comandante partigiano locale, Pieri, riesce ad ottenere la resa dei soldati tedeschi che occupano il castello, ma, siccome un reparto distaccato non vuole arrendersi, Pieri chiede al comandante di Duino di andare con i partigiani a convincere quel tenente fanatico. Temendo una reazione da parte dello stesso, i partigiani danno all’ufficiale un mitra ed un soldato tedesco armato di scorta. Sempre nella stessa zona, un altro nazista fanatico, comandante di un distaccamento, rifiuta di arrendersi ed ordina ai suoi uomini di continuare a sparare contro i neozelandesi. I soldati sparano, ma contro il loro comandante, uccidendolo, e si arrendono. A Pirano, al comando di Marina, durante una riunione di ufficiali un giovane guardiamarina dichiara che non intende più combattere data la situazione e propone la resa agli alleati in un porto veneto occupato da questi. Il comandante del porto estrae la pistola e lo uccide davanti a tutti per altro tradimento. Ancora il 16 luglio 1945, in Friuli, de Henriquez segnala la presenza di fascisti armati alla macchia, ancora non arresisi, assieme a gruppi di cosacchi.
Nessuno dava loro la caccia, in quanto, con l’arrivo dell’inverno, tutti erano convinti che essi si sarebbero dispersi per mancanza di mezzi. In tutto il Friuli, molti soldati tedeschi erano rimasti a vivere e lavorare nei vari paesi.
Diversi poi sono i nomi dei collaborazionisti a cui de Henriquez accenna a volte, in maniera estremamente sintetica, a volte più dettagliata. Per una visione completa degli stessi si rende naturalmente necessaria l’intera lettura dei Diari, data l’enorme asistematicità degli stessi. Ne possiamo qui citare solo alcuni, di cui non può essere neppure escluso il ruolo “doppiogiochista”: Somblicher, Longo, Zennaro, Nisi, Corte, Valle e così via. Ma la ricerca sui singoli personaggi andrebbe definita ed approfondita con ulteriori riscontri.

