LETTERA APERTA: RISPOSTA A BALLARIN

Al Presidente RAI
Dr.ssa Anna Maria Tarantola
ufficiostampa@rai.it

Al Direttore RAI Radio 3
Marino Sinibaldi
radio3@rai.it

Alla Redazione di Fahrenheit
fahre@rai.it

LETTERA APERTA: RISPOSTA A BALLARIN

Con l’occasione della lettera aperta (riprodotta integralmente in calce) inviata a Radio3 RAI dal dott. Antonio Ballarin a proposito del servizio di Fahrenheit dedicato a “Magazzino 18”, crediamo doveroso ringraziare il presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD).
Prima di tutto per l’attenzione e gli incoraggiamenti da lui rivolti a Claudia Cernigoi e a chi come lei, indipendentemente da specifiche discendenze e parentele nonché tessere e/o sovvenzioni, ma per pura passione – ah la passione, frutto dell’amore! – si dedica da anni alla ricerca storica, in particolare a quella sul confine orientale italiano nel secolo scorso. Ovviamente non vogliamo togliere a Claudia l’opportunità di rispondere personalmente nei modi che ritiene più opportuni; solo ricordare che un po’ di merito forse lo abbiamo anche noi (ebbene sì, siamo invidiosi).

Ma ancor più siamo riconoscenti a uno dei massimi <rappresentanti di quel popolo espropriato, vilipeso e oggi ancora al centro di una discussione storiografica e politica dai toni sempre particolarmente caldi > per le straordinarie doti <di originalità e ricerca creativa > che con la sua lettera ha dimostrato di possedere (forse più ancora di Cristicchi col suo spettacolo), fornendoci anche una serie di preziosissimi consigli su come liberarci dal brutto vizio di <tematizzare questioni così spinose in una cornice popolata dai soliti fantasmi interpretativi >.
Purtroppo i fantasmi che ancora ci possiedono ci impediscono di apprezzare al meglio i suoi illuminati giudizi psico-storici sui rapporti fra jugoslavi (comunisti e no) e americani, sulle colpe dell’Occidente ecc., nonché il paragone con Irving, <il giustificazionista e negazionista dei lager nazisti e della Shoah >, da cui in coscienza ci sentiamo del tutto estranei (ma non si sa mai, forse con un po’ di galera e un buon lavaggio del cervello potremmo riconoscere le nostre colpe ed emendarci).
Altri sono i passi che hanno attirato la nostra attenzione, perché contengono vere e proprie “rivelazioni”, in grado di cambiare radicalmente sia il metodo, sia i contenuti stessi della storiografia sui fatti che qui interessano particolarmente. Vediamoli.

<…In materia di Foibe,un approccio secondo il quale la “memoria” sarebbe una faccenda privata e la “storia” un affare collettivo [va senza dubbio] contro il sano buon senso e il riconoscimento immediato dei fatti >.
Noi, coi nostri fantasmi interpretativi, pensavamo che la ricerca storica (specialmente su questioni così spinose) dovesse basarsi non sul buon senso e sul riconoscimento immediato dei fatti, ma su verifiche e confronti incrociati di prove documentali e di “memorie” basate in genere su “ricordi” personali. I nostri vecchi maestri di storia ci insegnavano a porre grande attenzione ma anche prudenza nell’interpretare (è proprio un vizio!) questi ricordi, perché, dicevano, sono utili a ricostruire la “memoria collettiva” dei fatti, ma ne possono essere anche condizionati (e falsificati) quando entrino in gioco forti emozioni, pre-giudizi o interessi particolari condivisi dal gruppo di appartenenza, o addirittura “narrazioni” preconfezionate dall’autorità riconosciuta per ragioni politiche (partiti, stati), di fede (chiese, sètte religiose) ecc..
Ma l’esperto dott. Ballarin ci aggiorna con argomenti inoppugnabili:
<Avere memoria … significa avere una visione prospettica in relazione ai fatti realmente accaduti… una dimensione antropologica [su cui si basano] le migliori università anglosassoni [e le] stesse istituzioni politiche dei rispettivi Paesi.
Il ricordo, quello sì, è una faccenda privata [lo dimostrano] l’etimo della nostra lingua madre … studi in campo neurobiologico… Henri Laborit … Senza memoria, non soltanto non c’è storia e dunque storiografia, ma non c’è neanche prospettiva esistenziale e progettuale.>
Tutto vero, perbacco! A questo punto, tanto per restare <sul piano della revisione storiografica >, ci permettiamo di segnalare a lui e ai suoi amici in parlamento (noi non ne abbiamo) l’increscioso errore che si trova nell’ Art. 1 della Legge 30 marzo 2004, n. 92: <La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria…>.

