“LE MENTI DEL DOPPIO STATO”. UNA RECENSIONE

Abbiamo in altre occasioni stigmatizzato come il giornalista Giovanni Fasanella sia uso a scrivere testi nei quali, partendo da documentazione dei servizi angloamericani che descrivono una marea di attività eversive anticomuniste a fronte di una organizzazione difensiva delle sinistre, riesce a trasmettere il messaggio che i veri nemici della democrazia che si stava formando in Italia non erano i nostalgici del fascio arruolati dagli Stati Uniti per frenare il comunismo, ma i comunisti, dai quali era necessario difendersi anche in preventivo, cioè pur in assenza di qualsivoglia azione illegale da parte loro. Del resto Fasanella ha a lungo collaborato con l’ex presidente della Commissione stragi, il diessino Giovanni Pellegrino che nel 1997 aveva rilasciato un’intervista al mensile Area (espressione della cosiddetta destra sociale) nella quale diceva che «una volta chiarite le foibe si riuscirà a capire la storia interna del paese: perché gli uomini della destra radicale e i partigiani bianchi si sono uniti in gruppi clandestini anticomunisti»[1]. Infelice presa di posizione, questa, che prelude ad una serie di lavori che possiamo definire giustificazionisti, nel senso che giustificano la creazione non solo della Gladio, ma anche dei “gruppi clandestini anticomunisti”, lavori tra i quali possiamo inserire anche lo studio di Giacomo Pacini, “Le altre gladio” (Einaudi 2014)[2].

Nell’ultimo lavoro di Fasanella, “Le menti del doppio stato”, scritto con Mario J. Cereghino (Chiarelettere 2020), i limiti e le pecche del suo modo di fare informazione emergono forse ancora più chiaramente che nei testi che lo hanno preceduto, fatto salvo forse il suo peggiore prodotto, “Terrore a Nordest” scritto con Monica Zornetta (BUR 2008), nel quale compare una tale sequela di falsità che riteniamo dovrebbe essere tolto dal mercato ai sensi dell’art. 656 del Codice Penale, quello che punisce la diffusione di «notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico», e nel quale, va precisato, appaiono svariate affermazioni (non rispondenti al vero) che verranno poi reiterate nel libro che andiamo a recensire, e che evidenzieremo in seguito. Per dare solo un rapido esempio dell’attendibilità di quanto pubblicato in questo testo, riportiamo quanto si legge a pag. 17, e cioè che «tra i centri sociali più strettamente legati» al Da Molin di Vicenza ed al Gramigna di Padova, indicati come facenti parte del «multiforme e variegato mondo dell’antagonismo sociale» che secondo gli autori rappresenterebbe «l’involucro protettivo delle nuove BR» ce ne sarebbe anche «uno a Trieste che ha scelto di chiamarsi Gruppo Primo Maggio 1945: è la data di ingresso in città del IX Korpus jugoslavo di Tito». In questo salto logico carpiato con l’asta vediamo come si possano accorpare i “fiancheggiatori” delle “nuove BR” con i “nostalgici titini”: peccato che, senza voler entrare nel merito dei (peraltro non esistenti) rapporti tra brigatisti e centri sociali, a Trieste non è mai esistito un centro sociale con quel nome: il Gruppo Primo Maggio 1945 è stato un collettivo di persone (circa una decina) che ha fatto normale attività politica con volantinaggi e manifestazioni pubbliche, ma non ha mai neppure espresso l’intenzione di trasformarsi in un centro sociale.

Tornando al libro che intendiamo recensire, è innanzitutto interessante che gli autori esordiscano con tale curioso preambolo: «questo libro (…) non è un trattato di storia ma un’inchiesta giornalistica. Con tutti i limiti del genere (…) ma anche, si spera, con tutta la libertà».

Una libertà che però non dovrebbe arrivare fino al punto da ignorare le più basilari regole di deontologia professionale, quali la verifica delle fonti e dell’attendibilità delle medesime, come intendiamo spiegare nelle pagine che seguono.

In seguito alla collaborazione con il “cacciatore di documenti” Mario Cereghino, che ha raccolto, con un lavoro pluriennale e degno di tutto rispetto, negli archivi britannici e statunitensi una mole considerevole di documentazione, Fasanella ha iniziato un nuovo filone del suo lavoro dopo i libri-intervista scritti con Giovanni Pellegrino, con l’ex brigatista Alberto Franceschini, con il giudice Rosario Priore, per citare solo i lavori più importanti. Dopo “Il golpe inglese” del 2011 (anch’esso edito da Chiarelettere), anche in questo testo vengono presentati documenti tratti dagli archivi dei Servizi segreti britannici, dai quali documenti (per lo più informative, va premesso) sono state estratte frasi o concetti descrittivi della situazione italiana dagli ultimi mesi di guerra in poi. Avevamo già visto Cereghino fare lo stesso tipo di lavoro assieme al purtroppo prematuramente scomparso ricercatore siciliano Giuseppe Casarrubea, il quale però aveva uno stile di lavoro diverso rispetto a quello di Fasanella: Casarrubea non si limitava a stralciare frasi dall’uno o dall’altro rapporto pubblicandole acriticamente, ma cercava di dare ai contenuti delle informative una contestualizzazione analitica ed un inquadramento storico basato anche su altre fonti.

Ne “Le menti del doppio stato” non solo questo lavoro analitico manca, ma gli autori sembrano accogliere senza riserve il contenuto delle varie “informative” prese in considerazione. Va ricordato (lo abbiamo più volte ribadito) che una “informativa” è nulla più di una relazione che funzionari dei Servizi inviano ai superiori su quanto comunicato da una fonte, generalmente anonima o con un nome in codice (tra l’altro nei documenti citati nel libro non si trova quasi mai il nome, neppure quello in codice, dell’informatore), che a sua volta riferisce di quanto è venuto a conoscere. Tali informazioni, se non vengono suffragate da altra documentazione valida non possono essere considerate documenti definitivi, ancorché “ufficiali” (termine questo molto caro a chi pensa di fare ricostruzione storica in tale modo, anche se non intende scrivere un “trattato di storia” ma solo una “inchiesta giornalistica”). Ed il grosso difetto di questo libro è proprio che quanto appare nei documenti citati viene preso per verità rilevata pur in assenza della ben che minima ricerca di conferma o smentita di quanto riportato.