DIARIO N. 20: IL MAGGIO 1945 DEL “BUON” SOLDATO SCHLICHT.
Il diario n. 20 è in massima parte dedicato agli eventi di fine aprile, primi di maggio del 1945 e riporta tra l’altro, la minuziosa descrizione di un testimone autentico, un soldato tedesco di nome Schlicht, con cui il “professore” parlò in un campo di prigionia in Friuli, nell’autunno di quello stesso anno. La descrizione che qui segue potrà apparire a volte paradossale, ma non può certo essere fatto carico a chi li narra se i fatti, oltre che drammatici, furono a volte anche tali: paradossali appunto.
Schlicht era una SS combattente che aveva “servito” la sua patria tedesca per verità senza troppo entusiasmo, quale autista di camion in Istria. Il 28 aprile, con una autocolonna, fu (finalmente!) incaricato di portare il suo mezzo, passando per Trieste, verso il confine della sospirata patria lontana. Giunti a Trieste nella giornata del 29, però, il camion ebbe un guasto e così Schlicht ricevette l’ordine di raggiungere l’autorimessa della SS in via San Francesco, di riparare il guasto e poi proseguire. L’autorimessa, però pur essendo ancora funzionante nella giornata del 29, era pressoché vuota, in quanto tutti i mezzi e soprattutto il materiale erano già stati fatti partire per Tolmezzo; il soldato, dunque, dovette attendere che il capo-rimessa risolvesse il suo caso. Nel frattempo ne approfittò per passare la serata in libera uscita nella città, che era tranquilla. Rientrando in caserma un po’ tardi, ebbe la sorpresa di vedere alcuni civili ai crocicchi delle strade intorno a piazza Oberdan, armati, ma con le armi ben nascoste sotto i soprabiti, quasi non volessero farsi notare. Chiese loro chi fossero, ma si sentì rispondere semplicemente che svolgevano compiti di polizia, senza altre precisazioni. Pensò che tutto sommato la cosa non lo riguardava più di tanto ed andò a dormire, dopo avere naturalmente riferito la cosa al capo-posto. La notte passò tranquilla; tutt’al più qualche sporadica sparatoria ma nient’altro. Al mattino Schlicht, uscito dalla caserma, ebbe la sorpresa di notare altri civili armati che, questa volta, sparavano raffiche verso alcuni palazzi dalle parti del palazzo di giustizia, dove avevano sede il comando di Globocnik e del governo di Rainer. La cosa gli parve strana, dato che erano raffiche sparate contro le pareti e chiese ai civili armati di che cosa si trattasse, ma si sentì rispondere: era in corso una insurrezione e perciò si tenesse lontano dalla faccenda. Non fu arrestato e raggiunse l’autorimessa. Qui gli fu detto il luogo della città dove avrebbe dovuto recarsi per far riparare il camion e partì, ma volle un uomo armato di scorta, data la situazione. Scese col mezzo fino a piazza Oberdan e trovò la seguente situazione: il lato a monte della piazza vedeva le strade occupate da gruppetti di civili armati, mentre il lato opposto verso via Ghega era sotto controllo tedesco. Un civile armato gli ordinò di accostare, ma egli preferì a questo punto fare retromarcia e tornare verso la rimessa di via San Francesco, senza che gli armati tentassero di fermarlo. Poco dopo, però, altri civili armati lo fermarono e gli spiegarono che dovevano arrestarlo perché altrimenti egli avrebbe riferito ai suoi camerati della loro presenza e questi li avrebbero attaccati. Fu rinchiuso in un sotterraneo di uno dei palazzi nei pressi del tribunale dover erano anche altri tre o quattro soldati tedeschi vigilati da un partigiano armato. Rimase lì qualche ora e, nel frattempo, i tedeschi prigionieri giunsero ad essere una ventina. Ad un certo punto entrarono altri partigiani armati ed ordinarono a lui ed ad un altro soldato di salire in strada per aiutare a trasportare giù un loro commilitone ferito. In strada Schlicht vide ad una certa distanza un reparto di marinai tedeschi armati, ai quali gridò la loro condizione di prigionieri. Dopo pochi minuti i marinai armati fecero irruzione nello scantinato, liberarono tutti i soldati tedeschi prigionieri, recuperarono le armi che vi erano custodite ed arrestarono i due partigiani di guardia, conducendo tutti nella sede SS di piazza Dalmazia.
Questa era la situazione in quei giorni: esisteva una “volante” organizzata dai marinai tedeschi, la quale interveniva in città dove si aveva notizia di scontri, al fine di ristabilire l’ordine e non aveva grandi difficoltà ad aver ragione dei pochi, confusi e spauriti combattenti del CVL, la cui potenzialità bellica era pressoché nulla; la buona volontà forse in alcuni era presente, ma una insurrezione che voglia essere tale, deve contare, secondo noi, su di un livello organizzativo che nel caso specifico era totalmente assente.
DIARIO 39: IL COLONNELLO PESCATORE.
Il 1° maggio del 1945, quando le truppe dell’esercito jugoslavo liberarono Trieste dalla presenza nazista, le forze armate italiane ancora presenti e facenti capo alla Regione militare al Comando del generale Esposito si sbandarono definitivamente. Non tutti però vennero meno al loro dovere di soldati. Quel giorno, tra la confusione generale, al Distretto militare si presentarono, nonostante tutto, diciotto uomini in divisa grigioverde, con un solo ufficiale, il colonnello Pescatore. Costui decise di assumere la direzione del Distretto, dove aveva fino a quel punto lavorato, e con i suoi uomini volontariamente presenti, mandare avanti quella attività amministrativa essenziale per la vita di tanta gente. Il Distretto, infatti, provvedeva al pagamento delle pensioni, all’indennità di sussidio per le vedove e per gli orfani di guerra, e così via. Se tale opera fosse venuta meno, sarebbe stata la fame per tanta gente debole ed indifesa. Le autorità jugoslave con cui Pescatore prese contatto, furono d’accordo, e l’attività del distretto continuò. Per la sola attività amministrativa, per tutti i quaranta giorni di presenza jugoslava della città. Nel periodo successivo gli angloamericani li lasciarono al loro posto, a continuare quella attività, ma nel marzo del 1946, una mattina la polizia militare alleata arrestò tutti, sotto l’accusa di avere collaborato con i “comunisti titini”. I diciotto furono paradossalmente portati, dopo gli interrogatori, in un campo di concentramento alleato in Toscana, dove erano detenuti soltanto fascisti da rieducare, i quali subito emarginarono i “filocomunisti” del colonnello Pescatore. Dopo circa sei mesi tutti furono rilasciati e rientrarono in servizio, ma il Ministro fece loro questo discorso: sarebbero rimasti in servizio fino alla pensione, ma a casa propria, a disposizione, senza tornare in caserma ed indossare la divisa, regolarmente pagati come se lavorassero. Ci sembra un atto poco bello fatto delle forze democratiche nel dopoguerra.

