ALLA RICERCA DI NEMO. Una spy story non solo italiana

 

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"LA NUOVA ALABARDA" N.46
ALLA RICERCA DI NEMO - Una spy-story non solo italiana.

 

 

La Redazione de “La Nuova Alabarda”

presenta il dossier n. 46:

 

 

ALLA RICERCA DI

NEMO

Una spy-story non solo italiana.

  

di

Claudia CERNIGOI

                                                                      Trieste 2013

 

 

 

Supplemento al n. 303 – 1/5/13 de

“La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo”

Reg. Trib. di Trieste n. 798 d.d. 16/10/1990

Direttore Responsabile Claudia Cernigoi

Sip. C.P. 57 – 34100 Trieste.

 

 

PREMESSA.

Qualche anno fa, nell’ambito delle mie ricerche sui collegamenti tra Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia [1] ed il Comitato di Liberazione Nazionale triestino, mi sono imbattuta in una struttura piuttosto misteriosa: la “rete” o “missione” Nemo, per conto della quale sembrava essere giunto a Trieste il capitano di corvetta Luigi Podestà, che ebbe dei contatti piuttosto stretti con il commissario Collotti dell’Ispettorato Speciale e con i dirigenti della SS, e che definire ambigui è quantomeno riduttivo.

Volendo saperne di più su questa struttura ho iniziato a fare delle ricerche, dapprima su alcuni testi, poi in rete, poi ancora, vista la scarsità di informazioni disponibili, ho contattato alcuni ricercatori di mia conoscenza (che ringrazio per avermi dedicato parte del loro tempo), però l’unica risposta positiva l’ho avuta da Giuseppe Casarrubea, che mi ha inviato copia di un documento in suo possesso [2].

Informazioni su questa Nemo ne ho trovate in un testo di Peter Tompkins [3], di gran lunga il più informato in materia, che dopo averla definita “misteriosa” aggiunge che era una “missione britannica che faceva capo al SIS [4]”; qualche cenno ne fa Roberto Spazzali, che invece la definisce “una struttura dipendente dai servizi segreti statunitensi che aveva a Trieste qualche elemento isolato” [5]; Marco Fini e Franco Giannantoni scrivono che “compito” della “missione informativa del Regno del Sud Nemo (…) era di tenere i contatti tra gli inglesi e la Resistenza italiana” [6]; alcuni spunti interessanti li troviamo in due articoli di Franco Morini [7], infine un’altra (a prima vista insospettabile) fonte di notizie su Nemo è la Sentenza ordinanza redatta dal Giudice istruttore Carlo Mastelloni relativamente all’inchiesta su Argo 16 [8].

Coincidenza curiosa: pochi mesi dopo, nella primavera del 2011 la casa editrice Mursia ha pubblicato un libro dedicato proprio alla “Missione Nemo” (“operativa al di qua della linea gotica dal 18 marzo 1944 al 2 maggio 1945” [9]). Contiene, oltre alle memorie di Francesco Gnecchi Ruscone, (che della “rete” fece parte), anche molte pagine di inquadramento storico (che si rifanno in genere a testi oggi difficilmente reperibili) e documenti della “rete” stessa. Dopo averlo letto sono andata a consultare i documenti originali, conservati presso l’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito, nella sezione del SIM [10] dove ho trovato moltissimi dati che il libro non riporta ma che mi sono sembrati fondamentali per inquadrare meglio questa “missione”. Una conferma in più, se ce ne fosse bisogno, che scrivere di storia senza studiare i documenti ma limitandosi a riportare quanto già scritto da altri ricercatori (sistema purtroppo molto diffuso oggidì), è un metodo storiografico del tutto inconcludente. Mi ha comunque lasciata basita la dichiarazione di Gnecchi Ruscone che, nell’ambito di un dibattito sul suo libro ha tranquillamente asserito che trovatisi davanti “due metri di scaffale su Nemo (…) onestamente non li abbiamo letti ma solo scorsi” [11]. Da questa affermazione però si possono comprendere molte delle lacune che evidenzierò nel corso del testo.

Da parte mia ho esaminato i faldoni 50, 90, 91, 149 e 314: i primi quattro in quanto indicati nel testo di Gnecchi Ruscone, l’ultimo su indicazione dei curatori dell’Archivio, che però non mi hanno segnalato altra documentazione su Nemo (secondo Viganò i faldoni su Nemo sarebbero tredici [12]).

Sulla base di tutta questa, ed altra, documentazione, ho cercato di ricostruire parte della storia della Resistenza italiana, e molti dei personaggi chiave di questa storia li ho ritrovati negli anni del dopoguerra. Ma procediamo con ordine.

 

PROLOGO: APPUNTI SULLA LOTTA DI LIBERAZIONE IN ITALIA.

Negli anni ’43-’44 l’organizzazione fascista dello stato, necessaria negli anni ’20-’21 per contenere lo scontro di classe, attraverso l’alleanza tra capitale industriale e grossi proprietari terrieri non giova più all’imperialismo mondiale che getta invece le basi per una sovrastruttura democratico-borghese, fondata sul modello produttore-consumatore. Il movimento comunista rivoluzionario è pienamente cosciente di questa nuova strategia del capitale e avverte l’esigenza di darsi un’organizzazione armata, non tanto per liquidare il fascismo storicamente morto, ma per costruire una società comunista. Questo è il significato rivoluzionario che i partigiani danno alla Resistenza e perciò all’interno di essa la borghesia innesta un disegno provocatorio, affidando a suoi uomini di fiducia il compito di organizzare un movimento unitario che tolga al movimento partigiano la sua originaria matrice di classe (…)

Liberali, monarchici, esponenti di partiti da sempre asserviti al capitale risalgono le montagne per castrare la lotta comunista e svilire il contenuto di un movimento apertamente rivoluzionario. Si sviluppano quindi dentro la Resistenza, due diversi discorsi politici, tra chi vede in essa un momento specifico di lotta di classe e coloro che preparano il terreno politico per una ristrutturazione imperialista in cui le libertà borghesi diventano necessità e garanzia dei nuovi meccanismi di sfruttamento. (…)

Un ruolo determinante in tutta questa operazione svolsero, in stretto contatto tra loro, i servizi segreti alleati. Precisi e costanti rapporti ebbero, in particolare, il SIM (poi SIFAR, SID) e l’OSS (poi CIA), avvalendosi di una serie di uomini di destra (monarchici, militari, ex fascisti) che si adoperarono egregiamente per organizzare e spoliticizzare  (…) il movimento della Resistenza. Nascono così e si organizzano i partigiani bianchi (…) [13].

 

La Resistenza bianca.

Le formazioni autonome, chiamate anche monarchiche e azzurri, non facevano riferimento a nessun partito antifascista. Composte per lo più da reduci dei vari fronti, riconoscevano in Raffaele Cadorna il loro capo militare [14]. Di esse fecero parte la Franchi di Edgardo Sogno, il I Gruppo Divisioni Alpine di Enrico Martini Mauri (che nel 1971 si unì a Sogno nei Comitati di Resistenza Democratica, motivo per cui i due furono successivamente indiziati di associazione a delinquere a scopi sovversivi), la Divisione Val Toce di Alfredo Di Dio ed Eugenio Cefis [15], che si unì alla Divisione Tito Speri delle Fiamme Verdi (comandate dal generale Luigi Masini Fiore [16]), dando vita al Raggruppamento divisioni patriotti cisalpine. Diciamo qui che molti comandanti di formazioni autonome furono decorati con la Bronze star dell’esercito statunitense (l’onorificenza militare più alta attribuibile a cittadini stranieri), tra essi Cadorna e Sogno, ma anche lo stesso promotore delle formazioni autonome, il maggiore di artiglieria Mario Argenton, che dopo avere preso parte alla difesa di Roma contro i tedeschi combattendo agli ordini del colonnello Montezemolo, andò al Nord, dove entrò nel Comando generale del CVL come vice capo di Stato maggiore, rappresentando le formazioni autonome ed il Partito liberale e con la supervisione del Servizio I, cioè informativo. Fu arrestato e imprigionato dalla banda fascista Carità nell’autunno del ‘44 nel corso di una missione nel Veneto; riuscì ad evadere “fortunosamente” e riprese l’attività a Milano come capo di Stato maggiore del gen. Cadorna [17].

Ed anche Marcellin Maggiorino, comandante di un “esercito italiano delle Alpi” operativo in Val Chisone (Piemonte) che “forte dell’appoggio degli americani”, tenne le distanze dai partigiani francesi “gollisti”, che secondo lui volevano annettere alla Francia parte del Piemonte [18]. Ed ancora Enrico Mattei, rappresentante democristiano nel CLN a Milano e vice capo di stato maggiore, addetto all’intendenza, che fu arrestato dalla polizia di Salò il 26/10/44 ed incarcerato a Como da dove evase in dicembre con la complicità di una guardia [19];

Nella Valtellina, dove operò una missione USA dal capo dell’OSS Allen Dulles, i decorati furono Giuseppe Motta Camillo ed il suo braccio destro, il futuro minatore di tralicci nella Valtellina negli anni ’70, Carlo Fumagalli. Motta, “capitano di fanteria al momento dell’armistizio, era il responsabile del SIM di Lubiana alle dipendenze del Centro di Trieste” [20] e “prima dell’8 settembre 1943 aveva preso parte alla repressione antipartigiana in Croazia” [21]. Dopo l’armistizio non riuscì a raggiungere la sede del governo a Brindisi e fu inviato direttamente da Venezia, dove si trovava, in Valtellina; non avendo aderito alla RSI riparò a Milano, dove ebbe un incontro con il colonnello La Neve (Biancardi) della Nemo, poi prese contatti con i Comandi alleati cui fornì “numerose ed importanti notizie militari” (tra cui anche le piante del porto di Trieste), trasmettendole al dottor Piero Fojanini, che si trovava in Svizzera come ufficiale di collegamento con l’OSS. Organizzò una divisione partigiana di Giustizia e Libertà, che, raccogliendo intorno a sé partigiani monarchici, badogliani e genericamente di destra, finì con il monopolizzare gli aiuti di armi e munizioni lanciate dagli Alleati (nella zona) che trascurarono invece le brigate comuniste di fondovalle, e dando vita infine ad una campagna denigratoria (calunnie e provocazioni) contro la Brigata Garibaldi, che in seguito a tutto ciò dovette abbandonare la zona.

Fumagalli, classe 1925, reclutato diciannovenne in un reparto della RSI, “diserta e si rifugia nelle montagne della zona di Sondrio e lì mette in piedi, assieme ad un gruppo di ex contrabbandieri”, un piccolo gruppo anticomunista (i Gufi, che entrarono a Sondrio il giorno della Liberazione alla testa della divisione “Alta Valtellina”), la cui “strana guerra partigiana” si sviluppa “fra tregue domenicali con i fascisti” e “un’abbondanza di rifornimenti paracadutati dagli americani” [22].

