RED LAND – ROSSO ISTRIA: UNA RECENSIONE

RED LAND-ROSSO ISTRIA: una recensione.

Facendo violenza su noi stessi siamo andati a vedere il film su Norma Cossetto (regia di Maximiliano Hernando Bruno, del quale nella foto sopra potete leggere una sorta di proclama al popolo per la visione del film), dei cui sceneggiatori (Antonello Belluco e lo stesso regista Bruno) abbiamo parlato in un altro articolo reperibile qui: http://www.diecifebbraio.info/2018/11/gli-sceneggiatori-del-film-red-land-rosso-istria/?fbclid=IwAR3XOKFCbroLJcDhjjHKwxQyuUHM0V2LyZwv7T3IGn4KzRQ8Ff2Tyy1-2gY.

In sostanza possiamo dire che anche come opera di propaganda è davvero un brutto film. Un mix tra commedia italiana anni ‘40 (nei dialoghi stile Liala che si scambiano sia le donne che gli uomini) e horror (per le scene di violenza in cui sangue e stupri si sprecano), in un trionfo di stereotipi, il cui clou è la figura del ferocissimo, al limite del ridicolo, partigiano Mate, ridotto ad una macchietta di sadico psicopatico avvinazzato (obiettivamente però in tutto il film sembra che gli attori, sia i “buoni” che i “cattivi” non facciano altro che tracannare vino in ogni occasione) con un perenne ghigno isterico sul volto (una menzione va all’attore sloveno Romeo Grebensek che si è prestato a questa opera di diffamazione della Resistenza jugoslava, avallando il concetto che “slavo è comunque cattivo”, ma anche stupido) a capo di un gruppo di altrettanto avvinazzati, stupidi e violenti “titini” (termine che nel 1943 non veniva usato, ma non è questo l’unico anacronismo presente nel film, come i personaggi che si danno del lei quando all’epoca, dopo vent’anni di bombardamento di slogan come “a chi ti dà del lei ancora adesso non dare il voi né il tu, dagli del fesso”, il voi era in uso obbligato soprattutto tra militari e apparati del regime).

Oltre alle pessime interpretazioni, il film si basa su una serie di “coincidenze” e di eventi improbabili: dopo una specie di prologo con la caccia al cervo nel bosco (il cervo in Istria è una rarità, tra l’altro) e due mani insanguinate che si agitano in una voragine, entra in scena Geraldine Chaplin, che interpreta una vecchia incartapecorita (la presenza delle rughe escluderebbe la presenza del botulino sul suo volto, ma a questo punto l’assenza di espressione dell’attrice non è giustificabile neppure con la presenza del botulino), va con una nipote piuttosto stralunata fino al Magazzino 18 nel porto vecchio di Trieste (ah, i danni di Cristicchi!), magazzino che ovviamente nella fiction è accessibilissimo, basta spingere la porta per aprirla ed entrare; inoltre il pavimento e le masserizie sono puliti e privi di polvere, e lei capita, guarda un po’, proprio davanti all’armadio della sua infanzia (simile ad una quantità di altri armadi lì conservati, ma che lei riconosce a colpo d’occhio) e recupera la bambola che aveva nascosto in un doppio fondo (bambola che peraltro, in una scena del lungo flashback che seguirà risulta essere stata pugnalata e sventrata dal perfido Mate, ma che a distanza di settant’anni era ancora miracolosamente come nuova), il che fa precipitare la vegliarda ai ricordi della sua infanzia.

E da qui parte il flashback: nella prima scena che si svolge a Padova si vede una ragazza (Norma, per chi conosce la storia) correre, apparentemente terrorizzata, inseguita da un marinaio in divisa, ed alla fine di questo lungo inseguimento, dopo essere finiti in una stanza dell’ateneo dove veniva discussa una tesi, sotto gli occhi tra il severo e il divertito dei docenti e del laureando, i due finiranno col baciarsi in mezzo alla strada: come se un marinaio in divisa nel 1943 (piena guerra, anche se il film non lo lascia intendere) potesse comportarsi a quel modo solo per giocare con la sua fidanzata.