DIARIO N. 35.
Nel diario n. 35 si parla con la solita precisione, per centinaia di pagine, degli ultimi giorni dell’occupazione tedesca a Lubiana, fino al 9/5/45, quando, con Hitler già morto, le SS ancora fucilavano i partigiani catturati.

DIARIO N. 26: CRIMINI DI GUERRA.
La guerra produce crimini e criminali, anche quando è finita e non si combatte più. È emblematico quanto riferito da de Henriquez nel diario n. 26 (pagina 5.639): nell’ultimo periodo della guerra alcuni soldati tedeschi avevano disertato e si erano uniti ai partigiani italiani. Quando questi furono disarmati e sciolti dagli alleati, quei soldati tedeschi furono considerati prigionieri ed inviati al campo di prigionia alleato di Rimini, dove, riconosciuti, furono uccisi dagli altri prigionieri rimasti, nazisti fanatici, senza che inglesi, americani e neozelandesi intervenissero per impedirlo. “Gli alleati non avevano molta simpatia per i partigiani”, commenta de Henriquez, e noi non ne abbiamo mai dubitato. Ben diversa era la considerazione verso i tedeschi prigionieri che fino all’ultimo avevano eseguito gli ordini del Führer. Al campo di prigionia di Verona, ad esempio, dopo qualche mese la vigilanza non era eccessiva, ed i tedeschi potevano tranquillamente concedersi anche qualche piccola scappatella notturna. Imbarazzante fu quando una notte, in una casa di tolleranza, due prigionieri si trovarono di fronte uno dei loro guardiani che era giunto prima di loro! La cosa si risolse, naturalmente, con una strizzata d’occhio.

DIARI N. 31 e 32: TRA FASCISMO E TELEPATIA.
L’ispettore Umberto De Giorgi credeva nel paranormale, tanto da ritenerlo impiegabile anche nelle indagini giudiziarie, e da ricorrere spesso alla telepatia per risolvere i casi investigativi che affrontava. È questo che, tra l’altro, afferma de Henriquez nel diario n. 32, da lui scritto, con il diario 31, nel periodo 1946-1947. In questo diario si parla però anche di altro: ad esempio, mentre faceva una ricognizione delle tombe dei militari tedeschi caduti a Trieste (e qui de Henriquez annota che erano curatissime e piene di fiori non solo grazie al contributo dei prigionieri tedeschi presenti in città, ma anche ad opera di triestine e triestini, molto nostalgici di “quei tempi”), lo studioso scoprì la lapide della guardia civica Oreste Sandrini con sopra incise croce uncinata e svastica: evidentemente le autorità tedesche avevano ritenuto Sandrini degno di riposare tra le SS cadute in combattimento.
“In città, tra la popolazione civile, ha fatto una pessima impressione l’uccisione dei criminali di Norimberga”, scrisse il “professore” il 17/10/46; ed ancora, in data 1/11/46: “il Vescovo Santin dopo la fine della guerra, si è assai interessato a favore dei militari germanici”.
Andiamo ora a Pola, dove “corre voce tra la popolazione che molte di quelle persone che si erano annunciate voler abbandonare la città, lo avevano fatto perché erano state promesse L. 40.000 a tutti quelli che avrebbero abbandonato la città” (p. 7.018). I polesani, dice il “professore”, il 6/1/47 non videro di buon occhio né gli alleati né gli jugoslavi, rimpiangendo i tedeschi ed ancora di più l’Austria dell’Impero. Infine, e riportiamo le parole di de Henriquez: “venni informato da fonte competente come in Trieste vi fosse ancora molto spirito antisemita nella popolazione”.
A Lubiana la popolazione era ridotta a 64.000 unità, dopo le deportazioni della guerra; mentre gli italiani erano molto interessati a Trieste: “pare che molto capitale stia venendo dall’Italia nelle banche di Trieste, allo scopo di sfuggire al fisco in Italia”.
Inoltre nel 1947 i tedeschi, anche prigionieri, non vivevano ormai più tanto male in Italia: ormai facevano affari insieme agli alleati, i quali rubavano merce nei loro magazzini e, tramite i prigionieri tedeschi, la rivendevano alla popolazione, dividendo fifty fifty. A Napoli, ad esempio, pare che un tedesco, così facendo, avesse messo da parte un bel capitale: 8 milioni.
I fascisti clandestini, poi che erano delle linguacce e ce l’avevano con l’ispettore De Giorgi, nel 1947 affissero un manifesto in cui il nome dell’ispettore compariva tra un elenco di poliziotti che avrebbero, a loro dire (ma non abbiamo alcuna prova che non si tratti di calunnie), prelevato molto materiale da un magazzino UNRRA e lo avrebbero rivenduto al mercato nero. I fascisti indicano anche le date dei prelievi, gli indirizzi dei magazzini saccheggiati e le targhe dei furgoni usati per i trasporti.
Invece, anche a guerra finita gli italiani prigionieri degli inglesi in India pare che se la passassero molto male: un prigioniero tornato parlò con de Henriquez e gli disse questo: non si aveva nessuna libertà pur stando in una landa deserta, il vitto era pochissimo, i maltrattamenti molti, ed alcuni dei prigionieri impazzirono. Sulla nave durante il ritorno i militari di scorta, gonfi di cibo, gettarono in mare quello che non riuscivano a mangiare, lasciando i prigionieri digiuni. In tutta Italia la popolazione aveva antipatia per gli alleati perché ricordava i tremendi bombardamenti sulla popolazione civile, del tutto inutili, che avevano distrutto anche i cimiteri; ad Ancona la popolazione oramai non sopportava più i polacchi litigiosi, maleducati, ubriaconi e rapinatori. Furono sostituiti dagli indiani, ma questi, non abituati al clima, cominciarono ad accendere dappertutto fuochi per riscaldarsi, bruciando anche i mobili che requisivano nelle case. Anche questo fu il dopoguerra.
La moglie del generale Esposito parlò a de Henriquez delle grosse somme che dovette dare a tale capitano Regazzi perché le usasse per far ottenere al marito una condanna lieve.