Le “bufale” contenute in queste trecento pagine sono tante e tali che non possiamo, per motivi di spazio, smentirle tutte in maniera approfondita. Iniziamo da un capitolo centrale, quello che riguarda vicende delle nostre terre (l’argomento che meglio conosciamo), dal titolo “Lo sconfinamento francojugoslavo e la scommessa anglotitina sul caos”.

Tralasciando la seconda parte del titolo, che ci è francamente oscura, diciamo innanzitutto che in lingua italiana il significato di “sconfinamento francojugoslavo” sarebbe che francesi e jugoslavi hanno sconfinato assieme da qualche parte: leggendo il capitolo però si vede che gli autori parlano di due “sconfinamenti” diversi, francesi ad ovest e jugoslavi ad est.

In realtà parlare di sconfinamento nel caso in cui un esercito belligerante occupa militarmente uno stato nel corso di una guerra e nel rispetto degli accordi alleati è un po’ scorretto: gli statunitensi sono “sconfinati” in Sicilia nell’estate del 1943? Lo sbarco in Normandia è stato uno “sconfinamento” britannico in Francia? Noi diremmo di no. Inoltre, per quanto riguarda l’est, di quale confine si parla? Del confine di Rapallo? Del confine esteso alla “provincia di Lubiana” dopo l’aggressione nazifascista del 1941? In ogni caso sarebbe una imprecisione, perché il confine italiano all’epoca era arretrato al Veneto, dato che dopo l’8 settembre 1943 il territorio già italiano del Friuli, la Venezia Giulia, l’Istria, Fiume e l’occupata “provincia di Lubiana” era stato annesso dal Reich con la denominazione di Adriatisches Küstenland e confinava ad est con la Croazia occupata, che faceva però ancora parte della Jugoslavia. Di conseguenza il territorio che viene presentato come oggetto di sconfinamento jugoslavo non faceva più parte dell’Italia: per quanto strano possa sembrare, l’Esercito jugoslavo aveva di fatto occupato un pezzo di Germania.

Questo tipo di linguaggio, se pure errato sia da un punto di vista storico quanto da quello lessicale, è però funzionale alla suggestione che si vuole trasmettere: e cioè trasformare l’Italia dalla nazione che all’inizio della Seconda guerra mondiale aveva invaso sia la Francia ad ovest che la Jugoslavia ad est, ad una nazione “vittima” di coloro che erano stati invasi pochi anni prima.

Leggiamo adesso l’incipit del capitolo: a Trieste «sventolava minaccioso il vessillo blu, bianco e rosso con la stella a cinque punte al centro», e poi «i partigiani comunisti jugoslavi (…) imposero la loro legge. Brutale, sanguinaria, vendicativa»; ed ancora (poco più sotto) «i nuovi padroni non riconobbero il CLN come legittimo rappresentante della comunità antifascista e organo del governo provvisorio. Imposero il coprifuoco, il passaggio all’ora legale (…) consentirono al loro famigerato Servizio segreto, l’OZNA, di imperversare ovunque con terribile efficacia: omicidi, sequestri di persona, esecuzioni sommarie e migliaia di cadaveri gettati nelle foibe della Venezia Giulia, dell’Istria, della Carnia e della Dalmazia»; infine «comportamenti così brutali, accompagnati da processi di slavizzazione forzata, resero ancora più evidenti le intenzioni di Tito di annettersi un’area vastissima sino al fiume Tagliamento ed anche oltre»[3].

A questo punto non possiamo fare a meno di osservare che non ci saremmo stupiti di leggere tali luoghi comuni, basati su falsità propagandistiche nazionalfasciste, sulle pagine della rivista Il Candido degli anni ’50, ma che, essendo invece state scritte da un giornalista formatosi all’Unità, danno davvero da pensare (e non bene).

Chissà perché, ci domandiamo, i vessilli di chi non si ritiene “amico” sono “minacciosi”, così come sono “famigerati” i suoi servizi segreti (mai una volta che nel libro si legga della “famigerata” CIA, o del “minaccioso” vessillo col tricolore italiano ed il simbolo dei Savoia, che pure hanno commesso molti più crimini, in pace ed in guerra, che non l’OZNA e la Jugoslavia di Tito). Ma, detto un tanto, vediamo di dirimere un paio di cose.

Gli Jugoslavi non riconobbero il CLN come legittimo rappresentante degli antifascisti perché il CLN era uscito dal CLNAI in quanto non aveva voluto conformarsi alle direttive nazionali di collaborazione con la resistenza jugoslava, ed il suo presidente, don Edoardo Marzari, aveva addirittura impedito al Partito Comunista (che invece col CLNAI aveva mantenuto i rapporti) di fare parte del CLN giuliano. Il coprifuoco c’era già da prima (quando gli Jugoslavi arrivarono a Trieste era in corso una guerra mondiale, anche se ogni tanto sembra che gli autori di questo libro se ne dimentichino) e fu confermato anche nelle zone liberate dagli angloamericani (a Trieste rimase in vigore fino a novembre 1945, ben dopo che gli Jugoslavi avevano lasciato la città all’amministrazione angloamericana). Non vi fu un passaggio all’ora legale, ma venne ripristinata l’ora solare (il 3 aprile precedente l’amministrazione nazista della città aveva proclamato “l’ora estiva”, con lo spostamento delle lancette avanti di un’ora): considerando che Trieste ha lo stesso fuso orario di Belgrado, i “titini” non avevano alcun bisogno di inventarsi un’ora legale per uniformare l’orario delle due città.