<le Foibe sono state uno scandaloso evento di morte e distruzione fisica, di strati della popolazione italiana in un territorio autoctono e ciò è accaduto perché il Trattato di Parigi del 1947 ha reso la vita facile ai comunisti jugoslavi >.
Magistrale: in due righette l’autorevole presidente dell’ANVGD non solo ricorda in modo originale la qualità (scandalosa) dell’evento “Foibe” e la quantità (sia pure approssimata) di vittime (strati di popolazione, ovviamente italiana) in un territorio emblematicamente definito “autoctono”, ma addirittura sorprende tutti indicando creativamente sia l’unicità dell’evento, sia la sua causa immediata: il Trattato di Parigi ! Ciò significa che l’unico periodo in cui avvennero gli “infoibamenti” (di italiani almeno) fu dopo il 10 febbraio 1947. No, non abbiamo capito male: il testo prosegue così
<Il Fascismo in terra adriatica e slava non c’entra niente, perché quella storia era stata metabolizzata >
e subito dopo così
<i nazionalisti “jugoslavi”, forti della copertura comunista, non aspettavano altro che agire contro gli italiani con il piatto pieno di profferte da parte americana.>
E pensare che finora noi ci siamo sforzati di spiegare in modo ben diverso, e in parte di contestare, notizie che ora scopriamo essere tutte false: quelle delle presunte serie di delitti che sarebbero stati compiuti in due periodi precedenti: il primo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, in Istria, Fiume e Zara (fino alla sanguinosissima ri-occupazione da parte delle truppe del Reich affiancate dai fascisti collaborazionisti italo-slavi e contrastate dalle formazioni partigiane italo-slave…), l’altro dopo la Liberazione, a Trieste e Gorizia nel maggio-giugno 1945… E siamo stati anche accusati di “negazionismo” per questo!… Grazie, dott. Ballarin: la sua sorprendente rivelazione ha modificato d’un colpo l’intera storiografia di quel periodo in quelle terre, e ci ha salvato dalla “caccia alle streghe” scatenata contro di noi… ma forse qui ci stiamo confondendo (sa, l’emozione di una tale scoperta!)… Ci dispiace solo che ora dovranno essere restituite tutte le medaglie ricordo concesse erroneamente ai parenti di chi si credeva fosse stato vittima delle foibe prima del 1947 (fra cui i fascisti erano proprio tanti: si veda l’elenco dei premiati nel nostro sito ).

C’è un’ ultima cosa importante che va riconosciuta al nostro presidente (con la “p” minuscola). Egli chiarisce infatti, senza nascondere nulla, quale sia la fonte di tali sensazionali rivelazioni: nientemeno che il nostro Presidente (con la “P” maiuscola):
<Così si espresse il Presidente Giorgio Napolitano il 10 febbraio 2007: «[…] Un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”»
Non dobbiamo aggiungere nient’altro …>.
Nient’altro, certo: di fronte a una così drastica affermazione della “verità di stato” (anche se rinnega implicitamente il Trattato di pace, scagliandosi con toni vagamente xenofobi contro uno stato alleato nella stessa guerra di Liberazione da cui nacque la nostra Repubblica) non si deve più dare spazio alla ricerca storica documentata e all’eventuale dissenso [“non fateli parlare!”]. Solo i fedelissimi devono indicare <testo e contesto, schemi e risposte>; solo gli adepti devono sapere chi veramente <intenda ancora oggi detenere il primato proprio – e paradossalmente – della nostra memoria e per far ciò, la rinneghi e rifiuti come materia di documentazione… >.
Dopo di ciò, non possiamo che essere d’accordo con la citazione conclusiva del
<grande Orwell >: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.