DIARIO N. 34: LA SITUAZIONE NEL 1947.
“Persona che si era recata in Comeno mi riferì che da quelle parti la popolazione civile non si mostrerebbe seccata dalla presenza dei militari jugoslavi che sono acquartierati in quella località, anzi quei militari si mostrerebbero buoni e mansueti ed in linea di massima non darebbero alcuna noia a quelle popolazioni”.
Questo scrive, testualmente, de Henriquez, alla pagina 8.098 del diario n. 34, che fu compilato nel 1947 e descrive molto bene l’atmosfera di quell’epoca. Leggiamo così che i soldati tedeschi ancora prigionieri si davano sempre più di frequente alla fuga, tra la disattenzione degli organi di vigilanza, e, se avevano qualche noia, ciò accadeva tutt’al più con la polizia austriaca una volta tornati oltre confine. Qualcuno rimase qui e trovò anche lavoro: un ingegnere della Todt, ad esempio, fu assunto dal Comune e confermò a de Henriquez di non perdere occasione per fare propaganda fascista tra gli operai ed infastidire, per quanto poteva, gli operai comunisti. Erano molti a Trieste a nascondere SS tedesche che avevano lasciato i campi di prigionia. Anche de Henriquez nascondeva, a casa sua, un tedesco che poi fu fatto espatriare ad opera di una nobildonna molto amica delle SS, la duchessa Barbo, figlia del barone Codelli da Lubiana; i due erano dovuti scappare dalla città per l’azione dei “titini”. La duchessa rimpiangeva molto i tempi di Lubiana sotto i tedeschi.
Si parla anche di una organizzazione segreta che serviva a far rimpatriare clandestinamente i tedeschi fuggiti dai campi di prigionia; venivano accompagnati e nascosti a Malborghetto, dove due sorelle di cui si ignora il nome si occupavano di loro; al momento opportuno essi venivano condotti in Austria.
In alcune località friulane si vedevano militari italiani inquadrati, con i superiori in testa, che cantavano Bandiera rossa e la cosa era spiacevole per alcuni ufficiali. Alla pagina 8.107 il professore parla di una inchiesta jugoslava aperta contro l’UAIS di Pola: a Belgrado erano scontenti perché troppi italiani lasciavano la città nonostante le grosse spese effettuate per la propaganda acché rimanessero; dato, questo, certamente in controtendenza alla “vulgata” ufficiale che parla di “pulizia etnica” nei territori istriani passati alla Jugoslavia. Al Campo del Cacciatore, dove c’erano prigionieri tedeschi, si davano spesso feste, organizzate dai soldati tedeschi, con larga partecipazione di donne triestine e soldati alleati. Qualcuno, sui muri della città, nella scritta CNL trasformava la N in U.
Anche di altro parla il professore in questo diario: di Pagnini che rimpiangeva i tempi dell’Impero, di un giudice, Anasipoli , che nascondeva un marinaio tedesco; di tale Faidiga, che fu interprete della SS; e di un collezionista, Marini, che avendo raccolto da terra alcuni volantini con la stella rossa venne circondato da giovanotti animosi che lo perquisirono.

