NOTE A MARGINE DE “LA STORIA” DI J. BERNAS

Premessa

Jan Bernas, autore del libro Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani a cui Simone Cristicchi ha dichiarato di essersi ispirato per il suo spettacolo “Magazzino 18”, scrive nell’introduzione: <Questo non è e non vuole essere un libro di storia, semmai un insieme di testimonianze>. D’accordo. Ma immediatamente dopo afferma che tali testimonianze (proprio quelle lì!) sarebbero <capaci di ricostruire nella loro complessità i fatti, le sofferenze e le opposte ragioni che portarono un popolo […] a dividersi>. Questa per noi è una contraddizione. Se è vero che le testimonianze raccontano “le storie” di ognuno, cioè le esperienze “vissute”, sulla base di ricordi (e interpretazioni) personali, esse possono sì aiutare a ri-costruire una memoria collettiva” dei fatti; ma, anche astraendo dai limiti e dai condizionamenti (fisici, sociali, politici, culturali) a cui le stesse testimonianzesono necessariamente sottoposte, esse sono semplici “tasselli”, non in grado da soli di “ricostruire nella loro complessità i fatti”. Questo è il difficile compito della ricerca storica.

Lo stesso J. Bernas, d’altra parte, riconosce che <non sarebbe possibile comprendere appieno le testimonianze, senza prima tracciare una cornice storica di riferimento.> Perciò intitola LA STORIA il primo capitolo (nove pagine: 17-26) del suo libro. Qui pertanto sembra riassunto ciò che si può sapere della ”storia istro dalmata vista da Jan Bernas“.

Abbiamo fatto una breve analisi di quanto è scritto in queste pagine. Ciò che segue sono i risultati.

Ma abbiamo dato un’occhiata anche alla bibliografia, ed abbiamo capito da dove venga il sottofondo irredentista e anti slavo/comunista che permea tutte le nove pagine. Non insisteremo (sarebbe lungo e noioso) su tutte le frasi in cui si può rilevare questo atteggiamento pregiudiziale, che un tempo era considerato fascista e oggi semplicemente “Italiano” (?!). Citiamo solo due esempi all’inizio:

<[dopo] il 1420… l’interno della regione [istro – dalmata] rimane nelle mani degli Asburgo d’Austria, che favoriscono fin da allora l’elemento slavo in funzione antiveneziana>

<Al termine della grande guerra… Fiume è dichiarata inizialmente città libera. E solo grazie all’impresa di Gabriele D’Annunzio che al motto “Fiume o morte” occupa la città… viene proclamata a una folla festante l’annessione all’Italia>.

Qui sotto ci limitiamo a far notare i veri e propri errori storici, oltre che le principali “omissioni tendenziose” e le più evidenti falsità (dando qualche doveroso consiglio di approfondimento).

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1  Il “fascismo di frontiera” nelle terre “redente” al prezzo della carneficina del 1915-18, è ridotto alle sole misure di sostituzione dei funzionari locali coi “regnicoli” e di <abolizione della lingua slovena e croata> nell’insegnamento, nella stampa e nella toponomastica. IN REALTÀ la “snazionalizzazione” e la “bonifica etnica” furono molto più drastiche: i cambi forzati di cognome, le espropriazioni delle terre e le persecuzioni dei “ribelli” portarono all’esodo dalla “Venezia Giulia” fra 70 e 100 mila “alloglotti”. [cfr. Piero Purini, Metamorfosi etniche cap. 4.11].

2   <Con lo scoppio della guerra l’Istria, Fiume e Zara si trovano praticamente lungo il fronte>. AMBIGUO E PARZIALE.Le forze dell’Asse attaccarono la Jugoslaviasenza alcuna dichiarazione di guerra, iniziando con un bombardamento aereo su Belgrado che fece migliaia di morti. L’Istria orientale, Fiume, Zara, ma anche, più a nord, Postumia, Tolmino ecc. divennero fronte di guerra, ed i primi a pagare furono gli abitanti sloveni di quei territori, che per misura preventiva vennero trasferiti forzatamente dall’esercito italiano in zone più interne d’Italia. Di fatto l’esercito jugoslavo non attaccò mai il territorio del Regno d’Italia, mantenendosi sempre sulla difensiva per poi sfaldarsi.