Comitato di redazione di dieci febbraio millenovecentoquarantasette  – www.diecifebbraio.info

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Fonte: https://www.facebook.com/antonio.ballarin.14

Antonio Ballarin

Protesta per la trasmissione Fahrenheit di Radio3 Rai del 1° novembre

Al Presidente RAI
Dr.ssa Anna Maria Tarantola
ufficiostampa@rai.it

Al Direttore RAI Radio 3
Marino Sinibaldi
radio3@rai.it

Alla Redazione di Fahrenheit
fahre@rai.it

Spett.le Redazione di Fahrenheit,

La vostra scelta di temi e problemi da affrontare è sempre eccellente e mai banale e scontata, dunque è con particolare attenzione e curiosità che ci domandiamo le ragioni di tanta scontatezza revisionista, come quella rappresentata nella trasmissione del 1° novembre scorso, dedicata allo spettacolo di Simone Cristicchi, “Magazzino 18”.

Certo, va da sé che “Magazzino 18” richiami immediatamente la tragica realtà delle Foibe, che noi conosciamo fin troppo bene. E va altresì da sé che su questo evento sconvolgente e ormai documentato nella sua efferata brutalità – con tanto di colpevoli e annesse prove di colpevolezza a carico (trattasi dei comunisti jugoslavi e di quel tal Tito, che suscita ancora, chissà perché, qualche simpatia anche in ambienti non sospetti) dei protagonisti di quei misfatti – vi siano dibattito e polemica.

Ma quel che proprio risulta difficile cogliere – sul piano della ragionevolezza – e accogliere – nelle vesti di rappresentanti di quel popolo espropriato, vilipeso e oggi ancora al centro di una discussione storiografica e politica dai toni sempre particolarmente caldi – è la tematizzazione di questioni così spinose in una cornice popolata dai soliti fantasmi interpretativi, senza una benché minima connotazione di originalità e ricerca creativa.

Ciò stupisce non poco, visto il livello del vostro palinsesto e il tenore culturale dei dibattiti e interventi, così tesi e appassionanti.

Invece, con Cristicchi, “Magazzino 18” e le Foibe, anche stavolta ci siamo beccati una trasmissione kitsch, che ha visto fotocopiare giustificazionismi incomprensibili, da un lato, e distrazioni plateali, per quel che riguarda il livello, anche civile, dello spettacolo da lui creato e realizzato, con una bella compagnia di collaboratori e un intero popolo a seguire, commosso, questa autentica novità culturale nel panorama italiano attuale.

Abbiamo ancora una volta dovuto sorbirci le argomentazioni giustificazioniste di Claudia Cernigoi, che discetta di una sorta di “dolce stil novo” della storiografia in materia di Foibe, un approccio secondo il quale la “memoria” sarebbe una faccenda privata e la “storia” un affare collettivo. Sulla base di questo tacito presupposto ideologico, di fatto, ogni dettaglio diventa un crogiuolo di parentesi e di “sì, però”, distinguo e sollecitazioni contro il sano buon senso e il riconoscimento immediato dei fatti: le Foibe sono state uno scandaloso evento di morte e distruzione fisica, di strati della popolazione italiana in un territorio autoctono e ciò è accaduto perché il Trattato di Parigi del 1947 ha reso la vita facile ai comunisti jugoslavi sulla base della strategia americana di comprarsi una successiva e incipiente guerra fredda Est-Ovest ai prezzi più convenienti sul mercato politico di allora.