 

Servizi & Servizi [23].

In epoca fascista, spiega Aldo Giannuli [24], il SIM era diviso in tre sezioni: la Bonsignore (raccolta informativa e controspionaggio), la Calderini (fondata nel 1939 per operazioni “offensive”, cioè spionaggio) e la Zuretti (protezione di ferrovie, porti e impianti; di essa fece parte il futuro presidente Carlo Azeglio Ciampi). Con il generale Roatta, che diresse il servizio dal 1934 al 1939, il SIM “iniziò ad occuparsi anche di politica e con metodi d’azione tutt’altro che cavallereschi (…)”, ed ebbe come “braccio operativo” un “manipolo di ufficiali ugualmente spregiudicati” (tra gli altri Giuseppe Pièche, Santo Emanuele, Enrico Boncinelli e Pompeo Agrifoglio), che Giannuli definisce “una squadra speciale per i lavori sporchi”, come gli assassinii del re Alessandro I di Jugoslavia e dei fratelli Rosselli. Alla Calderini passò “l’antico gruppo roattiano” con Boncinelli ed Agrifoglio, e dal 1942 Roatta, nel frattempo promosso generale di brigata, fu al comando della Seconda armata in Croazia, dove si macchiò di crimini di guerra [25].

 

Il 18/8/43 il controllo del SIM fu assunto per 24 giorni dal generale Giacomo Carboni che si occupò “innanzitutto di schiacciare ogni possibile antagonismo fascista o più genericamente filo-tedesco”, servendosi dei Carabinieri che riorganizzarono l’Ufficio Bonsignore diretto dal colonnello Vincenzo Toschi che poi comandò la cosiddetta “banda dei sette Comuni” nel Lazio [26]. Dopo l’8 settembre il SIM fu riformato dal governo Badoglio, insediatosi provvisoriamente a Brindisi e Carboni fu sostituito dal colonnello Pompeo Agrifoglio, catturato dagli Alleati nell’estate del 1943 in Tunisia, dove agiva dietro le linee nemiche ed inviato a Brindisi in ottobre e messo a capo del rinato Ufficio I del rifondato SIM; secondo Tompkins avrebbe lavorato sia per i servizi inglesi che americani infiltrando i loro servizi [27]; suo vice fu il tenente colonnello Renato De Francesco [28].

All’interno del servizio si riformò anche la Sezione Calderini (al cui comando si trovava l’ufficiale Giovanni Duca) che operò “a stretto contatto con
lo Special Operations Executive (SOE) britannico e l’Office of Strategic Services (OSS) statunitense, tessendo importanti nuclei di resistenza nell’Italia occupata. Efficace è in questo periodo la collaborazione con i servizi della Marina, in particolare nel campo dei collegamenti radio con il nord” [29]. L’attività della Calderini consisteva “in missioni informative, di sabotaggio e di collegamento e supporto alle formazioni partigiane”, e tra le “personalità ed episodi di rilievo” troviamo l’allora tenente colonnello Beolchini, il capitano Li Gobbi, la “missione Cadorna nell’Italia del Nord” e la “missione Sogno con il tentativo di liberare l’on. Parri” [30]; ed ancora la Calderini riformata “durante la Resistenza aveva sovrainteso alle missioni congiunte degli italiani con gli alleati, che si battevano per il ristabilimento della libertà, operando clandestinamente nel territorio occupato dai tedeschi, dopo l’8 settembre e fino alla Liberazione nel 1945” [31].

All’inizio del 1945 il Servizio segreto militare diventa Ufficio informazioni dello Stato maggiore generale, e la Calderini, che era formata esclusivamente da ufficiali e dislocata per lo più oltre le linee, cioè in territorio occupato, diventa Prima sezione; ne esce il Primo gruppo, che diventa Gruppo speciale all’interno del SIFAR e darà poi origine alla SAD (Sezione addestramento guastatori), base su cui si fonderà la struttura della Gladio. Infatti “più ufficiali che avevano militato in questa specifica struttura del Servizio di sicurezza militare nella fase finale dell’ultimo conflitto mondiale risultavano essere poi stati definitivamente incardinati nel SIFAR e quindi nel SID, con la attribuzione di funzioni proprio all’interno della Sezione che per anni ebbe a fungere motore dell’Operazione Gladio: la Sezione Addestramento Guastatori” [32].

 

Nella carta intestata della Nemo si legge: “Stato Maggiore Regio Esercito Ufficio I – Gruppo Speciale (Rete Informativa Nemo Op. – Sand II)”. Il Gruppo Speciale dello SMRE era diretto dal maggiore Luigi Marchesi, già ufficiale degli Alpini (aveva operato nella Jugoslavia occupata), poi capo di una sezione del SIM del Regno del Sud [33]. Marchesi si trasferì col governo a Brindisi, e fu contattato dal maggiore Maurice Page [34] e dal capitano Teddy De Han dell’Intelligence Service che gli proposero di creare un gruppo alle dirette dipendenze del Servizio ed in collaborazione con lo stesso Page. Questo gruppo prese il nome di 810° Italian Service Squadron n. 1 e faceva parte della Special Force 1 (in sostanza la sezione italiana del Servizio britannico), comandato da Page e Marchesi; ebbe sede dapprima a Brindisi, poi a Monopoli, Roma e Siena [35]; aveva lo scopo di organizzare un servizio di informazioni e sabotaggio in territorio nemico. Le “missioni” erano, di norma, formate da due persone: un ufficiale ed un radiotelegrafista: il primo reclutamento fu quello di Fabrizio Vassalli, che inviato oltre le linee nemiche nell’ottobre 1943, operò per alcuni mesi a Roma, fu arrestato il 13/3/44 e fucilato il 24 maggio successivo [36].

Nel suo libro Marchesi accennò anche ad una missione a Trieste, fallita, ma senza fare i nomi degli agenti coinvolti [37].

 

Il Gruppo Speciale, scrive Marchesi, si trasferì a Napoli nel dicembre del 1943, dipendeva direttamente dall’Intelligence Service, mentre dal SIM aveva “soltanto una dipendenza amministrativa” ed aveva “saltuariamente rapporti anche con il G2”, l’ufficio informazioni Usa della 5^ armata [38].

Quindi, se la Missione Nemo faceva parte del Gruppo Speciale è corretto dire che era una missione britannica, ma non ha neppure del tutto torto Spazzali, quando scrive che dipendeva dai servizi segreti statunitensi.

Leggiamo ancora (con beneficio d’inventario…) che la Missione Nemo fu “avviata dal SIM per conto dell’OSS” [39]; che “fu raggiunta ad un certo punto dal suo capo effettivo, il maggiore dell’Intelligence Service Page” [40], e che i nuclei informativi coordinati dall’810° Italian Service Squadron n. 1 si avvalevano tra l’altro della “branca” (branch in inglese) Operazioni Civili, diretta dal maggiore De Han con la sezione “sovversione” diretta da Page. Nel giugno ‘44 giunse a Roma l’810° Italian Service Squadron inserito nella Special Force “e da quel momento iniziò la trasformazione che doveva preludere alla nascita della Franchi. Era la risposta del SIM badogliano all’intelligence del CLNAI che aveva rifiutato collaborazioni e conformità di lavoro col governo del Sud e le sue diramazioni monarchiche” [41].

Il governo del Sud, monarchico e conservatore, nutriva una certa diffidenza nei confronti del movimento di liberazione del Nord, egemonizzato dai partiti di sinistra. E va qui inserita un’analisi sui rapporti tra servizi italiani e quelli britannici (SOE) e statunitensi (OSS).

 

Peter Tompkins (che dell’OSS fu uno dei membri più importanti ed attivi) afferma che la politica britannica era favorevole alla ristabilizzazione di una monarchia liberale in Italia e voleva impedire che in Italia vi fosse un vero e proprio cambiamento dovuto al fatto che la Resistenza al Nord era sempre più politicamente orientata a sinistra; temendo una ripetizione della situazione greca, le autorità britanniche decisero di sostenere esclusivamente la Resistenza militare e monarchica (le formazioni autonome del generale Cadorna) e pertanto il SOE prese contatti con i servizi del Regno del Sud: il SIM con i suoi residuati fascisti. Churchill inviò a Brindisi uno “sciame di servizi segreti” che però non essendo ancora disposti a recarsi oltre le linee si appoggiarono al SIM, su disposizione di Alexander [42].

A Brindisi Badoglio cercò di convincere gli inglesi che la resistenza nell’Italia occupata dai tedeschi era organizzata in gran parte da personale del disciolto esercito regolare con il quale i monarchici affermavano di essere in contatto grazie a un canale radio segreto del SIM. Badoglio e il re con l’arma del SIM intendevano impedire la formazione di un movimento armato antifascista nell’Italia occupata dai tedeschi, per mantenere solo quello che richiedevano gli inglesi, cioè “piccoli gruppi di agenti adibiti unicamente ad operazioni di sabotaggio e di ricerca di informazioni militari”: in pratica la Special force creata dall’Intelligence service [43].

A questo scopo fu “organizzata l’operazione Boykin (…) che dimostra come la preoccupazione degli inglesi fosse quella di proteggere il CLN dai pericoli che potevano venire dai tedeschi (in grado di infiltrarvi loro uomini) e dai comunisti, quando si pensò che stessero tramando contro il CLN stesso” [44].

Ed il maggiore Malcolm Munthe del SOE, che era in contatto con esponenti del Partito d’Azione, non poté continuare la collaborazione con essi perché il il SIM badogliano impediva contatti con esponenti della resistenza che non fossero monarchici, e questo aprì le porte dell’OSS nei confronti dei resistenti italiani.

 

Il governo statunitense, avendo come progetto politico per l’Italia una democrazia simile a quella USA, non aveva (almeno all’inizio) preclusioni nei confronti dei partiti di sinistra (erano così considerati sia il Partito comunista sia il Partito d’Azione) e quindi l’OSS diede vita all’ORI (Organizzazione Resistenza Italiana) che prese contatto con il CLN di Parri e Solari. Il dirigente era Raimondo Craveri Mondo (genero del filosofo Benedetto Croce), che incaricò il tenente medico di Marina Enzo Boeri Giovanni di creare una struttura informativa a Milano (missione Apricot Salem).

Ad un certo punto nell’OSS si creò una situazione paradossale: la sezione da cui dipendeva l’ORI stava lavorando per armare e sviluppare un ampio movimento di resistenza nel Nord al fine di gettare le basi della democrazia in Italia, mentre l’X-2 (il controspionaggio) era occupato a salvare e riorganizzare forze clandestine fasciste con le quali contrastare la minaccia di una presa di potere dei comunisti nell’Italia liberata [45].

Da luglio 1944 il comando del Corpo Volontari della Libertà (CVL) fu composto da Parri, Longo e, su insistenza dei servizi britannici, dal generale Cadorna come consigliere militare, per tenere sotto controllo la Resistenza di sinistra inserendo persone gradite ai servizi britannici (monarchici e liberali) nella dirigenza. Sogno sostenne che per la nomina di Cadorna fu basilare il suo intervento.