3   I cenni alla <invasione della Jugoslavia nell’aprile del 1941> e <alla deportazione di migliaia tra militari e cittadini jugoslavi> sono gravemente riduttivi a fronte dei 29 MESI di occupazione italo-fascista, con le annessioni all’Italia di intere regioni slovene e croate, le feroci misure repressive (più di 12.000 morti, 800 villaggi devastati e incendiati nella sola “provincia di Lubiana”) e l’internamento di intere popolazioni (intorno a 100 mila fra uomini, donne e bambini) [cfr. la mostraTesta per dentecon relativa bibliografia: http://www.diecifebbraio.info/testa-per-dente].

4   < A differenza del resto del Paese, l’odissea per gli istriani, fiumani e dalmati ha inizio con l’8 settembre e la caduta del fascismo.> QUI i “lapsus” di Bernas sono ben tre:

– nel “resto del Paese” subito dopo l’8 settembre cominciarono le deportazioni e le stragi tedesche e fu fondata la R.S.I., ma tutto ciò per lui non fu un’odissea (!);

– si “dimentica” ancora che per gli istriani, fiumani e dalmati “alloglotti” l’odissea era cominciata ben prima (v. punto 1);

– l’8 settembre è la data dell’armistizio: Mussolini era “caduto” (imprigionato) il 25 luglio ’43 (ma i nazisti lo fecero “risorgere” due mesi dopo, e molti “ex” fascisti rimasero al loro posto nel Regno del Sud).

5   <Con lo sfaldamento delle istituzioni statali italiane, l’intero territorio si ritrova per oltre un mese alla mercé delle formazioni partigiane slovene e croate che incontrastate…>. IN REALTÀ Trieste, Pola e Fiume rimasero occupate dalle truppe tedesche; già a metà settembre ci furono scontri sanguinosi fra partigiani, in gran parte italiani, e le colonne tedesche in avanzata da Trieste verso Pola e da Pola verso Fiume; inoltre i bombardamenti di Pisino e di altri centri dell’Istria centrale iniziarono il 1° ottobre; la “operazione naufragio” di riconquista dell’Istria si concluse “grazie a più di 13.000 banditi uccisi o fatti prigionieri” (da un comunicato di Berlino del 13 ottobre) [rif.: C. Cernigoi, Operazione “Foibe” tra storia e mito, KappaVu 2005, pp. 124-128, che cita G. Scotti e G. Fogar].

6   < … procedono all’eliminazione fisica dei “nemici del popolo”… In pratica, tutti gli italiani.> BUM! In tutti i testi “credibili” il numero stimato è di alcune centinaia (fra cui sono da contare i caduti negli scontri coi tedeschi).

7   < La scure si abbatte perfino sui rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale… in un chiaro disegno di pulizia etnica.> RI-BUM! Nel settembre del ‘43 I C.L.N. ancora non c’erano (né in Istria né altrove)…mentre nei C.P.L. (Comitati Popolari di Liberazione) istriani c’erano parecchi italiani.

8   Sul martirologio delle “foibe” istriane e sui miti originati da testimonianze vere o presunte, comunque mai verificate né verificabili e spesso in contrasto fra loro, come quelli di Norma Cossetto , di don Angelo Tarticchio e delle intere famiglie che a Zara nel 1944 sarebbero state gettate in mare con pietre al collo dai “titini”, ci permettiamo come ricercatori “laici” e pensanti di esprimere le nostre profonde riserve, lasciando sospeso il giudizio fino al reperimento di prove certe1. Per ora, dunque, ci limitiamo a notare che le “versioni” scelte da Bernas sono fra le più orripilanti fra quelle che continuano a circolare negli ambienti irredentisti, e rinviamo ai meticolosi studi nel merito già pubblicati (a rischio di linciaggio) da Claudia Cernigoi:

http://www.diecifebbraio.info/2012/01/il-caso-norma-cossetto/http://www.diecifebbraio.info/2013/02/in-difesa-di-ivan-motika/.

9   <A subire la stessa sorte sono anche migliaia di sloveni e croati oppositori di Tito…. Un argomento che meriterebbe sicuramente un maggiore approfondimento.> A PARTE I SOTTINTESI (quale “sorte”? che tipo di “opposizione”? ) CIÒ CONFERMA che anche (e specialmente) nella Jugoslavia multinazionale e multietnica, come nel resto d’Europa, la Lotta di Liberazione — dalle occupazioni, dall’oppressione, dalle devastazioni, dalle rappresaglie, dalle deportazioni e dalle stragi compiute dalle potenze dell’Asse nella più tragica guerra della storia — dovette “fare i conti” anche (e soprattutto) con le milizie e gli sgherri nazi-fascisti e collaborazionisti locali, e che questo portò a strascichi drammatici. Altro che “pulizia etnica” contro gli italiani!… Quanto agli approfondimenti, vanno benissimo (noi qui ne consigliamo parecchi) quando servono per capire meglio i fatti e correggere gli errori, non per confermare ed aggravare i pre-giudizi (a proposito: Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti furono arrestati a Gorizia, non a Trieste).