DIARIO N. 173.
Nel 1945-46, appena terminata la guerra, vi erano ancora (allora come ora) molti nostalgici del nazismo. Costoro, per non incorrere nelle sanzioni iniziarono a salutarsi e riconoscersi con l’espressione “Acht – acht” (otto – otto). Questo perché il saluto nazista era, com’è noto, Heil Hitler, che poteva essere sintetizzato in H H. Essendo la H l’ottava lettera dell’alfabeto, quel saluto fu, dunque, criptato in “otto – otto”. Anche sui muri di Trieste, a volte compariva questa strana scritta: 88, a cui nessuno sapeva dare una spiegazione. De Henriquez, che era uso trascrivere le scritte murali, volle andare a fondo della cosa, e queste furono le sue conclusioni.

DIARIO N. 28: IL PROCESSO GRAZIOLI
Nell’immediato dopoguerra (1946) a Torino fu celebrato il processo contro il generale Grazioli, denunciato come criminale di guerra dal governo jugoslavo per la sua attività repressiva durante il periodo dell’occupazione della cosiddetta “provincia italiana di Lubiana”. Diego de Henriquez, nel suo “Diario” n. 28, riporta la testimonianza di una persona di cui non cita il nome, che conosceva molti risvolti di quella vicenda.
In primo luogo, bisogna dire che un processo è costoso per la difesa, e, secondo quanto scritto da de Henriquez, i fondi sarebbero stati procurati nel seguente modo.
Alla moglie di Grazioli fu consentito dalla Magistratura di poter prelevare, dai loro conti bancari che erano stati in precedenza bloccati, la somma (allora considerevole) di L. 72.000. Vi fu poi un industriale, tale Ruggieri, che era stato, a quanto pare, “beneficato” dal Grazioli durante il periodo di Salò, il quale volle sdebitarsi pagando il resto delle spese necessarie.
La prima cosa da fare fu impedire che i giornali dessero risalto alla vicenda, affinché il processo passasse sotto silenzio, e ciò fu ottenuto pagando lautamente i giornalisti. Furono poi fatti giungere da tutta Italia testimoni autorevoli, in parte pure Vescovi e prelati, i quali parlarono a discarico dell’imputato.
Il tutto avvenne nel silenzio della componente democratica di una città come Torino dove la stessa non mancava. Una volta assolto, all’insaputa dell’opinione pubblica, il Grazioli fu fatto “sparire” ad opera dei servizi segreti, in quanto si temeva, forse a ragione, che il governo jugoslavo volesse ottenere in altro modo giustizia.
Tutto questo va collocato storicamente nel clima del dopoguerra quando si tendeva al recupero dei fascisti in chiave anticomunista.

DIARIO N. 192: UNA BATTUTA ROMANA.
Ai tempi della I legislatura furono eletti, tra gli altri, due parlamentari: gli onorevoli Meda e Curlo. A Roma girò subito una battuta che de Henriquez riportò puntualmente:
– Qual è il parlamentare più generoso?
– È l’onorevole MEDA.
– E perché?
– Perché si è spontaneamente privato di una R per farne dono al suo collega onorevole CURLO!