Gli autori non considerano inoltre che gli Jugoslavi erano “alleati”, sullo stesso piano di Gran Bretagna, URSS e USA, e come tali avevano il diritto ed il dovere di insediare un proprio governo provvisorio ed i CVL locali dovevano consegnare loro le armi, esattamente come negli altri territori dove erano arrivati gli altri alleati.

Dell’asserito “imperversare” dell’OZNA abbiamo già detto più volte, qui ribadiamo soltanto che fu grazie al controllo dell’OZNA che a Trieste e a Gorizia non si ebbero quelle giustizie sommarie come nel resto del Nord Italia, perché chi veniva arrestato dalle formazioni regolari non fu liquidato sbrigativamente, e le vendette personali furono molto limitate. Aggiungiamo che nelle foibe non finirono “migliaia di cadaveri” ed in Carnia (dove gli Jugoslavi non arrivarono, peraltro) non vi sono “foibe”, come pure non ve ne sono in Dalmazia (del resto se nella bibliografia sull’argomento viene indicato Foibe di Gianni Oliva, si comprende come gli autori non siano in grado di scrivere coerentemente in merito). Ed infine, se per “slavizzazione forzata” si intende il ripristino dei cognomi sloveni e croati italianizzati, questi sì forzatamente, nei venti anni precedenti e la riapertura di scuole di madrelingua per i bambini e ragazzi non italiani, evidentemente chi ha scritto un tanto ha delle gravi carenze di fondo nella propria preparazione storica (oppure ha un altrettanto grave pregiudizio nazionalista). E non vale premettere che si intende scrivere solo un’inchiesta giornalistica, perché scrivere cose sbagliate solo perché non ci si è presi la briga di studiare almeno i fondamentali, non è accettabile.

Infine, per quanto riguarda le “intenzioni” di Tito di annettersi «un’area vastissima sino al fiume Tagliamento e oltre», viene da chiedersi: ma che informative hanno letto gli autori, quelle dei servizi della Decima Mas? Ebbene, probabilmente sì, perché più avanti viene citato l’agente britannico Piave, al secolo Cino Boccazzi, che cercò un collegamento tra la Decima Mas di Borghese e le brigate Osoppo, le cui informative redatte ancora nel corso della guerra (che non vengono citate in questo libro, ma sono di pubblico dominio) sono zeppe di menzogne come questa, prive di alcun fondamento di verità, il cui unico scopo era di gettare discredito sul movimento di liberazione jugoslavo, rendendolo inviso agli alleati britannici. Le informative di agenti italiani al servizio dei britannici (come gli agenti inquadrati nella Rete Nemo, la struttura cogestita dal SIM italiano e dall’Intelligence Service britannico operante nel corso del conflitto, alla quale abbiamo dedicato uno studio specifico[4]) sono piene di notizie false e calunniose sulla Resistenza comunista ed internazionalista, e spesso tali informazioni appaiono chiaramente inattendibili per chi conosce i fatti come realmente si svolsero: un’ulteriore dimostrazione del fatto che non si possa accettare come verità inoppugnabile ciò che appare nelle informative, che richiedono, appunto, una verifica alla luce degli altri elementi storici, più o meno noti.

Troviamo altre letture errate di fatti storici: ad esempio quando si parla dell’organizzazione partigiana Otto di Genova, che non fu, come sostengono gli autori, organizzata come «specchietto per le allodole» dall’agente triplogiochista Luca Ostèria, né fu il nucleo da cui nacque la Franchi di Edgardo Sogno; mentre il Terzo Fronte poi citato non fu neppure una organizzazione, ma una mera invenzione dello stesso Ostèria, ed i Tigrotti descritti come il suo braccio armato non esistevano, erano anch’essi un’invenzione creata per confondere e depistare i servizi inglesi. Gli autori dicono di essersi basati per queste descrizioni sui documenti dei servizi britannici, e questa è la plateale dimostrazione di come sia necessario leggere anche qualcosa d’altro oltre alle “informative”, perché la storia della Otto organizzata dal medico comunista Ottorino Balduzzi, è bene ricostruita non solo da Franco Fucci nel suo “Spie per la libertà”, ma anche dallo stesso Sogno[5]; così come non corrisponde al vero che Sogno ed Ostèria fecero evadere «diversi prigionieri detenuti dai tedeschi», tantomeno il dirigente della Resistenza Ferruccio Parri. Nei fatti, Sogno tentò un colpo di mano per liberarlo ma fallì e rimase egli stesso nelle mani dei nazisti. Per amore di aneddotica citiamo quanto lo stesso Ostèria dichiarò a Fucci: «Sogno (…) era un mitomane al quale, quando ebbe la bella pensata di tentare la liberazione di Parri (…) bisognava tirare giù i calzoni e dare una bella sculacciata»[6].

Nell’insieme, per quanto riguarda il periodo della Resistenza, nel libro viene fatto un grosso minestrone in cui si parla delle missioni alleate che cercavano contatti con la Decima e degli agenti del Reich che cercavano contatti con gli angloamericani, tutte vicende che andrebbero contestualizzate nell’ambito dell’operazione Sunrise per la resa separata, della quale però non viene fatto il minimo cenno: probabilmente perché nelle informative consultate (ovviamente) non se ne parla. Sembra in effetti che i due autori non abbiano inteso andare al di là di quanto scritto nella documentazione dei servizi, nonostante sulle vicende controverse della guerra di liberazione in Italia e del ruolo dei vari servizi segreti che vi operarono, vi sia una letteratura piuttosto corposa, all’interno della quale consiglieremmo agli autori di questo libro di leggere almeno “L’altra resistenza” di Peter Tompkins, che fu agente dell’OSS nel nostro Paese e descrisse in modo molto lucido e con un’ammirevole onestà intellettuale la situazione del tempo.