Il Fascismo in terra adriatica e slava non c’entra niente, perché quella storia era stata metabolizzata ed i nazionalisti “jugo-slavi”, forti della copertura comunista, non aspettavano altro che agire contro gli italiani con il piatto pieno di profferte da parte americana. Quindi, in questa tragica vicenda, l’Occidente non è affatto da salvare, a causa delle responsabilità enormi, avendo perseguito un “pilatismo” a dir poco oltranzistico e con ineguagliabile cecità strategica e storica.

Avere memoria di tutto questo significa avere una visione prospettica in relazione ai fatti realmente accaduti: non è una risorsa meramente individuale, come continua a sostenere Cernigoi, ma una dimensione antropologica sulla quale le migliori università anglosassoni, ad esempio, fanno corsi e istruiscono indagini spesso considerate preziose, sul piano della revisione storiografica, dalle stesse istituzioni politiche dei rispettivi Paesi.

Il ricordo, quello sì, è una faccenda privata – basterebbe aver preso a cuore non solo l’etimo della nostra lingua madre, ma qualche tonnellata di studi in campo neurobiologico – basterebbe anche solo un classico come Henri Laborit – per non dimenarsi tanto ogniqualvolta entri in gioco, del tutto ragionevolmente, la questione della “memoria”. Senza memoria, non soltanto non c’è storia e dunque storiografia, ma non c’è neanche prospettiva esistenziale e progettuale.

Ne sappiamo qualcosa noi, agenti e amanti della memoria quali siamo, visto che riteniamo, e non da oggi, che il nostro Esodo e la storia delle nostre comunità istriane, quarnerine e dalmate, pienamente italiane, sia da trattare aprendo al futuro: lo si può fare soltanto contando sul retaggio aperto e sulla plasticità della memoria vivente di un popolo.

Quando si nega questa visione, ricacciando indietro la memoria, disprezzata come onanismo vittimistico ed egotico, facendo leva su una non meglio declinata “storia”, con tanto di patente storiografica, si compie la stessa operazione di Irving, il giustificazionista e negazionista dei lager nazisti e della Shoah, finito in carcere in Inghilterra, il quale inventa un genere letterario di contabilità e di cornici su sfondo fisso – ah l’ideologia, frutto dell’odio! -, per poi tirar fuori conclusioni aberranti. Qui, secondo Irving, c’è molta “storia” – certo -, ma nell’azzeramento della memoria e, dunque, della viva documentazione degli orrori e degli stermini, ad opera del nazismo, della Seconda Guerra mondiale.

Conosciamo i nostri polli, spettabili Autori di Fahrenheit e fini intellettuali della radio pubblica; conosciamo testo e contesto, schemi e risposte; le solite, scontate, ad uso e consumo di chi intenda ancora oggi detenere il primato proprio – e paradossalmente – della nostra memoria, e per far ciò, la rinneghi e rifiuti come materia di documentazione: uccidi il bambino nella culla, futuro re, e conquisterai il suo regno, prima ancora di avere un nemico agguerrito.

Il gioco non funziona, anche perché noi siamo gente del popolo e, dunque, pieni di buon umore: alla Cernigoi diciamo di continuare così, perché sono tutti punti a nostro favore. Lo Stato italiano ha dichiarato solennemente, con la Legge del 30 marzo 2004, che il 10 febbraio la Nazione debba celebrare il Giorno del Ricordo dei Martiri delle Foibe e dell’Esodo del popolo istriano, fiumano e dalmata.

Così si espresse il Presidente Giorgio Napolitano il 10 febbraio 2007: «[…] Un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”»

Non dobbiamo aggiungere nient’altro alle chiare e significative, a dir poco, parole del Presidente Napolitano, che proviene dalla storia del Partito Comunista Italiano, dunque non un pericoloso “revisionista” dai sinistri natali ideologici legati al Fascismo.

Certo è che il grande Orwell ci fornisce ancora una citazione perfetta per queste deboli e francamente grottesche incursioni giustificazioniste: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

Cordiali saluti e complimenti per la trasmissione

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