DIARI N. 36 E 37.
Nel 1947 de Henriquez, che nel maggio 1945 aveva nascosto alcuni ufficiali delle SS, oltre ad Esposito e D’Aquini, ebbe notizia confidenziale che la polizia alleata aveva aperto un fascicolo su di lui per questa sua attività. Preoccupato, si recò allora in questura dall’ispettore Umberto De Giorgi, affinché costui insabbiasse la vicenda. Quel giorno, De Giorgi stava per uscire per andare ad ispezionare delle foibe, e quello che riferisce il professore in proposito, riportato nelle pagine 8.621-8.622, è di un certo interesse.
Erano stati ritrovati i corpi di alcuni bersaglieri di Salò e la cosa rendeva soddisfatto De Giorgi, visto che era imminente il processo contro Maria Pasquinelli : dal punto di vista propagandistico la cosa sarebbe certo risultata utile a suo favore. Circa le ispezioni in corso presso le cavità carsiche, De Giorgi confidò all’interlocutore di avere qualche difficoltà a reperire speleologi adeguati. La cosa meravigliò de Henriquez: a Trieste vi erano allora, come vi sono oggi, notoriamente, molti speleologi, conoscitori delle grotte del Carso e tra i migliori d’Italia! Ma De Giorgi precisò: non era l’affidabilità tecnica ad interessargli, ma l’affidabilità “politica”! Inoltre, precisò l’ispettore, le ricerche andavano fatte nella massima segretezza ed assolutamente non alla presenza di giornalisti e testimoni .
Ciò spiega molte cose circa l’uso propagandistico delle foibe che è in corso ancora oggi.
Altro fatto interessante: il direttore del museo di Lubiana, Vertin, si recava spesso a trovare de Henriquez e parlava molto male del regime “titino”, affermava che ormai il 99% degli sloveni era contro il regime, che tutti erano ridotti alla fame e così via. Poi un giorno Vertin fece una richiesta: de Henriquez aveva raccolto dati molto dettagliati sulla liberazione di Lubiana, perché non glieli forniva, a mo’ di documentazione storica? De Henriquez non cadde nella trappola e rifiutò: vi erano all’epoca molti agenti “titini” che si fingevano anticomunisti e sparlavano del regime per avere la fiducia degli interlocutori, e Vertin era uno di questi.
Vi sono poi alcune curiosità: la sigla AMG (Allied Military Governement) decifrata dai triestini come Assai Mediocri Gangster ed una canzonetta popolare cantata per le strade faceva “Doman xe sciopero no so per cossa, bandiera rossa, bandiera rossa”.
De Henriquez parla anche del sergente dei Vigili del Fuoco Apollonio, comunista, che al momento dell’insurrezione aveva messo tutti i vigili a disposizione dell’armata jugoslava; di Ciano De Vetta, neofascista che spadroneggiava nel Viale; del capitano tedesco Stemmler, sposato con una triestina e rimasto in città, che aiutava i suoi concittadini a fuggire; e del colonnello Orlandi, capo del Distretto militare, che sorrideva nel leggere di notizie di incidenti con i “titini” letti continuamente sulla stampa. I rapporti tra la commissione militare per il confine, con a capo il colonnello De Renzi, e gli jugoslavi erano infatti del tutto tranquilli ed incidenti non se ne verificarono se non nella testa dei giornalisti, ovviamente assoldati dalla intelligence.

DIARI 38 e 39.
Nel 1947 una voce diffusa dalla propaganda occidentale sosteneva quanto segue: Tito sarebbe morto durante la guerra e quello che veniva presentato come il maresciallo era soltanto un sosia, un ucraino per la precisione, di cui si faceva anche il nome: Sedlov. A conferma di ciò, i rotocalchi occidentali portavano le dichiarazioni di una parente del Maresciallo, la quale indicava alcuni particolari che, a suo dire, la convincevano di ciò. Poco dopo questa donna, afferma de Henriquez, fu fatta sparire ed espatriare in Argentina per sottrarla alle ricerche dell’OZNA: e la mistificazione finì.
Un altro argomento, che stava molto a cuore all’ispettore De Giorgi in quel periodo era l’individuazione di una fossa comune con migliaia di salme che era stata segnalata nei pressi della caserma di Zaule, ma per quanto impegno l’ispettore mettesse, la stessa non fu trovata. Si parla anche di un gruppo di speleologi sloveni che avrebbero avuto l’incarico di far esplodere cariche di dinamite nelle foibe dove c’erano cadaveri, al fine di occultarli. La Polizia civile però diede poco credito a tutte queste voci e questo dispiacque a De Giorgi, che accusava gli alleati di “filo-slavismo”.
Il dottor Ricciardelli, funzionario di Prefettura, era stato deportato a Dachau per un anno e mezzo in quanto aveva aiutato degli ebrei. Al suo rientro, venne, dopo poco, licenziato dal GMA perché “non affidabile” per i suoi precedenti antifascisti di cui sopra. Ricciardelli si lamentò molto di ciò con de Henriquez.
Tale Oberti (Obersnel) di via Commerciale, fu fucilato dai partigiani . De Henriquez sostiene che era stato colui che aveva denunziato ai tedeschi e fatto deportare tutti gli antifascisti di Mattegna.
Al Liceo Veronese esisteva, nel 1947, una organizzazione clandestina di studenti fascisti armati che compì anche qualche atto terroristico.