 

In questo schema di “regolarizzazione” dei vertici del CLN, nel novembre 1944, in concomitanza con la missione al Sud dei dirigenti Sogno, Parri, Pizzoni e Pajetta (che dovevano accordarsi con il governo del Sud per il proseguimento della Resistenza nell’Italia di Salò), il comandante di stato maggiore di Cadorna, Vittorio Palombo (già referente della Missione Oro che riceveva gli ordini da De Han e da Agrifoglio), insistette per sostituire Enzo Boeri, che si trovava al comando del servizio informativo del CLN, con l’agente della Calderini e suo uomo di fiducia Aldo Beolchini Bianchi [46], più gradito ai britannici, Beolchini fu però arrestato l’8/2/45 e Boeri mantenne l’incarico fino al suo arresto avvenuto il 27/3/45 [47].

A questo progetto si ribellò Fermo Solari, che faceva le veci di Parri, ed anche il maggiore Argenton fu solidale con Boeri.

Fu deciso di rinviare ogni decisione fino al rientro di Parri, che però fu arrestato il 2/1/45, un paio di giorni dopo il suo ritorno a Milano. Il 2 febbraio Edgardo Sogno tentò un colpo di mano per liberarlo ma fu arrestato a sua volta, e l’8 febbraio furono arrestati Palombo e Beolchini. Di conseguenza il servizio informativo rimase in mano a Boeri fino al suo arresto avvenuto il 27 marzo, poi gli subentrò Tullio Lussi Landi (un docente dell’Università di Trieste), che poi si trovò con il Comando piazza del CVL nei giorni dell’insurrezione di Milano.

 

L’arresto di Ferruccio Parri.

Sulle circostanze di questo arresto vi sono versioni contrastanti che andiamo ad analizzare.

La prima è quella che riportano Fucci e Tompkins [48] e che deriva dalle dichiarazioni del dottor Ugo, al secolo Luca Osteria, “un agente dell’OVRA coinvolto in un ambiguo doppio gioco con i partigiani” [49]: intervistato nel 1983, aveva asserito che all’arresto di Parri erano presenti due agenti britannici collaboratori di Sogno: Teresio Grange Catone e Riccardo De Haag Fausto.

Al suo ritorno a Milano Parri aveva trovato alloggio assieme alla moglie in via Monti 92, nell’appartamento di una signora ungherese che mise loro a disposizione due stanze dove prima aveva alloggiato De Haag. Dallo stesso stabile, al piano superiore, trasmetteva Grange, il Catone della rete omonima. I nazisti localizzarono la trasmittente con i radiogoniometri e la Gestapo fece irruzione nell’appartamento. Mentre erano lì arrivò De Haag per portare un messaggio a Grange e, fermato dai nazisti, disse che il messaggio gli era stato consegnato da un signore sconosciuto che abitava presso la signora ungherese del piano di sotto, così la Gestapo scese ed arrestò Parri e la moglie.

Nel 2005, dopo la pubblicazione del testo di Tompkins, si fece vivo sulle pagine del “Corriere della Sera” l’ex agente britannico Walter De Hoog, che affermò di avere lavorato con il segretario di Parri Alberto Cosattini [50] e con Fermo Solari.

Cosattini gli avrebbe chiesto di ospitare Parri e la moglie, rientrati dalla missione, ed egli offrì l’appartamento dove abitava, nello stesso stabile da cui trasmetteva Catone; questi il 2 gennaio era in procinto di partire per la Svizzera e De Hoog andò consegnargli dei documenti da parte di Cosattini, ma quando arrivò nell’appartamento si trovò davanti la Gestapo, che lo trattenne per verificare la sua posizione. Poco dopo arrivò la padrona di casa per dirgli che c’era una telefonata per lui (era Cosattini che lo cercava) ed i nazisti scesero con la donna trovando Parri e la moglie, e procedendo al loro arresto [51].

Questa versione è confermata da Leo Valiani nel libro “Tutte le strade portano a Roma”. Tompkins prese atto delle precisazioni di De Hoog, rilevando anche come Osteria, quando fu interrogato a Lugano dai servizi britannici nel marzo del 1945, aveva detto che all’arresto di Parri erano presenti Catone ed un giovane corriere olandese, “Walter Deoga”: rimangono però oscuri i motivi per cui una persona così addentro nei fatti come Osteria (che aveva anche interrogato De Hoog dopo il suo arresto effettuato dalla Gestapo) abbia potuto confondere Riccardo De Haag, indicandolo proprio con il nome di battaglia di Fausto (con il quale era conosciuto sia dall’OSS che dalla Franchi), con il giovane Walter De Hoog [52].

Altri dati li fornisce Mimmo Franzinelli in un articolo che inizia citando le memorie di Parri:

“Al piano di sopra si erano accasati, o accasermati, due giovani compagni, Walter e Catone al quale avevo affidato il servizio lanci. Veniva a trovarli ogni tanto una ragazza, anch’essa del giro. La ragazza aveva un amico ungherese, sedicente del giro, L’ungherese ha dei pasticci: non ricordo per quale tramite si fa beccare dalle SS, alle quali spiffera quello che sa della ragazza e dei suoi amici, che nessuno avverte delle pericolose confidenze” [53]. Poi Franzinelli riporta le parole di De Hoog dal suo memoriale autobiografico: “Io so bene che c’era il delatore, perché lo vidi in volto, furtivamente guardando – con un poliziotto alle spalle – dentro la stanza, dalla porta semiaperta, cercando di coprirsi il viso, accennando di sì, come se avesse riconosciuto chi cercavano di identificare, in questo caso me. Era l’ungherese citato dallo Zio (Parri, n.d.a.) nel suo libro” [54].

Ungherese il delatore, ungherese la padrona di casa, e nei diari del tenente delle SS Guido Zimmer [55] appare che questi aveva infiltrato nella Resistenza un agente di origine ungherese, Andreas Zolomy, che da gennaio 1945 si sarebbe unito definitivamente ai partigiani ma del quale non dice altro. Però risulterebbe anche che nel novembre 1944 Zimmer (che nello stesso periodo aveva avviato i contatti con l’OSS che poi sarebbero sfociati nell’operazione Sunrise di cui parleremo successivamente) “nascose in casa per due giorni il comandante dei partigiani Fausto” [56] e che all’inizio dell’aprile ’45 ospitò per due settimane (quindi fino alla Liberazione), su richiesta del capo dell’OSS Dulles, l’“agente Walter” dell’OSS con la sua radio trasmittente, mediante la quale informava gli Alleati dei movimenti tedeschi.

Sarebbe interessante appurare se Zimmer abitava nello stabile di via Monti 92, se l’agente Walter dell’OSS era Walter De Hoog, se l’ungherese di cui parlarono Parri e De Hoog era Zolomy e se, infine, Fausto era il triestino Riccardo De Haag.

Anche Sogno parla dell’arresto di Parri, attribuendo la responsabilità della delazione, secondo quanto gli avrebbe detto il suo collaboratore Stefano Porta (che a sua volta riferiva quando gli avrebbe detto il presidente del CLNAI Alfredo Pizzoni) ad “un certo Bandy, un ungherese che faceva il doppio gioco” [57].

Il cerchio si chiude, perché Bandy e Zolomy erano la stessa persona, come leggiamo in un articolo di Casarrubea, che parla di uno “Zolyomy Andrea, alias Bandi, ex agente dell’Ufficio Quarto dei servizi segreti nazisti di Milano, che arrestato nel maggio 1945 passò a lavorare con gli statunitensi” [58].

 

Dopo questo breve inquadramento storico possiamo entrare nel merito della vicenda triestina.

 

PARTE PRIMA: NAZIFASCISMO E RESISTENZA A TRIESTE.

La retata contro il CLN triestino nel febbraio 1945.

All’inizio di febbraio 1945 l’Ispettorato Speciale di PS arrestò diversi dirigenti del CLN triestino: tra essi don Edoardo Marzari (presidente e cassiere del Comitato) ed il capitano Ercole Miani del Partito d’Azione. Fu arrestato anche Giuliano Girardelli, definito “fiduciario del comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia, incaricato a Trieste di funzioni ispettive sul Comitato di Liberazione Giuliano” in un verbale dell’Ispettorato, dove leggiamo anche dell’arresto dell’“emissario angloamericano, capitano di corvetta Podestà Luigi” e di “altri individui figure secondarie dell’organizzazione stessa” [59].

Don Marzari descrisse così il suo arresto:

“Giovedì (8 febbraio, n.d.a.) alle 22.30 irruzione di una quindicina d’armati nella sede di via Battisti (la sede della redazione del periodico della Curia “Vita Nuova”, n.d.a.). Perquisizione. Sequestro di carta e denari. Arresti. Fa da guida certo S. Nel furgone trovo già i fratelli Girardelli. Giunto all’Ispettorato odo poco dopo gli urli di Miani sotto la tortura. S. mi conduce in una stanzetta. Mi dice che Miani sotto la tortura ha parlato, che certo Bakulis (Bacolis, n.d.a.) per 100.000 L. ci aveva traditi, che un ufficiale di marina, arrestato per causa di Bakulis, aveva rivelato nomi e fatti (…)” [60].

L’arresto dei Girardelli è descritto in una lettera indirizzata al SIM, a firma Felice Locardi, che riporta le dichiarazioni di una certa Giustina, il cui nome potrà essere fornito a mezzo radio, precisa Locardi in calce [61].

La sera dell’8 febbraio la polizia di Collotti fece irruzione anche in casa Girardelli, che si trovava sullo stesso pianerottolo della redazione di “Vita nuova”. Furono arrestati i due fratelli Girardelli, Camillo e Giuliano: della squadra facevano parte dieci individui tra cui un brigadiere “ex partigiano ed ora zelantissimo funzionario della Polizia Repubblicana” [62]. Per dieci giorni la polizia tenne segregate in casa la madre dei Girardelli, la moglie, il figlio adolescente di Camillo (infermo) e la stessa Giustina.

Locardi sostiene che l’arresto di Girardelli sarebbe stato causato dall’arresto del suo “capo diretto”, cioè un “genovese” che si faceva chiamare Nicoletti e anche Carlo e che “dice di avere frequentato il corso dell’Intelligence service, di avere lavorato a Roma prima della liberazione della città, di avere passato a piedi le linee nemiche e di essere arrivato a Milano. Da lì è provato che sia giunto a Trieste in auto con due membri del CLN persone conosciutissime”.

Il vero nome di Nicoletti era Luigi Podestà, e fu arrestato il 6 febbraio, però, secondo Locardi, Girardelli non sarebbe stato compromesso dalle sue dichiarazioni ma da quelle di don Marzari “il quale ha parlato abbondantemente facendo nomi e precisando (segue una parola illeggibile, n.d.a.)”.

