Un ricordo senza contraddittorio
Scuola, Giorno del ricordo il doppio standard della memoria
di Rosanna Rizzi
La vicenda dell’incontro di Eric Gobetti cancellato all’IIS “Mario Rapisardi” di Paternò è ormai nota, anche grazie all’articolo già pubblicato sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che ne ricostruisce puntualmente tappe e contesto.
Qui interessa soprattutto un elemento: la parola “contraddittorio” usata come grimaldello per impedire la parola a uno storico antifascista. Un uso tanto più significativo se confrontato con ciò che accade nel resto del Paese, dove – spesso nelle stesse scuole –iniziative chiaramente sbilanciate sul Giorno del Ricordo si svolgono senza che nessuno sehttps://osservatorionomilscuola.com/2026/02/06/proposito-censura-eric-gobetti-parlare-iis-rapisardi-paterno/nta il bisogno di pretendere una voce diversa.
Il problema, dunque, non è l’assenza di pluralismo in astratto, ma l’uso selettivo del “contraddittorio” come dispositivo politico. Da un lato, una scuola in cui il contraddittorio diventa pretesto per una censura; dall’altro, una scuola in cui il contraddittorio scompare del tutto, proprio quando a parlare sono associazioni e comitati portatori di una lettura nazionalista e selettiva delle vicende del confine orientale.
È su questa asimmetria che vale la pena soffermarsi, anche alla luce del lavoro di ricerca che Sandi Volk ha dedicato alla legge istitutiva del Giorno del Ricordo, in un libro che parla esplicitamente di “ricordo truccato”.
Iniziative a senso unico: il calendario del “ricordo” nelle scuole
Se proviamo a mappare[1] anche solo alcune iniziative per il Giorno del Ricordo organizzate in ambito scolastico, emerge un quadro molto diverso da quello evocato quando si invoca il contraddittorio contro Gobetti.
A Trinitapoli, ad esempio, per il 9 febbraio 2026 è previsto un convegno presso l’auditorium dell’IC “Garibaldi/Leone”, seguito da un corteo “patriottico” e dalla deposizione di una corona al “Monumento ai Martiri delle foibe” in Largo del Ricordo.
Ad Altamura, il 13 febbraio 2026, l’auditorium della scuola secondaria di primo grado “Eugenio Pacelli” ospiterà un incontro dedicato agli studenti dell’Istituto Comprensivo di cui fa parte.
In entrambi i casi siamo di fronte a eventi costruiti in piena continuità con il linguaggio e i rituali nazionali del Giorno del Ricordo: cerimonie, cortei, retorica patriottica. Non troviamo invece traccia di un reale confronto tra approcci storici diversi, né dell’idea che su questi temi esista un dibattito aperto nella comunità degli studiosi. Il “contraddittorio”, qui, semplicemente non è contemplato.
Ancora più esplicito è il caso di Cassano delle Murge, dove il 5 febbraio 2026 si è tenuta presso la Scuola Media “V. Ruffo” l’iniziativa “Foibe: il valore del ricordo”, promossa dal Comitato 10 Febbraio Cassano delle Murge in collaborazione con l’IC “Perotti-Ruffo”, con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari e della Presidenza nazionale dell’ANSI.
Il comunicato diffuso dalla stampa locale spiega che l’incontro intende “mantenere viva la memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata” e ricordare la figura di Norma Cossetto. La comunicazione ufficiale della scuola lo presenta come “momento formativo” rivolto alle classi terze, coordinato dall’avvocata Raffaella Casamassima, indicata come commissario provinciale del Comitato 10 Febbraio per la provincia di Bari.
Sulla pagina Facebook dell’istituto, il testo richiama il dettato dell’articolo 1 della legge 92/2004 e insiste sul fatto che l’iniziativa contribuisce a “valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate”, mettendo in rilievo il loro contributo allo sviluppo culturale e sociale e la necessità di preservarne le tradizioni.