DIARIO N. 51: COSA DICONO GLI ASTRI.
Com’è noto, Diego de Henriquez era molto portato verso la parapsicologia e le scienze esoteriche a cui dava spesso spazio nei suoi diari. Nel dicembre del 1947, in vista del nuovo anno, decise di interpellare un suo amico, autentica celebrità in questi campi: il triestino Edoardo Bratina, presidente della società italiana di teosofia, ed autorità riconosciuta a livello mondiale nel campo degli studi esoterici. A lui chiese un oroscopo circa la pace e la guerra negli anni futuri, dato che tra gli esperti del settore, vigeva la convinzione che iniziasse allora la cosiddetta “era dell’Aquario”. Bratina consultò gli astri e dette il responso. Vediamolo.
Nel 1949 vi sarebbe stata una guerra in Medio Oriente; nel 1954 una guerra nel Mediterraneo, che nel 1955 si sarebbe trasformata in conflitto mondiale; grandi sconvolgimenti politici erano previsti in Italia nel 1954, mentre un periodo di pace sarebbe iniziato nel 1970, ma sarebbe durato poco; nel 1972, infatti, il mondo sarebbe stato scosso da nuove rivoluzioni, fino ad un nuovo conflitto mondiale previsto per il 1977. Bratina è morto, in tarda età, nel 1999, e, pertanto, non potrà fornire chiarimenti in proposito (a meno che non si ricorra ad un medium, naturalmente).

DIARIO N. 15: GUERRA E DOPOGUERRA.
Nel 1948 de Henriquez ebbe modo di parlare con un partigiano di Lubiana ed annotò le seguenti cose su alcuni aspetti della lotta antifascista in Slovenia. Il movimento partigiano a Lubiana si costituì il 27/4/41, esattamente nella località chiamata Černomelj. L’esercito della Jugoslavia occupata, prima di sciogliersi, aveva ceduto molte armi ai cittadini, i quali le caricarono su alcuni camion e li nascosero in campagna. Un a volta iniziate le azioni, il reperimento di armi fu, nella fase iniziale, l’obiettivo principale, si parla, ad esempio, di un treno bloccato in salita ungendo di grasso i binari, che così fu “alleggerito” di un grosso carico di munizioni. C’è anche qualche particolare curioso, ad esempio, una ragazza slovena era riuscita a diventare l’amante di un sergente italiano, il quale lasciava a casa sua le sue divise, regolarmente usate, durante la sua assenza, dai partigiani. La sprovvedutezza del sergente era tale che lasciava regolarmente dentro le tasche il foglio con scritta la “parola d’ordine”!
Vengono anche precisati alcuni punti rilevanti: i sacerdoti cattolici a Lubiana erano i principali reclutatori del personale per la “Bela garda” ed i “Domobranci”; e da ciò derivava l’ostilità nei loro confronti. Per questo motivo i preti chiesero di armarsi.
De Henriquez parlò anche con l’ufficiale jugoslavo (Sergj Zetko) che durante i 42 giorni ebbe l’incarico di arrestare, a Trieste, i fascisti. Costui dichiara che ne furono fermati 5-600, ma solo una sessantina furono deportati in Jugoslavia per il processo, e non tutti condannati. Ad esempio la guardia civica Pizzarello, che all’arrivo degli jugoslavi aveva dichiarato che si sarebbe arreso solo agli angloamericani, fu deportato in Jugoslavia ma rilasciato poco dopo. Tutti gli altri arrestati furono o rilasciati oppure consegnati alle nuove autorità il 12 giugno 1945. De Henriquez fa anche il nome del capitano italiano che dirigeva il controspionaggio per la Jugoslavia, Gazzolini, ed il nome di un agente italiano del controspionaggio che operava a Pola nel 1948: Cutroneo.

DIARIO N. 172: LE STELLE PARLANO.
In questo diario troviamo un particolare curioso: v’era a Trieste un capitano italiano, Bonetta, che si dilettava di astrologia. De Henriquez lo incaricò di consultare gli astri per avere un responso sul seguente quesito: avrebbero lasciato o no gli alleati la città? Il capitano consultò le effemeridi e diede il responso: NO! Gli astri risposero negativamente: la città sarebbe rimasta ancora a lungo sotto amministrazione alleata. Era il 1952, e due anni dopo Trieste ritornò all’Italia!