Nel verbale dell’interrogatorio reso da Giuliano Girardelli Giardino agli agenti di Collotti [63] leggiamo che l’arrestato dichiarò di conoscere da diversi anni Riccardo De Haag, identificato come “il triestino che a Milano era l’organizzatore della cosiddetta rete Nemo” e che alcuni mesi prima gli aveva presentato un certo “Nicoletti” che “so appena da ora che si chiami Podestà Luigi e dopo cioè che mi è stata mostrata la sua carta d’identità in questo Ufficio”. Girardelli spiegò che De Haag gli aveva presentato anche don Marzari “il quale mi venne riferito si stava occupando per l’Italianità di Trieste. Col Don Marzari ho avuto alcuni colloqui durante i quali ebbi a parlare con lui dei pericoli slavo-comunisti incombenti su Trieste e la possibilità di eliminare questo pericolo con una decisa azione”.

Solo una volta, ammette l’interrogato, egli prese parte ad una seduta del Comitato di Liberazione Nazionale e precisamente ad una “riunione tenutasi in una casa di via Crispi, abitazione del Ing. Ponzo [64], presenti pure il De Hag (De Haag, n.d.a.), Nicoletti, Don Marzari, Miani, un signore di cui sconosco l’identità ma che si diceva Socialista, pure altro signore che credo appartenente al Partito d’Azione ed io. A detta seduta non era presente il padrone di casa Ing. Ponzo. L’argomento, motivo della riunione, era l’Italianità di Trieste ed il pericolo Comunista su di essa incombente. (…) Col Nicoletti parlai poi in altre occasioni dell’opportunità di trovare ed organizzare degli uomini atti a difendere l’Italianità della città nel momento dell’eventualità che si verificasse l’abbandono di questa da parte delle truppe tedesche”.

Girardelli ci dà qui i primi dati relativi alla Rete Nemo, di cui scopriamo, leggendo il testo di Gnecchi Ruscone, che faceva parte anch’egli [65]. E prendiamo nota dello scopo da lui dichiarato delle riunioni del CLN locale (scopo peraltro confermato da svariata documentazione, come vedremo nelle pagine seguenti): la difesa dell’italianità di Trieste.

 

Breve storia del CLN di Trieste fino alla fine del 1944.

Nell’ottobre del 1943, poco dopo l’occupazione nazista [66], si costituì un primo CLN, del quale facevano parte esponenti del Partito d’Azione (Gabriele Foschiatti), del Partito Comunista (Zeffirino Pisoni), del Partito Socialista (Edmondo Puecher), della Democrazia Cristiana (Giovanni Tanasco) e del Partito Liberale (Silvano Gandusio); i primi quattro furono arrestati nel dicembre del 1943 e deportati a Dachau, dove morirono Foschiatti e Pisoni.

“Durante i primi mesi del 1944 languiva a Trieste l’attività clandestina”, scrive l’azionista Giovanni Paladin [67], spiegando che erano attivi solo il Partito comunista ed il Partito d’Azione; dove l’attività di quest’ultimo comprendeva, ad esempio, nel febbraio 1944 la pubblicazione di un documento (attribuito ad Ercole Miani), nel quale si auspicava come “soluzione al problema giuliano” una “UNITÀ ECONOMICA DELLA REGIONE GIULIA, DAL TAGLIAMENTO ALLE ISOLE ISTRIANE DEL CARNARO” e l’istituzione di un “porto franco” per Trieste [68]. Questo documento avrebbe ispirato, secondo quanto scrive Paladin [69], il progetto di “Trieste città libera” di cui parleremo tra un po’.

In primavera si costituì un secondo CLN, che comprendeva gli stessi gruppi politici del primo, ma non aveva contatti con il Comitato di Liberazione Alta Italia di Milano [70]; il CLNAI però collaborava con l’Osvobodilna Fronta (OF-Fronte di Liberazione), nel quale militavano sia sloveni sia italiani collegati al IX Korpus dell’Esercito di Liberazione jugoslavo. In seguito a questi contatti, il CLNAI redasse un manifesto indirizzato “Alle popolazioni italiane della Venezia Giulia”, datato 7/2/44 e diramato dopo una riunione svoltasi a Milano l’8 e 9 giugno nel quale si auspicava la collaborazione tra antifascisti giuliani ed OF [71].

Gaeta scrive che il presidente del CLNAI Alfredo Pizzoni Longhi, che non sapeva se a Trieste esistesse un CLN, venne in città a fine maggio ’44, prendendo contatto con due ex commilitoni della prima guerra mondiale (Giani Stuparich e Carlo Devescovi, che lo misero in contatto con il professor Carlo Schiffrer, socialista), e Giorgio Bacolis (del quale Gaeta scrive che era “già in passato in fama di informatore di potenza straniera e nel momento attuale presumibilmente dei tedeschi” [72]. Schiffrer a sua volta si rivolse a Gaeta, domandandogli se poteva combinare un incontro tra Pizzoni ed il dirigente del CLN di Udine, l’avvocato Giovanni Cosattini [73].

Durante questo incontro Pizzoni spiegò che, in preparazione di un convegno con i dirigenti dell’OF, il CLNAI era intenzionato a chiedere, come da indicazioni britanniche, che Trieste fosse dichiarata “città libera” e non che ritornasse all’Italia, perché questo era l’unico modo per impedire che passasse alla Jugoslavia. Sia Gaeta (nella sua relazione), sia Paladin affermano che l’idea di “Trieste città libera” era stata concepita dopo colloqui tra il conte Carlo Sforza (ministro degli esteri nel governo Badoglio) e gli azionisti Leo Valiani e l’avvocato triestino Emanuele Flora, ma essendo questi impossibilitati a rimanere a Trieste per conferire con gli altri “compagni di lotta”, il documento fu inviato a Sforza in quei termini [74].

Gaeta mobilitò quindi i propri contatti nel Partito d’azione (Umberto Felluga a Trieste e Valiani a Milano) ed accettò l’incarico propostogli da Pizzoni di fargli da “consulente per la questione della Venezia Giulia” e di partecipare ai convegni di Milano, dove portò un documento da lui redatto nel quale .parlava di “incomprensione” e “scarsa conoscenza del problema giuliano da parte del CLNAI”, citando un messaggio inviato al CLNAI il 2 luglio, nel quale era scritto che “si dice che solo per Trieste gli slavi preparerebbero delle liste contenenti i nominativi di ben 16.000 giustiziandi, il che equivarrebbe a un tentativo di indiscriminata eliminazione degli italiani”: e ciò per chiedere la presenza di un membro fisso del CLN giuliano alle riunioni del CLNAI e di un membro del CLNAI nel CLN giuliano [75].

Quindi fu il Partito d’azione di Trieste a dare la stura, già nell’estate del ’44, alla campagna politica di stampo terroristico contro la componente jugoslava (alleata nella lotta antinazifascista) con affermazioni del tutto prive di riscontro (“si dice”, scrive l’autore del messaggio inviato al CLNAI) evidentemente finalizzate a creare una rottura tra OF e CLNAI col quale aveva contatti diretti.

 

Gli azionisti Gaeta e Felluga ed il democristiano don Marzari si attivarono per convincere gli esponenti del CLNAI che il progetto “città libera” non doveva essere perseguito, e che il CLN giuliano non avrebbe mai accettato una soluzione che vedesse Trieste staccata dall’Italia [76].

La riunione con il CLNAI si svolse il 14/7/44, in casa di un certo Carlo De Filippi (che era venuto a Trieste in giugno per parlare con Schiffrer e portargli dei fondi per il suo lavoro [77]), ed erano presenti, oltre ai “giuliani” Gaeta, don Marzari ed il comunista Luigi Frausin, il presidente del CLNAI Pizzoni, il liberale Giustino Arpesani (Giustino), il democristiano Achille Marazza (Fabio), il socialista Oliviero di cui Gaeta non sapeva il nome, l’azionista Leo Valiani (Leo), il comunista Dozza (Ducati) ed un “segretario del CLNAI” identificato come Cecconi, ma il nome in parentesi è cancellato [78].

Nell’accordo firmato a Milano si legga anche che “il CLNAI e l’OF ordinano al CNL per la Venezia Giulia ed al Comitato interregionale del fronte di liberazione per il territorio sloveno, di mobilitare al massimo le formazioni militari partigiane e di potenziare la lotta contro il nazifascismo” [79]. Ciò dovrebbe chiarire la posizione di subalternità in cui si trovava il CLN giuliano rispetto alla coalizione antifascista, cosa che non appare dalla storiografia “ufficiale” che invece tende ad attribuirgli una posizione egemonica in realtà non esistente.

Nel corso degli incontri con l’OF (rappresentato da Anton Vratuša Urban e Franc Štoka), sia a Milano che poi a Trieste, la posizione estremamente nazionalista del CLN giuliano finì con l’impedire che si creasse un organismo di collegamento tra i due organismi [80]; ciò influì anche nei rapporti con il CLNAI, col quale alla fine fu il solo Partito comunista a mantenere dei collegamenti regolari, mentre il resto del CLN giuliano rimase isolato, quantomeno fino a dicembre, quando furono inviati a Trieste gli emissari della Rete Nemo.

Tra agosto e settembre 1944 i nazifascisti operarono una grossa azione repressiva che portò all’arresto di una settantina tra comunisti (fra essi Luigi Frausin, assassinato dopo essere stato orribilmente torturato) e membri dell’OF, ed alcuni esponenti del CLN (Felluga, che morì a Dachau e, da quanto scrive, lo stesso Gaeta, che però sarebbe stato presto liberato [81]).

Nell’ottobre del 1944 si formò quindi un terzo CLN, composto dal Partito d’Azione (rappresentato da Ercole Miani), dal Partito Socialista (Carlo Schiffrer), dalla Democrazia Cristiana (don Edoardo Marzari, presidente e tesoriere) e dal Partito Liberale (Antonio Selem): questo CLN non aveva rapporti con il CLNAI, che aveva mantenuto la linea espressa nel “Manifesto” di giugno, invitando i triestini che volevano lottare contro il nazifascismo a collaborare con l’OF. Paladin riferisce anche di uno scambio di messaggi tra Felluga e Valiani, in seguito ad un incontro (23/7/44) tra Felluga ed un rappresentante udinese del CLNAI, definito “rinunciatario” da Felluga perché invitava il CLN giuliano a lasciare da parte le questioni nazionali. Valiani rispose (2/8/44) ribadendo la linea della “difesa assoluta dell’italianità di Trieste, Fiume e via dicendo”, invitando a perseguire però la lotta comune e collaborare con PC e DC [82].