Prima di approfondire altri argomenti, facciamo qualche breve appunto: il “conte rosso” Loredan si chiamava Pietro e non Jacopo; a pilotare l’aereo che portò in Spagna il generale Mario Roatta, sottraendolo alla giustizia italiana, fu Adalberto Titta, agente del sevizio segreto detto l’Anello (ciò risulta da indagini giudiziarie basate su una serie di documenti e testimonianze sul ruolo di quel servizio rimasto segreto – nel senso di totalmente sconosciuto – fino alla fine degli anni ’90[7]) e non il massone esoterico Giuseppe Cambareri; leggere che il comandante dei Gamma della Decima Mas, Eugenio Wolk, era considerato «filorusso a causa delle sue origini ucraine», fa cadere le braccia, dato che il collaborazionismo ucraino con il nazismo era animato non solo da motivazioni ideologiche anticomuniste, ma anche dal nazionalismo ucraino che vedeva i russi come invasori; sorvoliamo infine (perché la smentita richiederebbe uno studio specifico) sulle diffamazioni contro Cino Moscatelli, accusato di avere lavorato per organizzare, assieme ad altri dirigenti del PCI come Pietro Secchia, un’insurrezione armata nel dopoguerra, il Moscatelli che viene ad un certo punto liquidato sbrigativamente come l’«irrequieto sindaco di Novara» che sarebbe stato «influenzato dalla sua amante Maria» con la quale aveva trascorso l’infanzia nella Venezia Giulia (detta così sembra che i due sarebbero stati amanti fin dall’infanzia, ma probabilmente il richiamo alla Venezia Giulia era necessario per creare un’altra suggestione di collegamento con gli “slavocomunisti”).

Del gossip viene fatto anche sulla figura del dirigente comunista Vittorio Vidali, sul quale si fantastica (abbandonata, si spera, la balzana ipotesi esposta in “Terrore a nordest” che fosse lui il “grande vecchio” delle Brigate Rosse[8]) che avrebbe addirittura cercato di eliminare il segretario del suo Partito, Palmiro Togliatti, considerato un ostacolo, un peso morto, dagli “jugosovietici” (insomma, dai francojugoslavi agli jugosovietici il passo è breve, anche se all’epoca in cui Togliatti subì un attentato – per mano fascista, non di un emissario dell’OZNA, va specificato – la rottura tra Tito e Stalin si era già consumata).

Vidali avrebbe dunque cercato di assassinare il suo segretario nazionale in un modo talmente subdolo da sfiorare il ridicolo: aveva omesso di provvedere a coprire il palco da cui Togliatti doveva assistere alla manifestazione del Primo maggio 1955 a Trieste, ed il leader comunista, già cagionevole per i postumi dell’attentato fascista subìto nel 1948 e l’incidente stradale (ipotizzato come altro attentato in questo libro) del 1950, al momento di parlare si era sentito male, a causa di un colpo di sole degenerato in congestione venosa. Non volendo fare torto all’intelligenza di un uomo come Vidali, pensiamo che se avesse veramente voluto eliminare qualcuno (ma non vediamo alcun motivo per cui avrebbe dovuto eliminare il suo segretario nazionale, col quale non aveva divergenze tali da giustificare un atto simile) avrebbe scelto un metodo più sicuro. E, non paghi di avere gettato questo sospetto sulla figura di Vidali, gli autori insistono spiegando che su lui «pesava il sospetto» di avere organizzato l’attentato a Trotsky (sospetto smentito in più occasioni, peraltro) e di «avere persino architettato l’uccisione della sua giovane compagna di vita» Tina Modotti. Al di là del fatto che non è corretto gettare “sospetti” di questo tipo qua e là senza approfondire la questione, senza dire che le prove sono inesistenti, vorremmo evidenziare il linguaggio usato per definire Tina Modotti: “giovane compagna”. Termini che creano la suggestione che si trattasse di una ragazza inesperta molto più giovane dell’uomo con cui conviveva da anni, mentre la realtà è ben diversa: quando morì (per infarto, detto per inciso) Tina Modotti aveva 44 anni, due più di Vidali, militava nel Partito comunista messicano da ben prima di incontrare Vidali e dopo essere stata espulsa dal Messico aveva lavorato come agente sovietica e per il Soccorso Rosso in Germania, in Spagna durante la guerra civile ed infine a Mosca.

Proseguiamo con altre suggestioni contenute in questo libro. Sulla questione dell’attentato di via Rasella e della successiva rappresaglia delle Fosse Ardeatine, leggiamo che «si è insinuato che (l’attentato di via Rasella, n.d.r.) fosse stato organizzato dal PCI clandestino al solo scopo di sbarazzarsi della concorrenza alla sua sinistra», in quanto furono fucilati tutti i dirigenti, fatti prigionieri tempo prima, dell’organizzazione Bandiera Rossa che aveva posizioni più radicali rispetto al PCI. Al di là dell’infamia di tale sospetto, non suffragato da alcuna prova, resta comunque il dubbio di come gli attentatori avrebbero potuto prevedere quali prigionieri i nazisti avrebbero prelevato dalle carceri per poi fucilarli. E se il vuoto di Bandiera Rossa sarebbe poi stato riempito (come suggeriscono gli autori), con un’opera di infiltrazione, da uomini agli ordini dell’esoterista Giuseppe Cambareri e dell’ambiguo generale Roberto Bencivenga (col quale il PCI era in forte polemica per le sue posizioni attendiste nei confronti dei fascisti), quale guadagno ne avrebbe avuto il Partito comunista?

Passando al dopoguerra, leggiamo che «a partire dal maggio 1945 il Triveneto fu investito da un’impressionante ondata di violenza»[9]. A parte che ciò non fu, quale situazione si viveva invece, secondo gli autori, fino a quel momento? Una situazione idilliaca di pace? Non c’era una guerra mondiale? Tre quarti del “Triveneto” (letteralmente il “Triveneto” comprenderebbe Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige, regioni che ebbero storie del tutto diverse tra di loro ed anche all’interno di esse, quindi tale definizione non significa nulla) erano stati annessi al Reich, bombardamenti, rastrellamenti, deportazioni, arresti e torture, fucilazioni furono per anni all’ordine del giorno, ma secondo gli autori l’impressionante ondata di violenza sarebbe venuta solo dopo la Liberazione. È però un vecchio cavallo di battaglia dei fascisti nostalgici del passato regime, sostenere che fino all’arrivo dei partigiani si viveva bene, nonostante guerra e nazifascismo, ed è notevole che venga “riciclato” dagli autori di questo libro.