DIARIO N. 195: LA MORTE DI ETTORE MUTI.
Nel periodo badogliano (estate del ’43) il gerarca fascista Ettore Muti fu fatto arrestare dal governo, in quanto ritenuto pericoloso. La versione ufficiale afferma che durante l’arresto, avvenuto di notte, Muti tentò di fuggire e fu abbattuto con colpi d’arma da fuoco alla schiena. La magistratura dell’epoca non aprì procedimenti per questo.
Riportiamo qui, con la precisazione che trattasi esclusivamente di quello che de Henriquez scrive, e che la presente riproduzione giornalistica non equivale ad affermare la sostanziale verità, quanto si legge nel diario n. 195, alle pagine 30.462 e seguenti. Non sappiamo se quello che de Henriquez scrive sia attendibile, ma riteniamo utile riportarlo a puro titolo di informazione.
Nell’estate del 1954, essendo ormai già stato deciso il ritorno di Trieste all’amministrazione italiana, correvano voci, negli ambienti della Questura, circa i futuri alti funzionari che il Ministero avrebbe assegnato alla città. Si faceva, in particolare, il nome del dottor Marzano come questore. Lo stesso era noto negli ambienti del Ministero degli Interni come il funzionario di polizia che si era recato ad arrestare il Muti e che aveva fatto fuoco contro di lui uccidendolo. De Henriquez ne parlò con il dottor Gerin, triestino con allora incarichi influenti da parte degli Interni, il quale asserì che sarebbe stato proprio il dottor Marzano, all’epoca questore dirigente della città, ad uccidere la medaglia d’oro fascista.
In molti ambienti della città questa “voce” non era gradita, perché Muti era molto stimato a Trieste. Ma Marzano comunque fu questore, e lasciò l’incarico solo per ricoprire quello, più importante, di questore di Roma.

DIARIO N. 48: ARMI PER LA PALESTINA.
Una testimonianza molto rilevante è quella che può leggersi nel diario n. 48, scritto nel 1948. Un giorno un ebreo conoscente di de Henriquez, di nome Pick, chiese di parlargli. L’argomento che avviò nella discussione fu quello dell’insediamento in Palestina di coloni ebraici, che allora era in pieno svolgimento. I problemi erano molti, disse Pick, ed in sostanza occorrevano molte armi per armare i coloni. L’Italia era, in proposito, mercato floridissimo ma occorrevano degli intermediari, dei procacciatori. Gli ebrei, in proposito, avevano pensato appunto a de Henriquez, il quale era notissimo per la sua grande esperienza in materia di armi di ogni tipo, e soprattutto per la sua competenza tecnica. La sua collezione guerrologica avrebbe potuto rappresentare un’ottima base di partenza. Prima di andare avanti nel discorso, il “professore” che era curioso di natura ed amava approfondire le cose, chiese: ma che genere di armi occorrevano? D’ogni tipo, fu la risposta: armi leggere, pesanti, da guerra e non da guerra, purché fossero armi da fuoco e tali da essere messe in grado facilmente di funzionare. E per il trasporto? chiese ancora il “professore”. C’erano già, fu la risposta, una ventina di piccole navi da cabotaggio che erano state ingaggiate appunto per lo scopo e già stavano lavorando. Ed il controllo delle autorità? insisté de Henriquez. Nessun problema, si sentì rispondere. Le autorità governative italiane, su direttiva statunitense, stavano già chiudendo un occhio ed avrebbero continuato a farlo; gli inglesi erano contrari, ma questo era superabile. Il pagamento, ovviamente, sarebbe stato immediato ed in contanti, per qualsiasi importo. A questo punto de Henriquez rispose: No! egli faceva il collezionista e si occupava di armi solo da questo punto di vista; inoltre era decisamente contrario, per questioni morali, a simili attività. La sua testimonianza, così come sopra detto, è sicuramente molto interessante.

NOTA CONCLUSIVA DI VINCENZO CERCEO.
A qualcuno le trascrizioni qui sopra fatte appariranno sicuramente frammentarie ed a volte poco chiare, ma bisogna tenere presente che il primo ad essere frammentario oltre ogni dire nel suo modo di scrivere, è proprio de Henriquez; inoltre va detto che sono riuscito finora a consultare soltanto 59 dei circa trecento voluminosi diari esistenti. Sintetizzare l’opera diaristica di de Henriquez è assolutamente impossibile; essa va considerata come un’enorme miniera di notizie sparse ed accavallantesi senza criteri precisi, che può solo costituire materiale grezzo per una miriade di spunti ed approfondimenti storici.
Si è ritenuto di pubblicare quanto sopra soltanto per far fronte al silenzio totale che francamente ci pare inaccettabile su una fonte documentale di tale entità e di tale obiettivo valore. Speriamo solo che qualcuno si sensibilizzi in proposito. Non sarebbe ad esempio difficile mettere i diari consultabili a disposizione dei cittadini su un sito Internet e concorrere così a fare opera a favore della verità storica. Per concludere, questa nostra trascrizione di quanto documentato da de Henriquez non può che considerarsi provvisoria. Ci auguriamo che mani più valide vogliano aiutarci a concludere l’opera.

Trieste, maggio 2006.

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