Accenniamo ora all’annosa questione della mancata collaborazione del PC triestino con il CLN locale, che la vulgata storiografica attribuisce al fatto che la dirigenza comunista era finita in mano ai sostenitori degli “slavi” dopo l’eliminazione dell’italiano Frausin (agosto 1944). Per dirimere una volta per tutte la questione, citiamo le parole dell’insospettabile don Marzari: “… in settembre (1944, n.d.a.) mi si presentò a Trieste un certo Pino Gustincich, dicendo di essere stato designato a rappresentare i comunisti però non solo italiani ma anche sloveni. Gli risposi che il CLN era italiano e che non era ammissibile una rappresentanza slava in seno ad esso, esistendo già per gli slavi un loro proprio organo. Egli replicò che le direttive erano state cambiate e che solo a quella condizione il PC poteva far parte del CLN. Risposi che allora il posto del PC sarebbe stato vacante e così di fatto avvenne in seguito e ogni cosa si svolse fino alla liberazione e oltre senza la partecipazione del PCI” [83]. Quindi non fu il Partito comunista triestino a non voler entrare nel CLN giuliano, ma ne fu impedito dal suo presidente, il quale aveva comunque una posizione ferocemente anticomunista, se corrisponde al vero quanto riferito dal delatore Bacolis al commissario Collotti, e cioè che don Marzari aveva versato un importo di 22.000 lire al giornale della Curia Vita nuova, “per la diffusione gratuita fra gli operai a fine anticomunista” [84].

In seguito a queste posizioni settarie, il CLN giuliano rimase di fatto isolato fino all’inizio di dicembre, quando fu “riagganciato” al CLNAI da agenti della Nemo, cioè dipendenti dal SIM del Regno del Sud e dai servizi britannici.

 

I triestini di Nemo.

All’inizio di dicembre arrivarono a Trieste, inviati “dal CLNAI per mandato di Nemo”, Riccardo De Haag e l’ex cappellano militare don Paolino Beltrame Quattrocchi (le due “persone conosciutissime” di cui scrisse Locardi nella relazione precedentemente citata), il quale scrive che “dopo avere accompagnato a destinazione una missione informativa giunta da Roma, composta dal comandante Podestà e da altro ufficiale di marina presiedemmo entrambi, per tre giorni, le sedute del CLN triestino, raggiungendo conclusioni di particolare importanza” [85]. Va qui inserito quanto riferisce il tenente colonnello Antonio Fonda Savio (futuro comandante di piazza del CVL triestino al momento dell’insurrezione), e cioè che il “9 dicembre i rappresentanti giuliani del Partito d’Azione, del Partito socialista, del partito democristiano e del Partito liberale si radunavano a Trieste, con l’intervento dei delegati del CLNAI”; in questo incontro “riaffermavano alcuni basilari principi programmatici”, cioè: “principio dell’unità d’Italia; principio del reciproco rispetto delle nazionalità italiana e slava (…); principio della necessità di un’autonomia regionale tale da non pregiudicare il principio dell’unità nazionale; principio dell’istituzione di un emporio a Trieste, aperto a tutte le bandiere” [86]. Notiamo che tra i “basilari principi programmatici” non è inserita la lotta al nazifascismo.

Don Paolino Fulvo, responsabile della maglia di Parma della Nemo, era stato inviato già a novembre e dicembre 1943 a Trieste e Fiume “onde indagare e riferire sulle attività di quelle zone”. A Trieste conobbe Riccardo De Haag in casa del colonnello Ponzo, lo condusse a Roma e lo mise in contatto con alcuni ufficiali del SIM della Marina: Podestà, il “comandante Resio”, il “maggiore Aldo Magri (nome di battaglia)” ed il “maggiore Basile”, senza altre indicazioni [87].

Abbiamo già incontrato il barone De Haag nella vicenda dell’arresto di Parri: triestino di origine olandese, ingegnere, maggiore degli alpini, era l’ufficiale di collegamento tra la Franchi di Sogno, per il quale era noto come “tenente Fausto della Corte” e della quale a Milano utilizzava la radio) e la Nemo; per l’OSS era Fausto, mentre come Alpino era “vicecomandante della Nemo” [88].

Un altro triestino che fece parte della Nemo era Vittorio Strukel, il quale scrisse in una relazione che dopo l’8 settembre si unì assieme a De Haag al Battaglione triestino, da cui si allontanarono però quando “gli slavi vollero che tutto il battaglione passasse nelle file jugoslave”. Dato che prosegue affermando che ritornarono a Trieste il 20/10/43 immaginiamo che questo non meglio chiarito “Battaglione triestino” non sia lo stesso che fu poi organizzato da Giovanni Zol ed operò nell’Alta Istria, ma il “nucleo di giovani triestini (che) prese la via del Carso sotto l’impulso del barone De Haag (…) l’esperienza fu di breve durata e nel marzo 1944, largamente decimato, si aggregò alle formazioni lombarde” [89].

Strukel e De Haag andarono poi a Parma dove quest’ultimo aveva preso contatti con il CLN locale; Strukel fece da staffetta fino all’aprile ‘44. Il 1° aprile don Paolino Beltrame conobbe Nemo, cioè il capitano Emilio Elia, che stava organizzando la rete informativa di tipo militare che avrebbe preso il suo nome, e lo presentò a De Haag, che divenne in seguito il vice capo della Missione Nemo [90].

Strukel fu inviato a Trieste a prendere contatti con Ponzo e Girardelli e dal maggio ‘44 lavorò a Milano con un altro triestino, Guido Tassan Corriere Primo: a questo punto Elia disse loro di averli inseriti nella Nemo.

A sua volta Tassan, sottotenente nella divisione alpina Julia in Grecia e Russia, scrive [91] che dal settembre 1943 aveva mantenuto “i contatti di amicizia” con Riccardo De Haag, “al quale prestavo”, spiega “ su sua richiesta talvolta la mia collaborazione in Trieste”. Nell’aprile del ’44 però decise di “prestare un’opera più proficua alla Patria” ed andò a Milano per mettersi “a continua disposizione” di De Haag. Fu in quella circostanza che conobbe Elia, che lo accettò come “ufficiale informatore”. Il suo incarico fu di “stabilire le modalità di collegamento con i patrioti di Borgo Taro (Parma)”. Il reparto lavorava in totale confusione, afferma De Haag, e per questo motivo ne prese il comando e riuscirono in tal modo a catturare un paio di automezzi tedeschi con a bordo un corriere dell’esercito germanico e molti documenti che Tassan consegnò a De Haag.

Ed ancora “tra aprile e maggio 1944 “a Trieste si costituiva una maglia alle dipendenze del Capitano Girardelli”, al quale Tassan prestò l’opera di “corriere e collaboratore”, poi nel giugno ‘44 fu richiamato a Milano ed inviato a Pisa da dove trasportò la radio trasmittente a Milano. Non fece più ritorno a Trieste perché vi sarebbe stato chiamato di leva e rimase come ufficiale di collegamento tra Parma e De Haag [92].

Tra novembre ‘44 e gennaio ’45, mentre si trovava nel Veneto per costituire la maglia della Rete, Tassan tenne anche (tramite la famiglia Robaud di Vicenza) i collegamenti con la “Rete costituita a Trieste dal Capitano di Vascello Podestà Luigi”; per la loro attività informativa si avvalsero del corriere triestino Giuseppe Cettin e nel febbraio ‘45, dopo che Elia su richiesta di Tassan aveva mandato una radio trasmittente, iniziarono anche a trasmettere informazioni.

Tassan andò una prima volta in missione a Trieste nel dicembre 1944 per consegnare a Podestà alcuni ordini da Roma e portare di ritorno le “prime informazioni raccolte dal nuovo comandante”; della seconda che si svolse in aprile parleremo dopo.

 

Nell’elenco dei collaboratori di Nemo leggiamo che il “Cap. art. spe Girardelli Giuliano” fu “assunto il 12/6/44 per la maglia di Trieste (…) passato con l’autorizzazione del Gruppo speciale (cioè la Special force, n.d.a.) alle dipendenze di Puccini cessava di far parte della rete” [93].

Elia scrisse di “una maglia per la zona di Trieste diretta da Artigliere (e ceduta poi a Puccini) la cui azione veniva poi integrata da frequenti ricognizioni di Fante (gruppo Alpino)” [94]. Nel testo di Gnecchi Ruscone non vengono identificati né Puccini, né Artigliere, né Fante: io avevo ipotizzato che Puccini poteva essere Podestà, e ne ebbi conferma dai documenti che ho consultato a Roma, dai quali risulta inoltre che Fante (anche Ivo) si identifica in Demetrio De Biasio. L’identità di Artigliere rimane però misteriosa: in “Argo 16” è citato un documento firmato da Girardelli, con l’elenco dei “collaboratori principali” di una missione del SIM di cui Girardelli sarebbe stato il “vice capo” (ma non viene indicato il “capo”), nel quale troviamo i seguenti nomi: colonnello Mario Ponzo, maggiore Giuseppe Trebbi, sottotenente Armando Lauri, nocchiero Maniscalco; “il capo Bergera”; capitano Massimo Marassi, ed i civili Lucio Profeti, Camillo Girardelli, Giusto Muratti [95]. Segue una nota firmata dal “vice capo ufficio” del Comando supremo (si suppone lo SMRE), il tenente colonnello Renato De Francesco, che ringrazia Marcello Spaccini, su segnalazione di Giuliano Girardelli, “per la volontaria, disinteressata collaborazione che Ella ha voluto offrire” [96].

Dovrebbe quindi essere questa la “maglia per la zona di Trieste” di cui parlò Elia nella sua relazione, ma se Girardelli, passando alle dipendenze di Podestà “cessava di far parte della rete”, ciò significa che Podestà non faceva parte della Nemo [97]?

 

Podestà data la propria partenza da Milano per Trieste (assieme a De Haag ed al suo collaboratore Attilio Marchini) il 4/12/44, e quindi le date coincidono con le dichiarazioni di don Paolino (che però Podestà non nomina), mentre Elia scrive di avere inviato in novembre (non in dicembre) 1944 “una missione a Trieste di cui faceva (sic) parte il suddetto don Paolino, il cap. Riccardo De Haag ed altri due ufficiali inviati espressamente dal Sud” [98]. Ed è da don Marzari che apprendiamo di una riunione che si tenne “verso la fine del 1944 (…) in casa del col. Ponzo, poi deportato dagli slavi. Erano presenti oltre a me il cap. Miani, il sig. Carra [99], il sig. Podestà, ufficiale di marina poi catturato dagli slavi e che era stato indirizzato a me per i collegamenti con l’esercito e per anticipi in denaro [100].

 

La “situazione triestina” secondo Nemo.

Riassumiamo qui una relazione firmata dalla rete Nemo, intitolata “situazione triestina” e datata Roma 27/2/45, che fu inviata a Roma al SIM tramite una missione che vide protagonisti don Paolino e De Haag [101].

La relazione inizia dicendo che nel dicembre del ’44 alcuni partiti (DC, PLI, Partito d’Azione) “si accordarono per svolgere a Trieste una comune politica di italianità rimandando a dopo la guerra il conseguimento delle loro finalità ideologiche”. A tale scopo redassero un rapporto scritto e ne inviarono copia ai loro rappresentanti presso il CLN triestino (da quanto leggeremo più avanti si può supporre che questo “accordo” si realizzò dopo le riunioni del CLN presiedute da don Paolino e De Haag).