L’unico evento che viene citato di questa “impressionante ondata di violenza”, è l’eccidio di Schio: il 6 luglio 1945, 54 prigionieri fascisti furono eliminati sbrigativamente da alcuni partigiani (tra i quali anche alcuni infiltrati), sull’identità dei quali poi si sono sbizzarriti i redattori delle informative, come quella in cui si legge che una «fonte assolutamente degna di fede» (peraltro non identificata) avrebbe detto che l’assalto era stato programmato da «emissari croati dell’OZNA». Cosa ci facessero a Schio, in provincia di Vicenza (un po’ fuori sede?) emissari croati dell’OZNA nel luglio 1945 non viene detto, ma forse una spiegazione ci può venire da una breve rassegna stampa citata nel libro: il titolo apparso il 6/11/45 sul quotidiano Italia Nuova: «cinque dei massacratori di Schio si sono rifugiati nell’OZNA»[10], diventa in dicembre sul Secolo XIX «l’assalto compiuto a Schio fu dovuto all’azione di emissari croati dell’OZNA».

In pratica, i partigiani veneti accusati per l’eccidio di Schio e rifugiatisi in Jugoslavia per evitare l’arresto, diventano “emissari croati dell’OZNA”. Notevole salto logico operato dalla stampa dell’epoca, che avrebbe dovuto essere evidenziato in una lettura critica dei fatti, che naturalmente non è stata fatta dagli autori del libro.

Sarebbe troppo lungo analizzare tutte le informative citate che segnalano in modo allarmistico una presunta attività eversiva comunista dopo la fine della guerra: la presenza di «nuovi GAP» nel Nord Italia; una «quinta colonna partigiana del PCI» che sarebbe stata «pronta a scatenare la rivoluzione in tutto il Nord, il primo passo verso l’unione tra una repubblica popolare nell’Italia settentrionale e la Jugoslavia comunista»; addirittura «l’OZNA e le sue troike seminavano morte e terrore in mezza Italia», con agenti jugoslavi che avrebbero preso il controllo del PCI nel Triveneto da prima della fine della guerra e poi avrebbero arruolato una «armata rossa italiana» con base a Padova, riciclando anche ex fascisti. Fa riflettere che chi ha preso fideisticamente atto di queste informative non sia stato colto da nessun dubbio sulla loro attendibilità, considerando che, anche se un’attività del genere (pur in assenza di conferme reali) vi fosse stata, alla fine non è accaduto nulla, nessuna insurrezione, nessuna strategia terroristica. Già ci sembra difficile credere che l’OZNA potesse seminare terrore in mezza Italia, ma se un tanto fosse accaduto, qualcuno se ne sarebbe pure accorto, no? Le cronache dei giornali ne avrebbero parlato, gli storiografi lo avrebbero rilevato, ma non risulta che nel periodo vi siano stati eventi terroristici, provocati da “slavocomunisti” o semplicemente comunisti.

Ed è un peccato che dopo avere letto le informative che parlano di queste “troike” gli autori non abbiano fatto altre ricerche, come invece ha fatto la storica Alessandra Kersevan che rileva (quanto segue è tratto dal suo nuovo studio sulla vicenda di Porzûs, a breve in libreria) che il Capo della Polizia Luigi Ferrari nel 1946 causò un incidente diplomatico tra Italia e URSS. Su l’Unità del 5/12/46 fu pubblicato il testo di una “circolare segreta” inviata da Ferrari a tutti i Questori d’Italia, «in cui sosteneva che un’organizzazione chiamata “Trojka” costituita da agenti comunisti italiani, jugoslavi e sovietici sarebbe stata operante in Italia per organizzare attentati contro le truppe alleate e sovvertire l’ordine pubblico. Il quotidiano comunista, rilevando la intrinseca “idiozia burocratica” e fantasiosità del testo (vi si diceva, tra l’altro, che gli aderenti a questa “Trojka” erano legati da un patto di sangue e dall’obbligo del suicidio in caso di fallimento), chiedeva ufficialmente al primo ministro e al ministro degli Interni (entrambi impersonati da De Gasperi) di spiegare il senso di una simile circolare che mobilitava “tutto l’apparato dello Stato contro una delle Nazioni alleate”. La cosa creò grande imbarazzo in De Gasperi e fu risolta da Pietro Nenni, ministro degli Esteri, con una nota in cui chiedeva scusa all’URSS». Tutto ciò avveniva mentre erano in atto le trattative di pace per la definizione del confine orientale e, conclude la studiosa (che ringraziamo per questa condivisione) «dà l’idea degli scopi e metodi delle istituzioni dello stato italiano use a creare false informative anticomuniste».

Vediamo altre informative, riportate acriticamente nonostante si presentino (almeno per noi) come poco credibili di per se stesse, iniziando da quella che riguarda un montenegrino, Arsenio Arsa Milatović, che a Roma agiva sotto copertura jugoslava presso l’Allied Advisory Council, ed aveva cominciato ad addestrare i gruppi d’azione dell’apparato comunista alla «guerra per bande e alla guerriglia urbana, ispirandosi all’esperienza dell’esercito di liberazione jugoslavo».

Che in Jugoslavia la guerra partigiana si sia svolta in territori geograficamente diversi da quelli che si potevano trovare in Italia, e che guerriglia urbana praticamente non vi fu, non fa sorgere alcun dubbio negli autori sul fatto che tale esperienza ben poca “ispirazione” avrebbe potuto fornire ad un’attività “similare” da svolgere in Italia a guerra finita?