Tutto questo avviene in una scuola secondaria di primo grado, con studenti di 12–13 anni, ai quali viene proposta un’unica narrazione, priva di contesto e senza la possibilità di confrontarsi con letture alternative del medesimo passato.
Dal C10F alla Fondazione Tatarella: la filiera della memoria
Un elemento ulteriore aiuta a capire il quadro politico in cui si inseriscono queste operazioni.
La stessa Raffaella Casamassima che interviene a Cassano in qualità di “commissario provinciale del Comitato 10 Febbraio” è anche tra i relatori dell’incontro “Foibe: il valore del ricordo” organizzato dalla Fondazione Giuseppe Tatarella a Bari il 3 febbraio 2026, accanto al senatore Roberto Menia – promotore della legge 92/2004 – e ad altri esponenti istituzionali e associativi.
La Fondazione Giuseppe Tatarella è dedicata alla memoria di Giuseppe “Pinuccio” Tatarella, storico dirigente della destra pugliese, già deputato del Movimento Sociale Italiano e di Alleanza Nazionale, poi ministro e vicepresidente del Consiglio nel primo governo Berlusconi. La sua stessa missione, come indicato nei materiali istituzionali, è conservare e valorizzare il patrimonio politico-culturale della destra di governo, a partire dalla figura di Tatarella e dalla tradizione che da MSI arriva ad AN.
Questo intreccio tra Fondazione Tatarella, Comitato 10 Febbraio e ANSI, da un lato, e scuola secondaria di primo grado, dall’altro, mostra con chiarezza come la memoria delle foibe che entra in classe non sia affatto neutra: viene veicolata da soggetti che appartengono a pieno titolo all’area politico-culturale della destra italiana.
E tuttavia, in questo caso, nessuno invoca il contraddittorio. Nessuno chiede di affiancare una voce di segno diverso. Nessun dirigente scolastico si interroga sull’opportunità di offrire agli studenti un quadro più ampio, che comprenda anche l’occupazione fascista, le violenze dell’esercito italiano e le ricerche critiche sulla stessa legge 92/2004.
La legge 92/2004 e l’architettura di una memoria selettiva
Questa asimmetria non si spiega solo con i rapporti di forza politici del presente, ma anche con l’architettura stessa della legge 92/2004, che ha istituito il Giorno del Ricordo.
Fin dalla sua approvazione, la legge si è concentrata sulla tragedia delle foibe e sull’esodo giuliano-dalmata, individuando nelle vittime italiane il centro simbolico della giornata e relegando a formule generiche il riferimento al contesto più ampio della guerra, delle occupazioni e della Resistenza.
A vent’anni di distanza, il lavoro di Sandi Volk consente di misurare concretamente gli effetti di questa impostazione, concentrandosi su un dispositivo preciso: il conferimento di riconoscimenti onorifici postumi agli “infoibati”, previsto dall’articolo 3 della legge. Nel volume Solo perché italiani? Un ricordo truccato, pubblicato come numero 14 della collana “orientamenti” (KappaVu/Jugocoord), Volk analizza l’elenco degli insignit i– 823 nominativi aggiornati a febbraio 2025 – incrociandoli con la documentazione jugoslava sui crimini di guerra e con le fonti disponibili su carriere e ruoli individuali.
Il risultato è sconvolgente: una parte consistente dei decorati risulta composta da funzionari del regime fascista, membri di formazioni collaborazioniste e, in diversi casi, persone segnalate dalle autorità jugoslave alla Commissione delle Nazioni Unite come presunti criminali di guerra.
La legge, dunque, non si limita a ricordare vittime civili, ma finisce per attribuire onorificenze pubbliche anche a individui che, per il loro coinvolgimento nell’apparato repressivo nazifascista, difficilmente possono essere considerati semplicemente “inermi” o “inermi perché italiani”.
È qui che si chiarisce il senso del sottotitolo scelto da Volk, “Un ricordo truccato”. Se la categoria unificante è quella di vittime “solo perché italiane”, scompaiono le differenze fondamentali tra civili uccisi, oppositori del fascismo, funzionari dello Stato occupante e collaboratori dei nazisti. La legge realizza così un’equiparazione simbolica – non giuridica, ma commemorativa – tra chi ha combattuto il fascismo e chi ha contribuito a mantenerlo in vita.