Erano state tentate a Trieste, leggiamo, “varie vie per offrire una netta collaborazione italiana alla lotta antitedesca”, abbandonate però “una dopo l’altra a causa della particolare situazione locale”: infatti il CLN non aveva ottenuto “se non per le prime sue riunioni la partecipazione di un delegato comunista”.

Abbiamo visto prima i motivi per cui il Partito comunista non faceva parte del CLN giuliano, ed evidenziamo come questa relazione che, senza dirlo esplicitamente, lascia intendere che sarebbero stati i comunisti a non voler collaborare, può essere la prima fonte in cui viene esposta quella versione falsata dei fatti (ancora ribadita ai giorni nostri) che descrive il Partito comunista come “non unitario”, “anti italiano” e “sottomesso” alla politica jugoslava. Infatti più avanti leggiamo che il PC “riteneva superfluo il comitato italiano, considerando – su piano internazionale – maggiormente efficiente e praticamente sufficiente il CL giuliano, organo slavo già collaudato prima dell’8 settembre”, definito nella relazione della Nemo come “formato esclusivamente da slavi”.

Il cosiddetto “CL giuliano” va probabilmente identificato nel movimento di Unità Operaia–Delavska Enotnost che operò a Trieste raccogliendo gli antifascisti di tutte le etnie, che si riconoscevano in un progetto comune anticapitalista ed internazionalista. Quindi il CLN giuliano non si limitò a disattendere le direttive del CLNAI rifiutando la collaborazione del Partito comunista, ma addirittura i suoi esponenti relazionarono in modo falso agli agenti inviati dai servizi alleati, con le conseguenze che tutto questo portò a livello degli equilibri politici nazionali ed internazionali.

La relazione prosegue: “i comunisti giuliani – italiani e slavi – considerano necessaria una autonomia che consenta a Trieste di sciogliere i suoi legami con l’Italia per appoggiarsi invece alla Jugoslavia” ed ancora “il tentativo di costituire bande partigiane era fallito: costrette infatti ad operare in territorio abitato da popolazioni slave comunistizzanti, non avevano potuto sopravvivere che quelle comuniste, anch’esse del tutto senza appoggio da parte degli slavi [102] fondamentalmente sospettosi di ogni iniziativa partente da elementi di razza italiana”.

È evidente in questa relazione la posizione nazionalista (anzi, razzista) e non politica o di classe dell’estensore, confermata dal passo in cui viene descritta l’impossibilità di creare bande in città perché le disposizioni che richiedevano l’arruolamento o il servizio del lavoro avevano reso impossibile una “organizzazione cospirativa locale”, visto che chi non si presentava veniva rastrellato e deportato. Gli operai delle fabbriche ed i lavoratori in genere riuscivano ad organizzare la resistenza nei luoghi di lavoro tramite l’Unità operaia, e ad essi si collegarono anche molti studenti: quindi il problema rilevato dal relatore denota l’assenza di contatti tra CLN giuliano e altre formazioni antifasciste, in spregio dell’accordo firmato a luglio dell’anno prima.

Vengono poi esposti “due fattori” di “scoraggiamento”, sui “pochi rimasti in città”: il primo era “l’abilissima propaganda slava”, che sfruttava il silenzio degli alleati sul futuro del porto di Trieste, propaganda che faceva credere che la questione giuliana si sarebbe risolta secondo i “desiderata jugoslavi”; il secondo motivo sarebbe stato “l’assoluto silenzio del governo nazionale attribuito alla rinuncia della sovranità su Trieste avvenuta in sede di armistizio”.

Tutto ciò avrebbe portato al “convincimento della totale inutilità di ogni lotta”, perché coloro che nel 1914 “accorsero volontari alla chiamata dell’Italia” (cioè si arruolarono per combattere contro l’Impero austroungarico – lo Stato di cui facevano parte – allo scopo di portare l’Italia a Trieste) “oggi consigliano i figli a sottomettersi a quanto considerato inevitabile”. Anche qui notiamo una concezione nazionalista della lotta di liberazione, una lotta non antifascista ma esclusivamente irredentista, per riportare all’Italia i territori occupati dalla Germania nel timore di un loro passaggio alla Jugoslavia alla prevista vittoria alleata.

Torniamo alla relazione della Nemo: dopo “l’assicurazione verbale che l’italianità di Trieste sarebbe stata difesa sia dal governo nazionale che dal CLNAI” (assicurazione data probabilmente dagli emissari di Nemo nel corso delle riunioni di inizio dicembre), l’ordine del giorno (si suppone l’accordo “di italianità” proposto da DC, PLI e Partito d’Azione) fu votato “entusiasticamente” anche dall’esponente socialista e fu proposto, sul terreno pratico, “di provvedere a concentrare l’elemento italiano a difesa del Municipio di Trieste, non essendo certo possibile impedire l’ingresso in città alle formazioni dei partigiani alleati e dovendosi solo assicurare il riconoscimento del secolare carattere italiano del Comune” [103].

Venne inoltre stabilito che a Trieste si sarebbe costituito il “CLN Italiano Giuliano rappresentante i comitati di Trieste, Udine, Gorizia, Pola Fiume”, mentre a Udine si sarebbe costituito l’esecutivo militare delle 5 province, in “considerazione che solo in provincia di Udine potevano vivere ed agire formazioni italiane”.

Fu così iniziato a fine dicembre 1944 il “lavoro preparatorio di una comune azione di propaganda politica da parte dei quattro partiti firmatari, e la costituzione di un nucleo di armati destinato a sostituire il nerbo della futura ‘guardia nazionale’. Tale lavoro venne troncato ai primi di febbraio in seguito all’arrivo da Padova di due rappresentanti del CLN triveneto” che “dissero opportuna una azione comune di tutte le forze antitedesche e stabilirono un accordo per cui:

1) italiani e slavi rimandavano al dopoguerra ogni discussione circa l’appartenenza politica della regione;

2) italiani e slavi si impegnavano ad immediatamente sospendere ogni propaganda politica;

3) italiani e slavi fondevano in un unico Comitato Giuliano i rispettivi comitati italiano a Trieste – slavo nella regione”.

A questo punto la relazione esprime un giudizio negativo su quanto richiesto dai rappresentanti del CLN triveneto, perché la prima conseguenza sarebbe stata la “rinuncia italiana ad INIZIARE la sua propaganda là dove la propaganda slava può considerare ESAURITO il suo compito” [104]; e secondariamente perché si avrebbe avuto per la prima volta “dopo secoli” (sic!) la “rinuncia triestina alla integrale rivendicazione del carattere italiano della città per assumere un atteggiamento di minoranza etnica”; inoltre viene precisato che “non si conoscono le influenze che possono avere guidato il CLN triveneto nell’invio di tale sua missione”.

I rappresentanti dei quattro partiti del CLN (DC, PLI, PSI, PdA) “hanno chiaramente espresso la loro sconfortata sfiducia (…) nel silenzio ufficiale del CLNAI (…) del governo nazionale in quello Alleato (però prima si era parlato di una “assicurazione verbale” data in merito, n.d.a.) (…) nella mancanza di ogni concreto aiuto ed (…) incitamento essi vedono la condanna della città (…) si dicono pronti a tutto tentare per salvaguardare l’italianità di Trieste ma (…) di non poterlo fare nel buio assoluto in cui sono sommersi. Se non lotta il Governo (…) essi giocherebbero invano la vita – nessuno scorda le recenti foibe istriane (…)”.

Infine la conclusione: “la situazione è divenuta tale per cui già oggi si corre pericolo che le tanto attese parole giungano troppo tardi per scuotere la crescente apatia, e non siano credute da gente nel 1914 così generosa, poi delusa da venti anni di sgoverno economico di cui la città fu vittima, ed oggi terrorizzata dalle recenti foibe, dalle reiterate minacce slave, dalle preoccupazioni per il futuro, dal contrasto fra le possibilità dei comitati slavi e l’abbandono di quelli italiani” [105].

È interessante questa conclusione che riprende lo spauracchio delle “foibe”, già accennato nel messaggio del luglio 1944 dal Partito d’Azione, e dimostra che tale argomento non è stato solo prerogativa dei nazifascisti, ma fu presentato ai servizi di informazione alleati, in funzione antijugoslava, dallo stesso CLN giuliano.

Va detto infine che nei faldoni relativi a Nemo sono conservati diversi documenti sulla situazione etnica e politica della Venezia Giulia, ma del solo Partito d’Azione, che, come ricordiamo dalla relazione Gaeta, si era attivato in senso nazionalista: a questo scopo furono inviate alla Special Force anche le analisi di Schiffrer sulla composizione etnica della Venezia Giulia [106].

 

Tutto ciò non fa che confermare le parole di Girardelli riguardo lo scopo delle riunioni in casa di Ponzo, cioè “l’Italianità di Trieste ed il pericolo Comunista su di essa incombente”; e lo stesso Paladin, rievocando il clima delle “infervorate riunioni” del Quarto CLN scrive che “sembrava che un fuoco inesauribile di passione nazionale ardesse nel cuore di coloro che volontariamente si erano assunti la responsabilità di contendere il possesso di queste contrade alla rapacità slava” [107]. Un Comitato non finalizzato alla liberazione dal nazifascismo, insomma, ma creato esclusivamente in funzione anti-jugoslava.

 

Da gennaio 1945 all’insurrezione.

Ai primi di febbraio, dunque, sarebbero giunti a Trieste “due rappresentanti del CLN triveneto”. Locardi scrisse che il 12/1/45 giunse in regione una “missione dal Veneto”, costituita da 3 ufficiali (l’avvocato liberale Carlo Tullio Antonio; il socialista dottor Pasini Angelo, ed il tenente di cavalleria Fabio Mangilli Dardo, come esponente militare), per prendere contatti con il CLN giuliano, che presentò loro le proprie formazioni militari. Tale missione prese contatti anche con il prefetto Bruno Coceani, con il podestà Cesare Pagnini (ambedue di nomina nazifascista), con il commissario Vincenzo Politi (il capo della Compagnia Speciale di ordine pubblico composta da agenti ausiliari di PS di via del Bosco, che poi costituirono la Brigata San Sergio del CVL), con la “medaglia d’oro” Stuparich e con il professor Schiffrer (“autore di un testo di prossima pubblicazione trattante la questione dell’italianità di Trieste e la situazione etnica giuliana”) [108].