10   In merito alle “bufale” sulla “foiba” (in realtà un pozzo di miniera abbandonato) di Basovizza che conterrebbe i corpi di <ben novantasette finanzieri> e da dove <gli anglo-americani hanno estratto 450 metri cubi di resti umani> non sprechiamo parole. Anche se nei siti “ufficiali” e nel “museo” costruito sul posto continuano a trovare spazio simili “notizie” per giustificare il fatto che il pozzo nel 1992 fu dichiarato “monumento nazionale” da Oscar L. Scalfaro, nessuno storico che abbia un minimo di dignità professionale oggi le racconta ancora, se non come ipotesi efficacemente contestate dall’esemplare studio di Claudia Cernigoi, cit., cap. V: La vicenda della “foiba” di Basovizza” [cfr. l’articolo reperibile qui:http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf]. Perfino su Wikipedia (dove peraltro alcuni interventi della “ricercatrice scomoda” sono stati censurati) è scritto solo al condizionale: “250 metri cubi occupati con materiali che sarebbero stati corpi umani”.

11   Sulla vicenda del naufragio della <nave cisterna Lina Campanella> il 21 maggio 1945, notiamo ancora una volta che Bernas nel suo entusiasmo di neofita si è lasciato trascinare nella citazione di un noto “diario”, quello di Mafalda Codan, senza accorgersi che questa “testimone” risulta squalificata perfino negli stessi ambienti irredentisti. L’esperto memorialista Guido Rumici infatti (che pure, al contrario di noi, sostiene la tesi della ”occupazione del suolo italiano da parte slavo-comunista” ) nel suo libretto del 2006 Storie di deportazione: Pola e Dignano – maggio 1945. Testimonianze di istriani reduci dalle carceri di Tito” racconta lo stesso episodio prendendolo dal diario di un altro testimone (tale Ernesto Mattioli) che ritiene evidentemente più attendibile della mitica Codan. Non sappiamo se costui “dice la verità”, ma siamo d’accordo con Rumici quando avverte che “le fonti orali risentono delle scelte personali compiute dai singoli, che spesso non tengono conto del complessivo clima storico e della globalità degli eventi in cui si inseriscono” e poi che “le testimonianze raccolte a distanza di molti anni dai fatti raccontati risentono dello scorrere del tempo e soprattutto degli inevitabili condizionamenti apportati dagli avvenimenti successivi” (p. 8). Di queste cose a Bernas (e Cristicchi), a quanto pare, “no’ je ne pò frega’ dde meno”…

12   <Nell’agosto del 1946, sulla spiaggia cittadina di Vergarolla, a Pola, ignoti fanno esplodere alcune mine di profondità ammassate sull’arenile…. Nessuno già allora aveva dubbi su chi potesse essere stato il mandante: l’OZNA, i servizi segreti jugoslavi.> AFFERMAZIONE DRASTICA, che stranamente ci ricorda quelle che circolarono in occasione di altre stragi terroristiche compiute nei decenni successivi in Italia… una per tutte (ma furono tante): vi dice nulla piazza Fontana? Beh, non possiamo metterci qui a rifare la storia della strategia della tensione. Possiamo solo avvertire che, specialmente quando c’è di mezzo la lotta per il potere, le risposte facili (e più propagandate) sono quasi sempre quelle sbagliate… e consigliare ancora un approfondimento: http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2013/09/STRATEGIA-DELLA-TENSIONE-IN-ISTRIA.pdf

13   IDEM per quanto riguarda <don Francesco Bonifacio>: http://www.diecifebbraio.info/2013/09/in-odium-fidei-il-martirio-di-don-bonifacio

14   E torniamo finalmente al “quadro storico”. Dopo aver dedicato più di quattro pagine (19-23) sostanzialmente a citare “racconti” su una serie di episodi avvenuti in quelle terre nel settembre del 1943 e dal maggio ’45 al settembre ’46 (16 mesi in tutto)2, ora Bernas sembra avere fretta di concludere. Dopo qualche cenno essenziale al <Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947>, al <Memorandum d’Intesa dell’ottobre 1954> e all’accordo del <10 novembre 1975 a Osimo […] che sancisce l’annessione della ex zona A [del “ Territorio Libero di Trieste”] all’Italia e della ex zona B alla Jugoslavia>, riassume in 22 righe le <diverse tappe, tra il 1944 e il 1956> (più di 12 anni) le successive ondate migratorie di <più di un quarto di milione di persone> [meno, secondo stime più attendibili, ma non facciamo i pignoli] che <decide di abbandonare la propria terra, spezzando una linea di continuità etnica esistente dall’epoca dei romani> [N.B.: evidente forzatura di origine fascista; semmai dall’epoca veneziana, ma con molte riserve, come spiega l’esaustivo saggio di Sandi Volk, L’ESODO – STRUMENTALIZZAZIONE E REALTA’, scaricabile da http://www.diecifebbraio.info/2012/03/lesodo-strumentalizzazione-e-realta ].