Scuola, Giorno del Ricordo e uso politico delle aule
Quando questa architettura di memoria selettiva entra nelle scuole attraverso iniziative come quelle di Cassano, Trinitapoli o Altamura, il problema non è soltanto l’assenza di contraddittorio.
Il problema è che la scuola viene trasformata nel luogo privilegiato di diffusione di una narrazione che, come mostra l’indagine di Volk, non si limita a ricordare le sofferenze dell’esodo e delle foibe, ma riorganizza l’intera storia del Novecento attorno a un unico asse: quello dell’italiano sempre e comunque vittima.
In questa narrazione non c’è spazio per la complessità dei contesti, per le responsabilità del fascismo italiano nei Balcani, per la dimensione di guerra di Liberazione che caratterizza la Resistenza jugoslava.
E, soprattutto, non c’è spazio per la domanda più scomoda: cosa significa, per una Repubblica nata dalla Resistenza, conferire medaglie anche a uomini coinvolti nell’apparato nazifascista, e poi presentare quella stessa operazione simbolica nelle classi come un neutro “valore del ricordo”?
Il doppio standard sul contraddittorio, allora, appare per quello che è. Non è un principio pedagogico, ma uno strumento politico. Lo si invoca per bloccare iniziative che mettono in discussione il mito degli “italiani brava gente” e raccontano occupazioni, deportazioni, campi di concentramento. Non lo si invoca quando a parlare sono associazioni che costruiscono un racconto vittimario e nazionalista, in perfetta continuità con l’impianto della legge 92/2004.
Per una didattica critica del 10 febbraio
Se si vuole sottrarre il Giorno del Ricordo a questo uso strumentale, la scuola pubblica deve rivendicare un altro ruolo: non cassa di risonanza delle memorie di Stato, ma luogo in cui le memorie vengono discusse, verificate e confrontate con la ricerca storica.
Questo significa, in concreto, che ogni iniziativa sul 10 febbraio dovrebbe includere almeno tre elementi: il racconto delle violenze subite da italiani (foibe, esodo), la storia delle violenze commesse dal fascismo italiano nelle stesse aree, e un confronto con le ricerche più recenti sulle politiche della memoria, a partire da lavori come quello di Sandi Volk.[2]
Non si tratta di sostituire la memoria in modo aritmetico o di sostituire una sofferenza con l’altra, ma di ricostruire i nessi che la commemorazione istituzionale tende a spessare. Non esiste una memoria “innocente”: ogni scelta su chi ricordare e come ricordarlo è una scelta politica.
Far leggere e discutere Solo perché italiani? Un ricordo truccato nei dipartimenti di storia delle università, nei corsi di aggiornamento per docenti, nei percorsi di educazione civica significherebbe restituire al Giorno del Ricordo la sua complessità, anziché usarlo come strumento di revisionismo istituzionale.
In questo senso, il caso Gobetti non è un episodio isolato, ma la spia di un processo più ampio, in cui la libertà di insegnamento e l’autonomia educativa vengono progressivamente compresse in nome di una memoria unica, addomesticata e funzionale ai rapporti di forza del presente.
Opporsi a questo processo significa rifiutare che il Novecento venga riscritto attraverso un dispositivo commemorativo che rimuove responsabilità storiche precise e confonde chi ha agito dentro l’apparato nazifascista con chi ha lottato contro di esso.
Bari, 6 febbraio 2026
[1] Fonte iniziative: https://www.10febbraio.it/giorno-del-ricordo-elenco-provvisorio-delle-iniziative-organizzate-dal-comitato-10-febbraio/
[2] Si consiglia la visione della presentazione del volume di Sandi Volk avvenuta il 6 febbraio presso il Circolo della Stampa di Trieste: https://www.facebook.com/circolo.dellastampa.16/videos/1254887449844012