Il film sarebbe ufficialmente (così ha scritto Fausto Biloslavo sul Giornale ispirato al diario redatto da un cugino di Norma Cossetto, Giuseppe, che lo scrisse a 96 anni nel 2016, poco prima di morire (quindi a distanza di settant’anni dagli eventi), ma in realtà dei diari di Cossetto nel film non c’è nulla. Praticamente tutta la storia è inventata di sana pianta, sono inseriti personaggi che non risultano nelle memorie dell’epoca, ed altri personaggi appaiono con nomi cambiati (il professor Ambrosini, interpretato da Franco Nero, prestatosi dopo una carriera di tutto rispetto ad interpretare un dispensatore di luoghi comuni, che vive in un palazzo imponente e ricco come a Visinada non esistevano, dovrebbe essere il professore D’Ambrosi di Cittanova, che aveva aiutato la vera Norma Cossetto per la sua tesi, ma non si comprende il motivo di cambiare il nome e la residenza di questo personaggio, se non per inserire una sorta di “coscienza” nel paese in cui si svolgono i fatti). Non sono esistiti, inoltre (non ne fa cenno nessuno dei testimoni dell’epoca) i componenti della famiglia di Carlo Visentrin (cognome che peraltro non esiste) che secondo il film si trovava a Trieste con Cossetto padre, ed i cui figli maggiori (Adria e Angelo) vengono descritti come i traditori che si uniscono ai partigiani comunisti e “titini”: Angelo, un ragazzone poco sveglio che scrive slogan comunisti in un diario che nasconde sotto il materasso, sembra praticamente plagiato dalla sorella Adria, perfida amica d’infanzia di Norma, che le lavorerà contro (forse perché invidiosa dell’amica?); e verrà ammazzato perché, pentitosi, voleva impedire ai “titini” di portare via i prigionieri per “infoibarli”; e poi c’è la figlia minore, Giulia, la ragazzina della bambola. Né, da quanto ci è stato detto da una signora che i fatti li conosce davvero, si trovava in casa Cossetto la cugina Noemi, moglie del tenente Bellini che si trovava invece a Trieste col marito. Marito che tornerà in Istria con Giuseppe Cossetto assieme alle truppe nazifasciste (anche se nel film il loro ritorno è appena accennato e descritto come se avessero affrontato il viaggio per conto proprio) ed i due verranno uccisi nei combattimenti per il ripristino del controllo del Reich sull’Istria, la famosa Operazione Nubifragio (Wolkenbruch) che causò migliaia di morti, e che nel film, verrà vagamente descritta con un incontro tra gerarchi nazisti; poi le immagini, lungi dal presentare le colonne blindate e corazzate che devastarono l’Istria ed i suoi abitanti, rappresentano sparuti manipoli di militari nazisti che si muovono a piedi entrando nei villaggi di soppiatto per non farsi accorgere dagli abitanti.

Del resto nel film praticamente tutti i fatti sono raccontati diversamente da come li abbiamo letti nelle varie ricostruzioni (che, va detto, sono già esse tutte diverse tra di loro). Né il film rende giustizia alla figura di Norma Cossetto, che sarà anche stata una fanatica fascista (non lo si sa per certo), ma comunque non era una ragazzina trasognata ed a volte vagamente isterica come Selene Gandini la rende al pubblico (occupandosi più a spalancare gli occhioni azzurri che a recitare una parte), ma una donna di 23 anni (all’epoca a 23 anni le donne erano ben che adulte, sia che fossero contadine analfabete, sia che fossero acculturate come Norma), che aveva lasciato la casa paterna per andare a studiare a Gorizia già nella prima adolescenza, ed a Padova, dove frequentava l’università era attiva in vari campi, sportivi ed associativi; inoltre aveva avuto un’esperienza di insegnante nel liceo di Pisino pur non essendo ancora laureata. Una donna volitiva, la si sarebbe definita all’epoca, che forse proprio per questo suo atteggiamento disinvolto ed indipendente aveva potuto mettersi in mostra al di là del fatto di avere avuto un padre fascista. Ma alla fine la figura di Norma Cossetto invece di essere centrale nel film sembra quasi una figura di contorno, che di fatto appare poche volte nel corso di tutta la vicenda.