In un’altra informativa un certo tenente polacco Aksan parla di un piano insurrezionale previsto per i primi di maggio 1946, che si sarebbe attivato dopo l’avanzata verso Trieste dell’Armata rossa e del maresciallo Tito. Da dove sarebbe venuta l’Armata Rossa, che in Jugoslavia si era fermata a Belgrado? Da Vienna, forse, dove si era stabilita dopo avere liberato una parte della capitale austriaca? Di fronte a queste palesi bufale, Fasanella sostiene che «è improbabile che Aksan avesse frainteso o alterato deliberatamente il senso del messaggio». Anche noi pensiamo improbabile tutto ciò, ci viene in mente piuttosto che si tratti di una cosa inventata di sana pianta, e proposta a chi non aveva chiara la situazione generale dell’epoca.

Poi troviamo un rapporto d.d. 6/9/46 che parla di una «scuola politica comunista per allievi italiani» aperta a Lubiana dalla VDV. Evidentemente sia l’autore di questa informativa, sia chi oggi la avalla, non sono al corrente che la VDV, cioè la Vojška Državna Varnosti (Esercito per la difesa dello stato), era un servizio informativo che fu sciolto nel 1944 e inglobato nel KNOJ (Korpus Narodne Odbrane Jugoslavije) la difesa popolare jugoslava inquadrata nell’OZNA, e quindi nel 1946 non esisteva più da tempo. Ma, a parte questo, l’informativa aggiunge che gli agenti della VDV venivano reclutati non solo tra i membri del Partito comunista (e ci sembra ovvio), ma venivano anche cercati «criminali comuni e soggetti particolarmente crudeli e brutali». Come se un corpo di eccellenza dell’intelligence jugoslava in tempo di guerra partigiana potesse contemplare l’idea di riempire i propri ranghi di persone inaffidabili: è innegabile che vi sia stato qualche “reclutato” anche tra persone di dubbia onestà e fede politica, ma si trattò di casi sporadici e sicuramente non voluti dai comandi jugoslavi (che quando li scoprivano provvedevano ad arrestarli e processarli).

Inoltre, nonostante gli autori pubblichino documentazione da cui risultano chiare le manovre di infiltrazione (fasciste o comunque anticomuniste) nella Resistenza prima e nelle organizzazioni comuniste poi (azioni queste non solo provocatorie di per sé, ma finalizzate anche al compimento di atti che suscitassero discredito sui comunisti), alla fine tutto ciò viene liquidato in «commistioni tra rossi e neri», come se i “rossi” fossero stati consapevoli e concordi nel farsi infiltrare da agenti provocatori.

In sintesi, in questo libro vengono denunciate una quantità di intenzioni o possibilità eversive dei comunisti e degli jugoslavi in Italia, progetti dei quali però non risulta si siano in alcun modo concretizzati, mentre dalle stesse pagine emerge invece la concreta attività terroristica antidemocratica di fascisti e monarchici, pagati dagli industriali e sorretti dallo “stato parallelo” in cui operavano i servizi italiani e soprattutto l’Arma dei Carabinieri che avrebbe fornito supporti logistici ai nostalgici del vecchio regime, gruppi eversivi che si opponevano alla nuova Italia che stava sorgendo dopo la Resistenza e la sconfitta del nazifascismo. Fu questo il “terrore” vissuto dall’Italia in quegli anni, non certo causato dalle mai esistite “trojke” descritte da Fasanella e Cereghino in base a documenti non verificati. Ricordiamo inoltre che nella provincia di Trieste (all’epoca Zona A del Territorio Libero di Trieste amministrata da un Governo militare angloamericano), attraverso finanziamenti dell’Ufficio Zone di Confine (dipendente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) furono organizzate formazioni armate che non si limitarono solo ad addestramenti paramilitari in previsione di una lotta armata contro il GMA, ma diedero vita, in funzione anticomunista e antislovena a scontri di piazza violenti, aggressioni ed attentati terroristici che causarono diversi morti e decine di feriti[11].

Attività tutte queste messe in luce dal puntiglioso lavoro di ricerca condotto già nei primi anni 2000 da Casarrubea, anche in collaborazione con lo storico Nicola Tranfaglia, del quale lavoro l’allora coautore Cereghino (ora collaboratore di Fasanella) sembra non avere conservato alcuna memoria, se firma un libro nel quale vengono capovolte e mistificate le risultanze storiche di quanto precedentemente scritto.

Infine un breve accenno all’attività di intelligence (ma non solo) dell’808° Battaglione di Contro Spionaggio (CS), formazione derivata in parte dalla Rete Nemo (cui abbiamo precedentemente accennato) e costituita in gran parte da carabinieri[12].

Gran parte delle informative che vengono citate in libri che trattano queste tematiche provengono proprio da notizie fornite ai servizi angloamericani dagli agenti dell’808° Battaglione di CS, come ad esempio (ne ha parlato per primo proprio un libro curato da Cereghino con il giornalista triestino Fabio Amodeo), la spesso citata informativa sulla strage di Vergarolla, che attribuisce la responsabilità dell’attentato (attentato che non è mai stato definitivamente accertato come tale, va detto per inciso, perché è sempre rimasta aperta l’ipotesi che si sia trattato di un tragico incidente dovuto all’incuria di chi avrebbe dovuto disinnescare le bombe, un gruppo di artificieri della Marina italiana, provenienti da Venezia, nei quali erano stati anche “riciclati” alcuni uomini dei Gamma, i sabotatori della Decima comandati da quell’Eugenio Wolk che abbiamo incontrato prima) ad un non meglio identificato “Giuseppe Kovacich”: tale informativa, ancorché solo “informativa” è ormai stata assunta dal mainstream come “prova” che l’esplosione sarebbe stata organizzata dall’OZNA per creare il terrore negli italiani di Pola[13]. Eppure nel libro che analizziamo, gli autori, parlando di una mancata strage ai danni del governo Bonomi (il 20/10/44 furono trovati 60 chili di tritolo in un armadio della sala del Viminale in cui avrebbe dovuto riunirsi poco l’intero Consiglio dei ministri), citano le indagini condotte dal maggiore italoamericano Mario Brod del CIC, che avrebbe individuato i responsabili proprio in uomini dell’808° Battaglione. Ma se tale “servizio” aveva tra le proprie attività anche l’organizzazione di attentati dinamitardi con finalità di strage, possibile che ai ricercatori non sorgano dubbi sull’attendibilità delle informazioni da esso fornite?