E’ SORPRENDENTE come di queste 22 righe ben 4 siano dedicate a <Fertilia, nei pressi di Alghero in Sardegna… [dove] ancora oggi campeggia un obelisco con il leone alato di San Marco e dove tutte le vie e le piazze sono intitolate a luoghi e città istriane e dalmate>: siamo grati a Bernas per questa fondamentale notizia storica!

15   Ma non è finita: in aperta contraddizione col titolo del libro (“Ci chiamavano fascisti….”), il nostro ineffabile autore conclude il suo <inquadramento storico> alle testimonianze che poi presenterà nel testo (una ventina) con una breve “appendice” dedicata alle ultime due, inserite nella <PARTE QUARTA: I TITINI ITALIANI E QUELLI DEL CONTROESODO>3. Ci mancava! Qui si legge (ovviamente) del <miraggio del socialismo reale>, del <”paradiso socialista” (che) si tramuta in inferno da un giorno all’altro>, dei <veri connotati dei piani di Tito: un imperialismo slavo nei Balcani> eccetera.

Ah, dimenticavamo: all’inizio di ciascuna delle quattro PARTI del testo ci sono ALTRI SPECIFICI CAPITOLI “INTRODUTTIVI”, lunghi da sei a nove pagine ciascuno. Ce ne siamo accorti solo dopo aver analizzato il primo, guardando l’indice. Non abbiamo avuto il coraggio di leggerli: ci bastava quanto abbiamo visto fin qui.

Che dire a questo punto? Per fortuna che questo non è un libro di storia… E per fortuna che anche lo spettacolo di Cristicchi non parla di storia!

[cfr.: http://www.diecifebbraio.info/2014/01/recensione-dello-spettacolo-magazzino-18-di-simone-cristicchi ].

La Redazione di Diecifebbraio.info

 

Note

1 …molto difficili ma non sempre impossibili da trovare, come si è verificato p. es. nel caso di un altro famoso “mito”: quello di Graziano Udovisi (cfr. Pol Vice, La foiba dei miracoli, KappaVu 2008), che oggi solo il buon Bruno Vespa ha ancora il coraggio di citare come “il sopravvissuto dalla foiba” (cfr. lo speciale Porta a porta del 10 febbr. u.s.), circondato da un pubblico composto esclusivamente da “testimoni fidati” per evitare altre figuracce come quella storica di due anni fa (rif. 13 feb. 2012, Alessandra Kersevan a “Porta a porta” ).

2 Trascurando completamente il periodo dell’Adriatisches Küstenland (da lui eufemisticamente definito <realtà separata della Repubblica Sociale Italiana>), cioè i 19 mesi di terrorein cui al dominio del regno italo-fascista si sostituì quello ben più “efficiente” delreich tedesco-nazista

[cfr.: http://www.carnialibera1944.it/documenti/adriatischeskustenland.htm ].

3 I racconti di Erio Franchi e di Dino Zanuttin peraltro appaiono in sostanza sinceri, nonché ricchi di spunti di riflessione sulle drammatiche conseguenze che ebbe, per chi combatté con ideali “internazionalisti” in quelle tormentate “terre di frontiera”, la repentina sovrapposizione alla “Liberazione” appena conquistata di nuovi conflitti, a diversi livelli: da quello geopolitico a quelli locali (e personali). Accenniamo solo alla incombente “guerra fredda” fra il “blocco capitalista” anglo-americano e quello “comunista” sovietico, nonché, all’interno di quest’ultimo, alla lotta politico-ideologica fra i “cominformisti” agli ordini di Stalin (a cui aderì il PCI di Togliatti) e i “dissidenti” del PCJ, con le rispettive “scomuniche” e l’arroccamento di Tito su posizioni interpretate dai suoi avversari come “nazionalistiche”. L’argomento è tuttora oggetto di discussioni e degno di approfondimenti per chi ne è sinceramente interessato.

 

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