Nessun inquadramento storico viene fornito nel film, a parte le poche didascalie che parlano dell’arresto di Mussolini e dell’armistizio, senza una continuità di tempi, con solo un breve accenno a “la guerra è finita” quando, l’8 settembre, la popolazione va in piazza a bere (tanto per cambiare) e festeggiare (va dato atto che in tutto il film le comparse sembrano muoversi su un piano parallelo che non interagisce coi protagonisti, ma si limitano a muoversi avanti e indietro, come se non si rendessero conto di ciò che accade loro intorno); l’Istria sembra essere stata un’isola lontana da tutto il mondo, tranquilla e senza problemi almeno finché non arrivano i “titini”, cioè il gruppo di croati locali cui si era aggiunto Mate, inviato appositamente da Dubrovnik (come se i “titini” avessero psicolabili sadici tra i loro comandanti e commissari politici… ma è ovvio che il comunista è cattivo e se è slavo è ancora peggio), ed al quale molti dei coloni si oppongono dicendo che loro sono sempre stati trattati bene dai Cossetto; così il feroce comandante col ghigno ordina anche la loro esecuzione e lo stupro delle loro mogli e figlie (stupri che si sentono in sottofondo mentre Mate tracanna vino spiegando il suo progetto di eliminazione degli italiani dall’Istria: progetto che ribadisce del resto ogni volta che parla con un italiano, sia il professore che non vuole collaborare, sia Angelo ed Adria che devono comprendere che come collaboratori non dureranno a lungo, dato che sono italiani). Altro personaggio inventato è lo “scemo del villaggio”, forse non a caso battezzato simbolicamente Italo, che vive alla giornata perché è senza famiglia ma ha i ricci biondi perfettamente curati mentre si aggira straparlando sulla belva con la bocca spalancata che inghiotte la gente nel bosco, ed i ricci gli rimarranno intatti anche nella scena in cui si vede il suo cadavere sfregiato dalle torture inflittegli dai “titini”.

Da film d’azione hollywoodiano di bassa lega invece la scena dell’irruzione “titina” nella caserma (non si capisce se dei Carabinieri o della Milizia) allo scopo di prelevare armi: ma anche questa azione è piuttosto incomprensibile, se consideriamo che Angelo era andato nel posto per arruolarsi ed approfittando di un momento di confusione (erano stati catturati alcuni partigiani – che evidentemente però non avevano contatti con i “titini” di Mate – ai quali era stato sequestrato un ingente quantitativo di armi, armi delle quali poi i “titini” vorranno impadronirsi) aveva rubato le chiavi del magazzino. A quale scopo quindi fare quel po’ po’ di assalto con tanto di armi automatiche (che, vero che non siamo esperti, ma abbiamo dei dubbi esistessero all’epoca) e gas (terribilmente kitsch la scena in cui Mate si staglia in controluce sull’ingresso nei vapori fumogeni con tanto di maschera antigas mentre il comandante della caserma invoca pietà perché sta soffocando), se avrebbero potuto con meno fatica penetrare nel solo magazzino e portare via le armi? Certo in tal caso sarebbero mancate l’azione e l’ennesima dimostrazione della ferocia “titina”, ferocia che appare anche in un’altra scena orripilante (e priva di logica), in cui si vede il prete del luogo (che aveva rifiutato di concedere ai “titini” la canonica come deposito di armi) impiccato alle corde delle campane (e gocciolante sangue sull’inconsapevole Angelo venuto a cercarlo). Va detto che un simile tipo di esecuzione non risulta mai essere stato operato da partigiani, mentre fu il parroco di Canfanaro ad essere impiccato dai nazisti, nel corso dell’Operazione Nubifragio di cui si è detto prima. Il che fa pensare che la sceneggiatura non sia stata scritta in base a mancanza di informazioni ma in perfetta coscienza di mistificazione storica.

Patetiche le interpretazioni dei militari, col generale Esposito (che tenne la piazza di Trieste durante tutta la guerra, anche sotto occupazione nazista) che sembra un vecchietto che non riesce a decidersi su cosa fare, come se il dilemma fosse se andare a bere il caffè al bar o farselo a casa.