Paladin a sua volta scrive che questa missione giunse a Trieste il 16 gennaio, proveniente dal Friuli; sarebbe stata formata da un socialista (Longo), da un liberale e da un apolitico (le appartenenze corrispondono alla relazione di Locardi, ma non il nome del socialista), con il compito di unificare sotto comando unico i volontari della libertà. La mattina del 7 febbraio “ricomparvero a Trieste due ufficiali del Comando triveneto” (forse i due di cui parla la relazione della Nemo?) per procedere alla nomina di un comandante in capo delle forze locali del CVL, e per tale motivo quella stessa sera, alle 19, il CLN si riunì in casa di Paladin. Miani rifiutò l’incarico e don Marzari propose il tenente colonnello Emanuele Peranna, dirigente dell’UNPA [109].

Secondo Spazzali, Peranna sarebbe stato presentato nel gennaio del 1945 al capitano Carra Monti dal generale dei Carabinieri della riserva Flavio Landi (che sarebbe stato inviato a Trieste dal SIM di Venezia con l’incarico di entrare nel CVL per “organizzare i carabinieri sbandati” [110] e dando origine al Gruppo Landi, che raccoglieva informazioni politico-militari poi inviate a Carra), e sarebbe stato poi Carra a proporre Peranna come comandante di piazza [111].

Paladin aggiunge che la riunione fu rinviata all’indomani, ma “poche ore dopo Miani, don Marzari e parecchi altri vennero arrestati dalla polizia di Collotti e così ebbe termine la terza edizione del CLN della Venezia Giulia senza aver prodotto alcuna deliberazione definitiva circa la nomina del Comandante di piazza del CVL” [112].

Don Marzari scrisse di essere stato arrestato la sera del 7 febbraio [113], però nel biglietto fatto recapitare dal carcere si legge che l’arresto avvenne di “giovedì”, cioè l’8 e non il 7 di febbraio; ed anche nel verbale di arresto del sacerdote redatto dall’Ispettorato speciale, si legge “8 febbraio alle ore 23 in via Battisti”.

Del resto Spazzali afferma che don Marzari non era presente alla riunione precedente gli arresti: quindi le riunioni potrebbero essere state due, una il 7 (presente don Marzari), l’altra l’8, della quale però Paladin non parla.

Fu catturato in quei giorni anche il rappresentante della DC, Paolo Reti, già impiegato all’Ansaldo di Genova e collaboratore in quella città dell’Organizzazione Otto del medico comunista Ottorino Balduzzi; giunto a Trieste nel maggio 1944, tenne per alcuni mesi i contatti con Milano. Dopo l’arresto fu rinchiuso nella Risiera di San Sabba ed ucciso in aprile.

In seguito a questi arresti il liberale Selem si rifugiò a Milano e così il CLN si ritrovò nuovamente decapitato e privo di dirigenti, il che portò alla costituzione di un quarto CLN, di cui sarebbe stato artefice Paladin, che contattò il poeta gradese Biagio Marin (esponente del PLI, ma con un passato da funzionario fascista) ed il professor Schiffrer. La prima riunione si tenne nella biblioteca delle Assicurazioni Generali, dove lavorava Marin, il quale elaborò lo statuto che doveva regolare i rapporti tra il CLN ed il Comando di Piazza; e fu ancora Marin a recarsi, assieme a Miani ed a Fonda Savio, dal prefetto collaborazionista Coceani “per valutare l’ipotesi di una soluzione italiana” [114].

A questo proposito l’ex podestà Pagnini dichiarò che per la “prima adunanza costitutiva del CLN Alta Italia” (ma ricordiamo che questo CLN non aveva nulla a che fare con il CLNAI) era stato contattato “nel febbraio 1945” da Carlo Schiffrer affinché desse la disponibilità di una stanza per la riunione, ed egli mise a disposizione una “stanza del vice podestà in Municipio”. Alla riunione presero parte Marin, Paladin “ed altri due o tre” [115]; a sostituire Reti per la DC subentrò l’ingegner Marcello Spaccini.

 

Il Comitato di Salute Pubblica.

Nell’archivio di Lubiana troviamo una relazione che delinea un particolare “comitato di liberazione”: alla fine di marzo 1945 il podestà Pagnini aveva “reso dichiarazioni” ad un “nostro compagno” (un membro dell’OF oppure dell’OZNA [116], quindi) affermando che nel periodo esisteva a Trieste “un’organizzazione denominata Comitato di Salute Pubblica (CSP) o Comitato di Salvazione o Comitato di Italianità”, del quale facevano parte l’Esercito Repubblicano, la Decima Mas, la Guardia Civica, i Vigili urbani, la Milizia forestale e quella ferroviaria, i Vigili del fuoco, ed i poliziotti di via del Bosco (la Compagnia comandata da Politi, poi inquadrata nel CVL) e quelli della questura di via XXX Ottobre. Pagnini dichiarò che il prefetto Coceani avrebbe voluto inserire anche le “Bande Nere” (probabilmente le Brigate Nere), ma la proposta non fu accettata; inoltre Pagnini non fece parola dell’UNPA che però risultò “successivamente” averne fatto parte. La funzione di questo Comitato era “nettamente antislava e quindi antipartigiana” e “si proponeva di ostacolare genericamente la penetrazione slava in queste terre”. Miani avrebbe dichiarato di essere a conoscenza dell’esistenza del CSP, ma questo non chiarisce le relazioni che intercorrevano tra CSP e CLN; nella relazione si evidenzia che il CLN vantava forze armate proprie (la Guardia di Finanza ed i “singoli carabinieri ancora esistenti a Trieste” [117]), ma “soprattutto la Guardia Civica”, che “era considerata parte organica del Comitato di Salute Pubblica e questo apparire della Guardia civica tra le file dei due comitati fa pensare ad una connivenza dei due comitati se non proprio un accordo perfetto”. Successivamente le forze armate del CSP scenderanno in piazza come combattenti del CLN [118].

Inseriamo qui un’altra relazione firmata da Locardi, che parla di un incontro svoltosi a Udine il 5/4/45, presenti lui stesso, il comandante della Osoppo ed un responsabile delle formazioni militari triestine (dei quali non sono indicati i nomi). Fu deciso che la Divisione Oberdan (composta dalle brigate Timavo, Venezia Giulia e San Sergio) sarebbe passata alle dipendenze del Comandante Verdi (cioè Candido Grassi, comandante della Osoppo e membro della Franchi), in previsione della costituzione di un “corpo di armata denominato Venezia Giulia” comprendente la 4^ Div. Osoppo, la 5^ Divisione Triestina Oberdan (che poi cambiò il nome in Domenico Rossetti), affiancata dalla formazione armata del Partito d’azione, la Divisione Garibaldi Trieste, sotto un unico Comando di Piazza tenuto dal colonnello Peranna. Successivamente leggiamo che uno degli accordi riguardava il rifornimento di materiale per sabotaggio e viveri, che sarebbe stato trasportato il 18 aprile “a mezzo di un camion fornito dalla Prefettura di Trieste”; tale camion sarebbe stato anche utilizzabile per il trasporto di armi “qualora il Comando Alleato intenda rifornire le formazioni”.

Tale “disponibilità” da parte della Prefettura (sostanzialmente del prefetto Coceani), non fa che confermare l’ipotesi di un “accordo perfetto” tra Comitato di salute pubblica e CLN giuliano espressa nel documento dell’OZNA sopra citato.

Si può collegare a tutto ciò un’annotazione del CLN triestino datata 18/4/45, che troviamo a margine di una relazione su un incontro tra OF e CLN finalizzato ad un accordo sulla composizione del comitato misto di gestione della città dopo l’insurrezione: al “punto b” dell’annotazione “ad integrazione della relazione” leggiamo che “il Prefetto sta organizzando un importante nucleo di forze repubblicane contro l’eventuale calata del IX Korpus di Tito. Naturalmente, in caso di necessità, noi siamo disposti a far causa comune con queste forze. Urge quindi sapere se possiamo assimilarle al momento opportuno al Regio esercito, sia pure con le opportune epurazioni e gli opportuni riti” [119].

Per realizzare questa aberrante proposta, che significava praticamente che il CVL di Trieste si proponeva di sparare assieme alle forze collaborazioniste del nazifascismo contro l’esercito jugoslavo (alleato), si adoperarono anche alcuni dirigenti dell’Ispettorato Speciale, come vediamo da due specifiche testimonianze.

“In data che non so esattamente precisare, ma certamente intorno al 20 aprile 1945, si presentarono nella mia abitazione alcune persone dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza invitandomi a far parte di un Comitato che avrebbe dovuto agire contro le truppe jugoslave in occasione dell’occupazione di Trieste. Disapprovai subito tale proposta. A mia domanda mi fu risposto che eventualmente avrebbe potuto far parte del Comitato anche il generale Esposito, X Mas ed altre formazioni del genere” dichiarò il colonnello dei Carabinieri in congedo Alessandro Caravadossi [120].

Ed ancora: “il dott. Collotti, il dott. Pieris [121] e il dott. Podestà hanno tenuto un discorso a tutti gli agenti di via Cologna del seguente tenore: dobbiamo prepararci per difendere Trieste dai tedeschi e dagli slavi perché la città deve rimanere italiana. Sappiamo che il Podestà è un agente dell’Intelligence Service e accolse il discorso dei due dottori con un sorriso ironico, molto più eloquente di tutte le parole dei due poliziotti. Dal Comando di Guardia civica venne tenuto un discorso del genere alla truppa” [122].

Ritroviamo qui Podestà, in perfetta sintonia con Collotti, ed inseriamo a questo punto l’annuncio pubblicato il 30/6/45 su due quotidiani triestini:

“Tutti coloro che hanno veduto entrare il giorno 23 aprile u.s. alle ore 16, il dott. Collotti, capo dell’Ispettorato Speciale di Polizia della Venezia Giulia nella caserma di v. del Bosco, adibita a centro di reclutamento del CLN di Trieste, sono invitati a presentare regolare denuncia” [123].

Non sappiamo se qualcuno presentò “regolare denuncia”; il commissario ed i suoi accoliti abbandonarono Trieste la mattina del 27 aprile, e nello stesso giorno il comandante di piazza del CVL, Antonio Fonda Savio (che ebbe al suo fianco il democristiano Carra e l’azionista Miani) diede questo ordine: “domani alle prime ore del mattino si attaccherà, intanto occorre agire subito; impadronirsi dell’Ispettorato di via Cologna con tutto il suo intensissimo deposito di armi e di automezzi ed il suo archivio prezioso per ricostruire la storia recente e remota di tanti arresti” [124].

Fu Marcello Spaccini ad “impadronirsi” della sede dell’Ispettorato la sera del 29 aprile, coadiuvato da Ottorino Palumbo Vargas (dirigente della Polizia ferroviaria ma anche nei ruoli della Brigata Timavo del CVL e successivamente nominato Questore dal CLN) e “pochi fedeli” [125]; Palumbo diede gli ordini “per la presa in consegna” delle armi ed anche “dell’archivio” (che peraltro non si sa dove sia finito [126]), mentre Spaccini ed i suoi, assieme al commissario Perris, si recarono al Coroneo a liberare don Marzari, che la mattina dopo diede il segnale per l’insurrezione.