La nostra analisi si ferma qui, per motivi di spazio: abbiamo evidenziato, e smentito, solo una minima parte delle bufale contenute in questo libro, e la mole di questa (peraltro non del tutto completa) smentita ci può dare la misura del danno che possono fare pubblicazioni considerate “divulgative” come questa, indirizzata al grande pubblico, e che viene presentata nell’ambito del festival del giornalismo di Ronchi “LeAli delle notizie” come un «libro leale». I lettori non approfondiranno certo gli argomenti citati nel libro, non si premureranno di andare a verificare se quanto scritto ha fondamenti di verità o no (del resto, perché dovrebbero? è dovere di chi scrive presentare un prodotto coerente e veritiero, per non trarre in inganno il lettore con false informazioni); ed in questo modo la falsificazione della storia, il cui scopo è sostanzialmente quello di creare una convinzione politica anticomunista, continuerà a progredire.

Ed è infine piuttosto grave il fatto che la maggior parte delle informazioni trasmesse siano fornite a livello di “suggestione”, buttate là con due battute, tanto per instillare un dubbio: e si sa bene che per smentire una falsa accusa di due parole, la difesa deve avvalersi di pagine di risposte documentate, non può liquidare il tutto dicendo semplicemente che si tratta di menzogne, perché per la menzogna non è richiesto l’onere della prova, mentre per ripristinare la verità sì.

APPENDICE: appunti dalla presentazione a Ronchi nel corso della manifestazione “LeAli delle notizie” (26/9/20).

In premessa una nota personale: Fasanella non era presente in sala ma in contatto audio-video, e in attesa di iniziare il dialogo col suo presentatore Ivan Buttignon ha osservato che a Trieste c’è «una signora che si definisce storica» che gli starebbe facendo un «marcamento a persona» e che lo critica, lo offende e fa polemiche.

Ovviamente la “signora” in questione sarebbe la sottoscritta, che peraltro non si definisce mai “storica” (al limite “ricercatrice” storica): di solito tendo a dichiararmi semplicemente giornalista, così come si definisce Fasanella. È interessante che due giorni soli dopo la pubblicazione (esclusivamente su Facebook) della prima versione della recensione sopra riportata, Fasanella abbia avuto questa reazione piuttosto inconsulta e gratuita (sfido chiunque a trovare “offese” nell’articolo, mentre critica e polemica, se fatte con “continenza” sono il sale del giornalismo, e lui lo dovrebbe sapere, se sono tanti anni che fa questo lavoro). Il fatto che abbia avuto questa reazione fa pensare che egli non sia tanto sereno nel suo agire, che abbia delle code di paglia, insomma.

Dobbiamo ora aggiungere, rispetto a quanto contenuto nel libro, un paio di cose che Fasanella ha evidenziato nel suo intervento dal vivo, stimolato dallo stile suggestivo di alcune domande poste da Buttignon, che riassumeremo in base agli appunti presi. Nella Venezia Giulia, ha detto Buttignon ad un certo punto, si è abituati a pensare ai poteri jugoslavi titoisti come antifascisti, mentre nel libro viene dimostrato che ciò non è vero ed ha chiesto a Fasanella di spiegare meglio quanto avrebbe “documentato” nel suo libro a proposito del fatto che Tito arruolava fascisti anche in ruoli strategici.

Questa domanda ha permesso a Fasanella di ribadire che dalla fine del 1944 “tutti” avrebbero operato trattative per inserire nelle proprie fila uomini del vecchio regime che volevano riciclarsi. Se ciò è vero per gli angloamericani (nell’ambito della citata Operazione Sunrise, che però abbiamo già visto che Fasanella non prende mai in considerazione) e per i dirigenti della Resistenza “bianca” (difatti molti ex gerarchi ed ufficiali fascisti furono riciclati anche in posizioni di rilievo nella Resistenza prima, nella Repubblica poi), non risulta che Tito abbia fatto la stessa cosa con i fascisti italiani, che oltretutto erano al di là del suo raggio di operazione. Ma Fasanella sembra convinto che Tito avrebbe reclutato ex esponenti della RSI per utilizzarli nella “strategia della tensione” nella zona di competenza jugoslava (zona che secondo lui comprenderebbe quasi tutto il Nord Italia, fino alla Lombardia ed anche l’Emilia Romagna) e di conseguenza tutti gli eccidi del triangolo rosso, le “esecuzioni di preti, di oppositori e così via” e la strage di Schio sarebbero stati diretti dall’OZNA, che avrebbe poi creato le (inesistenti, come detto prima) “troike” composte, a suo dire, in questo modo: un comunista “insurrezionalista”, un criminale comune ed un ex repubblichino, tutti e tre agli ordini di emissari dell’OZNA. Abbiamo già chiarito in precedenza la totale falsità di queste affermazioni, ma l’assurdità di tale assunto non è sembrata sfiorare né Fasanella né il suo intervistatore Buttignon.

Infine rileviamo come è stata trattata la vicenda dell’infiltrazione nelle Brigate Rosse dell’ambiguo ex comunista Roberto Dotti (stretto collaboratore di Edgardo Sogno fin dagli anni ’50) che era stato “raccomandato” come potenziale finanziatore a Mara Cagol (all’epoca assieme ad Alberto Franceschini la più importante dirigente delle BR, essendo Renato Curcio detenuto) da un altro “brigatista” piuttosto discutibile, e non solo per i suoi rapporti con la NATO, ma anche per altre attività di provocazione: Corrado Simioni. Buttignon ha domandato a Fasanella se «confermasse» che il braccio destro di Sogno era stato il selezionatore delle Brigate Rosse, cosa che Fasanella ha fatto, nonostante né in questo libro, né nella precedente intervista con Franceschini sia emerso che Dotti fosse stato incaricato del “reclutamento” dei brigatisti, perché è vero che Cagol gli aveva consegnato le schede con i nominativi dei brigatisti (peccando, riteniamo, di leggerezza), ma non certamente per sottoporli alla sua “valutazione”, semplicemente perché pensava che in tal modo, conoscendo l’entità dei militanti, Dotti avrebbe provveduto a finanziare il gruppo.