Abbiamo poi il partigiano Giorgio, interpretato dallo stesso regista, disertore aggressivo ed impulsivo, che si unisce ai “titini” per antifascismo, innamorato segreto di Norma, che sarà (per ordine di Mate) costretto ad arrestare, accompagnato da un manipolo di “croati”. Anche qui la fiction contraddice la storia, dato che la sorella di Norma, Licia, dichiarò più volte che Giorgio era venuto da solo in motocicletta a casa loro e che Norma lo seguì di propria volontà (cosa scritta peraltro anche nel “diario” del cugino Giuseppe, cui si sarebbe ispirato il film). Alla fine ciò che resta della storia di Norma Cossetto sono lo stupro (più o meno in diretta e prolungato in modo insopportabile) e l’infoibamento, cui avrebbe assistito Giulia, la ragazzina della bambola, che avevamo lasciato a Visinada bloccata in un rastrellamento nazista con sua madre e le Cossetto, Licia e la madre dopo l’ammazzamento di Adria, e che non si comprende come abbia potuto raggiungere da sola e presumibilmente a piedi la foiba, distante una decina di chilometri dal villaggio (così nel film, perché nella realtà Norma fu infoibata in una località molto più distante da Visinada).

Notiamo ancora che la foiba vista dall’esterno ha un’apertura piuttosto ristretta, mentre nelle scene girate all’interno tale apertura sembra non solo molto più grande, ma la cavità sembra svilupparsi in orizzontale e non in verticale (cosa questa già vista nell’orribile precedente dal titolo Il cuore nel pozzo, altro prodotto di propaganda goebbelsiana); e nella (lunghissima e lugubre) scena che mostra gli infoibati precipitare nell’abisso, quando tocca a Norma essere gettata dentro la discesa sembra non finire mai, ma appare evidente che il luogo dove è stato girato il tutto è un ghiaione di montagna e non una cavità sotterranea; né si comprende come dopo una caduta di tanti metri alla fine la ragazza sia ancora viva; e qui riappaiono le mani insanguinate della scena iniziale, momento di collegamento col “presente”, ossia l’apparizione della Giulia ormai anziana accompagnata dalla nipote, sempre più stralunata, giunte, non si sa come, dal Magazzino 18 alla foiba in mezzo all’Istria. Qui si chiuderà il film, con una scena orribile: dopo che Giulia avrà gettato con espressione astiosa la bambola dentro la foiba, si vedranno nuovamente le mani insanguinate di Norma Cossetto che chiedono aiuto.

Nonostante si tratti di un lavoro brutto sotto tutti i punti di vista, lungo, noioso, recitato male, privo di coerenza e di inquadramento storico, i recensori dei giornali (anche “di sinistra”) ne hanno parlato bene, senza entrare nel merito del film, ma per il solo motivo che tratta un argomento “scomodo” di cui “non si è mai parlato prima”. E se questi sono i presupposti (di Norma Cossetto si è iniziato a parlare nel 1943, subito dopo la sua morte), possiamo ben capire, data l’ignoranza totale su questi argomenti storici, quanto male potrà fare questo film nell’opinione pubblica e soprattutto tra i giovani (si parla di proiettarlo nelle scuole), che in coda riporta informazioni “storiche” completamente false: non furono un migliaio gli infoibati nel settembre 1943, non furono settemila quelli dopo la fine della guerra (va detto che nel precedentemente citato Cuore nel pozzo il numero degli infoibati era dato in diecimila).

Ma è più facile veicolare bufale scrivendole in coda ad un film che diffondere informazioni tramite libri storici seri, che vengono tacciati di “negazionismo” dagli stessi propagandisti di bassa lega che diffondono falsità erigendosi a paladini di una verità che non esiste.

C’è infine un mistero collegato alla realizzazione di questo lavoro. Nel 2015, subito dopo l’uscita del film sull’eccidio di Codevigo, il regista Antonello Belluco (co-sceneggiatore di Red Land) tenne una conferenza stampa a Padova in cui annunciava l’uscita per il Giorno del ricordo del 2016 di un film su Norma Cossetto, con le musiche di Simone Cristicchi, che era presente all’iniziativa (e che aveva espresso la propria solidarietà all’asserito “boicottaggio” del Segreto d’Italia: è curioso come ogni volta che escono produzioni su questi argomenti gli autori parlino sempre di boicottaggio ma allo stesso tempo di grande successo di pubblico). Non si comprende quindi perché il film, uscito infine con un ritardo di quasi tre anni, sia stato realizzato da un altro regista e Cristicchi non abbia scritto le musiche.

Claudia Cernigoi, 4 dicembre 2018.

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