Nel proclamare la sua certezza su questo argomento, Fasanella non ha però spiegato da quali prove essa gli derivi, dato che nei libri non ne ha parlato in questi termini: sembra uno scoop che Fasanella ha riservato per la serata, non apparendo in nessun’altra parte. Ricordiamo che più volte Franceschini (anche nell’intervista rilasciata proprio a Fasanella[14]) e lo stesso Sogno hanno chiaramente spiegato il ruolo di Dotti nella vicenda, che non era certo quello di “reclutatore”, ma solo di “spia” per avere in mano i nomi dei militanti.

A questo punto ci si potrebbe domandare quale sia lo scopo di una tale, così ampia, operazione di disinformazione. Perché qui ci troviamo di fronte ad una totale riscrittura della storia, una ricostruzione sballata di decenni di storia italiana dalla quale praticamente scompaiono tutti gli atti di terrorismo e la strategia della tensione messi in piedi in funzione anti-operaia ed anticomunista, per illustrare invece una presunta attività eversiva comunista, che non si è peraltro mai realizzata. Scompare del tutto l’attività dei servizi (più o meno deviati) italiani che manovrarono, assieme a settori massonici, gli eversori terroristi di estrema destra; scompare la Gladio, neppure nominata; restano in scena soltanto l’OZNA, i comunisti “cattivi”, le Brigate Rosse eterodirette. E pazienza se non risultano stragi compiute da costoro, se mai “morte e terrore” furono sparsi in “mezza Italia” da parte loro: al lettore che non cercherà conferme a quanto descritto in questo libro rimarrà la suggestione che da essi, e soltanto da essi, è derivato tutto il male del nostro Paese.

Claudia Cernigoi, dicembre 2020.


NOTE.

[1] Cfr. Francesco Dal Mas, “Foibe/«il processo deve andare avanti» Parla il presidente della commissione stragi”, l’Avvenire, 15/6/97.

[2] Qui la nostra recensione: http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-recensione_di_le_altre_gladio_di_giacomo_pacini..php.

[3] Per doverosa conoscenza, annotiamo che nel citato “Terrore a nordest” si legge: «appena occupata Trieste, gli jugoslavi disconoscono i Volontari della Libertà e obbligano il CLN a rientrare in clandestinità. Impongono il coprifuoco, limitano la circolazione dei veicoli, e dispongono il passaggio all’ora legale per uniformare la città alle abitudine del loro Paese» (p. 60). Perseverare è diabolico, dicevano gli antichi.

[4] “Alla ricerca di Nemo”, in http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2013/06/ALLA-RICERCA-DI-NEMO.pdf.

[5] Si vedano “Guerra senza bandiera” (Il quaderno democratico, 1971) ed il libro-intervista scritto con Aldo Cazzullo, “Testamento di un anticomunista” (Mondadori 2001).

[6] F. Fucci, op. cit., p. 155.

[7] Si vedano Stefania Limiti, “L’Anello della Repubblica”, Chiarelettere 2009 e Giannuli Aldo, “Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro”, Tropea 2011; nonché l’Annotazione del ROS dei Carabinieri per la Procura di Brescia, n. 5067/263 “P” d.d. 10/9/02, agli atti dell’istruttoria per la strage di Piazza della Loggia, RGNR 91/97.

[8] Vale la pena di riportare il “commento” di Giovanni Pellegrino riguardo a queste illazioni sul ruolo di Vidali: «non ho alcun elemento per dire che il Vecio delle BR fosse proprio Vittorio Vidali. Ma non ne sarei stupito, perché la rete del Soccorso Rosso ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita del fenomeno della lotta armata» (p. 133). Che il presidente della Commissione stragi abbia fatto confusione tra il Soccorso Rosso italiano degli anni ’60 e ’70 (del quale sarebbe peraltro ancora tutto da dimostrare che abbia avuto un ruolo nella “crescita” della lotta armata) e quello internazionalista degli anni ’30 in cui militò Vidali (che non fece invece parte dell’altro Soccorso Rosso), non depone certo a favore della validità delle sue analisi e relazioni sull’argomento.

[9] Questa illazione era già contenuta in “Terrore a nordest”, dove, a pag. 61, si legge: «tra la fine di aprile e il mese di luglio 1945, bande di garibaldini si abbandonano a rappresaglie e a massacri in tutto il Triveneto, convinti che, conclusa vittoriosamente la guerra contro i nazifascisti, il momento di iniziare la rivoluzione proletaria sia finalmente arrivato».

[10] È interessante che nel mainstream sull’argomento si dia per scontato che gli elenchi degli appartenenti all’OZNA fossero di dominio pubblico: ma qualcuno pensa seriamente che i nomi degli appartenenti agli attuali AISI e AISE italiani possano essere reperiti senza problemi dal primo che passa per strada?

[11] Su questo argomento si veda il nostro studio “Le violenze per Trieste italiana”, reperibile qui: http://www.diecifebbraio.info/2015/09/le-violenze-per-trieste-italiana/.

[12] Ne fece parte anche l’allora capitano Giorgio Manes, referente della Nemo a Milano durante la Resistenza, poi responsabile del Centro di Venezia dell’808° Battaglione nel dopoguerra, che proseguì la carriera nell’Arma fino a diventarne Vicecomandante negli anni ’60; gli fu affidata l’indagine sul Piano Solo, ma morì per un infarto proprio prima di esporre alle Camere la propria relazione in merito, nel 1969.

[13] Cfr. Pietro Spirito ne “Gli archivi inglesi rivelano: la strage di Vergarolla voluta dagli agenti di Tito”, Il Piccolo, 9/3/08.

[14] Cfr. il libro-intervista “Cosa sono le BR”, BUR 2004.

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