Riguardo l’atteggiamento del CVL triestino nei confronti dell’esercito jugoslavo, riportiamo quanto scritto dal comandante di piazza Fonda Savio: “nostro compito era quello di aprire la via agli Alleati, ci siamo astenuti di sparare sugli Slavi per non peggiorare la nostra posizione politica rispetto agli Alleati” [127].

E Giacomo Juraga (allora comandante della Guardia civica): “il giorno 29 aprile 1945 per la prima volta mi sono accorto che qualcosa non andava (…) mentre transitavo per via Mazzini, scorsi un camion con componenti della X Mas e mi accingevo con la mia scorta di 16 uomini ad aprire il fuoco, quando il ten. col. in congedo Fonda Savio, che si trovava insieme con noi, componente il Comitato di Liberazione, interruppe l’azione dicendo che non si doveva sparare sugli italiani” [128].

Ricordiamo queste testimonianze quando sentiamo storici e divulgatori sostenere che gli jugoslavi repressero anche gli antifascisti, parlando degli arresti di esponenti del CVL triestino.

 

Il capitano Podestà arriva a Trieste.

Dopo questa inquadratura storica torniamo indietro di alcuni mesi e vediamo come si mosse il capitano di fregata “Podestà Luigi, alias Nicoletti”, l’“Ufficiale del SIM di Roma inviato dagli Alleati quale ufficiale informatore” [129]; prima di leggere le sue dichiarazioni [130] prendiamo atto di una relazione jugoslava: “Podestà si trovava a Trieste dalla fine del ’43 o dal principio del ’44 in servizio di spionaggio da Grado a Capodistria per conto delle Nazioni Unite” [131].

Podestà scrive che la sua prima missione nell’Italia settentrionale era stata progettata già nel giugno 1944, ma che appena il 5 settembre, accompagnato fino alla linea gotica dai maggiori Visconti [132] e Page, era giunto assieme al suo “esploratore”, il capitano Attilio Marchini, in una zona ad una ventina di chilometri ad ovest di Urbino; i due furono quasi subito arrestati dai nazisti e “furono ristretti in attesa di deportazione”, dalla quale riuscirono a sottrarsi “grazie alla complicità di una guardia italiana”. Il 21 settembre Podestà e Marchini andarono a Milano, dove si misero in contatto con l’organizzazione Nemo e con l’industriale Alberto Pirelli che finanziò Podestà fino al momento in cui partì per Trieste.

A Milano, “nel periodo che va dal 21 settembre al 4 dicembre 1944” Podestà rimase “in costante contatto con Nemo e con De Haag” ai quali fornì “tutte le informazioni che da varie fonti mi fu possibile raccogliere e procurai l’agganciamento alla rete Nemo di un gruppo di ufficiali di marina che desiderava collaborare con gli Alleati nell’azione antitedesca e antifascista”. All’inizio intendeva recarsi nel Trentino per continuare la sua missione ma per una serie di motivi decise invece di andare a Trieste.

Partì quindi da Milano con Marchini ma senza l’operatore radio (avrebbe dovuto raggiungerlo in un momento successivo ma non giunse mai a Trieste); il viaggio “fu a cura del Gruppo Nemo, essendo accompagnato dal De Haag [133]” il quale gli aveva assicurato un contatto con “personalità eminenti” che avrebbero potuto fornire una copertura a lui ed a Marchini. Infatti lo mise in contatto con i membri del CLN di Trieste che incontrò nella casa del colonnello del Genio Navale Mario Ponzo, dove conobbe il capitano Giuliano Girardelli [134].

Podestà prese alloggio “presso i Gesuiti di via del Ronco 12” [135] e rimandò indietro quasi subito Marchini, perché questi era “terrorizzato all’idea di mostrarsi in pubblico” senza avere i documenti adatti e poteva diventare pericoloso; decise poi di organizzare un’altra “rete informativa del tutto indipendente” assieme a Girardelli, che gli aveva presentato il tenente dei carabinieri Armando Lauri (che faceva parte del Gruppo Landi), il quale, a seguito di una richiesta fatta a Podestà da Nemo, “fece la ricognizione della linea pedemontana compresa tra Valdobbiadene e Gemona, riportando notizie dettagliate e sicure che gli valsero un elogio da parte del Comando alleato”. Lauri avrebbe “fornito utili notizie, informazioni sul suo conto dovranno essere fornite da Giuliano e Puccini” [136].

Probabilmente è a questo punto che Artigliere (che potrebbe essere stato Girardelli) cedette la maglia di Trieste a Puccini, come scrisse Elia nella sua relazione.

Tramite il professor Signorelli, vescovo della Chiesa Wesleiana in Italia [137], Podestà prese contatto con il superiore dei Gesuiti, padre Porta e “certo Giorgio Baccolis (Bacolis, n.d.a.), funzionario del Lloyd triestino (anche Ercole Miani lavorava al Lloyd, n.d.a.) in quanto il Bacolis aveva funzioni di pastore (della Chiesa Wesleiana? n.d.a.) per la città di Trieste”. Bacolis gli procurò “documenti di lavoro tedeschi”, il contatto con l’amministratore di uno stabile di via Gatteri 60 danneggiato durante un bombardamento che gli mise a disposizione un appartamento, e gli fece conoscere il corriere del Partito d’Azione Mario Maovaz, col quale organizzò “una rete informativa” per la zona della Venezia Giulia “a mezzo di camions che una ditta aveva posto a sua disposizione per il traffico di materiali”. Questo progetto non poté realizzarsi perché Maovaz fu arrestato pochi giorni dopo il loro incontro, su delazione dello stesso Bacolis; quindi ora apriamo una parentesi.

 

“Trieste città libera”.

Il 10/1/45, durante un’azione di rastrellamento effettuata dall’Ispettorato Speciale nel villaggio di Boršt-S. Antonio in Bosco presso Trieste, il commissario Collotti rinvenne un appunto (datato 4/11/44) con le seguenti annotazioni :

“L’attività degli elementi presso “Trieste città libera” si è piuttosto ingrandita; uno dei dirigenti più importanti è l’avvocato Lauri [138]. Assieme a lui il più attivo è Maovac. Come ha detto uno dei nostri informatori, essi vogliono mettersi sotto la protezione degli angloamericani, che li aiuterebbero affinché Trieste diventi porto franco. Ha detto pure che non hanno niente contro l’OF, perché oggi è fondamentale la lotta contro il nazifascismo.

L’avvocato Lauri è andato alcuni giorni fa a Milano, per incontrarsi con rappresentanti angloamericani. Ha pure ottenuto 25 milioni di lire per la loro attività. Prima di partire ha detto che avrebbero trovato tutto ciò che loro occorre per il loro lavoro ed a Milano avrebbero fatto i progetti per esso.

Maovac si è incontrato con Tončič circa una settimana fa (…)” [139].

Osserviamo che questa “attività” sembra essere in perfetta sintonia con quanto proposto dal CLNAI nell’estate del 1944 e tale appunto fa presupporre inoltre che “Trieste città libera” avesse contatti ufficiali con gli Alleati, a differenza del CLN giuliano.

In base a questi appunti Collotti chiese alla SS di agire contro l’organizzazione. L’avvocato Ferruccio Lauri fu arrestato il 15/1/45, dopo aver messo in contatto Maovaz con un giovane sloveno appartenente al movimento separatista, e successivamente rinchiuso in carcere [140]; l’avvocato Tončič fu arrestato e portato nella sede della SS, dove fu interrogato da Collotti, ma fu rilasciato qualche giorno dopo; Maovaz fu arrestato il 17 gennaio in casa della madre di Mario Suppani, il collaboratore dell’Ispettorato che fece da “intermediario” tra Collotti e la spia Bacolis (che abitava lì dato che la sua casa era stata danneggiata da un bombardamento), e lo stesso giorno furono arrestate anche la moglie di Maovaz con i figli e la loro dirimpettaia Maria Ursis; le donne furono tutte ristrette nel carcere dove era detenuta anche la signora Lauri, che disse a Maria Ursis che il marito era stato arrestato perché ritenevano fosse in possesso di una “cassetta d’oro”, cioè i fondi che il CLNAI aveva affidato a Maovaz per l’attività triestina [141] (forse i 25 milioni di cui parlava l’appunto sequestrato da Collotti?).

Fu proprio nella casa dell’avvocato Lauri (in via Milano 2), occupata da uomini dell’Ispettorato, che si trovarono a fine gennaio Collotti e Bacolis per organizzare l’arresto di Podestà [142].

 

Podestà allarga il proprio giro.

Nel frattempo, a metà gennaio, Girardelli aveva presentato a Podestà un possibile collaboratore, Arturo Bergera, “capo furiere di 3^ classe e già segretario del Comandante di Marina di Trieste”, che subito gli offrì ospitalità presso la famiglia dove viveva (i Rocco) e si mise a sua disposizione per il lavoro informativo che già svolgeva da tempo, avendo “addentellati anche presso la X Mas nelle persone del Sottotenente di Vascello complemento Stelvio Montanari e secondo capo furiere rich. Luigi Pauletta” e con “Suttora della Mittelmeerrederei” [143].

Nel dopoguerra Bergera scrisse una relazione sulla sua attività [144]: dopo l’8/9/43 aveva deciso di uscire dalla Marina perché non voleva aderire alla RSI ed organizzò un gruppo di ufficiali suoi amici (Stellio Bugada, Bruno Suttora, Gaetano De Caro, Guido Caropresi, Luigi Pauletta e Giuseppe Malligoi), che furono invitati a rimanere al loro posto per raccogliere informazioni ed organizzare sabotaggi. Bergera collaborò con la rete di resistenza del capitano Jerzy Kulczycki [145] nel trevigiano, ma dopo l’arresto di questi ebbe un contatto con Ercole Miani (agosto 1944) ed iniziò la collaborazione con il CLN. Miani gli presentò un ufficiale della Decima, Stelio (o Stelvio) Montanari, e nel dicembre 1944 gli presentò Girardelli, dopo avergli detto che “era giunto a Trieste un Ufficiale della R. Marina con incarichi da parte del Governo di Roma”. Girardelli gli domandò dapprima di ospitare un “giovane che avrebbe dovuto stare sempre nascosto in casa” ma Bergera rifiutò perché capì che gli “si voleva mettere in casa un apparecchio R. T. clandestino e il suo operatore”; a metà gennaio invece Girardelli gli domandò di ospitare un “signore venuto da fuori” che doveva cambiare domicilio per motivi di sicurezza e lui capì che si trattava del “famoso Ufficiale superiore” di cui sopra.

Bergera e Podestà scrivono di essersi incontrati nella chiesa di S. Antonio Nuovo mentre Niny Rocco afferma che i due si erano conosciuti presso i Gesuiti di via del Ronco; però nell’interrogatorio reso a Collotti, Bergera avrebbe detto di avere “conosciuto Podestà nella casa di via Virgilio 3”, dove alloggiava da anni e dove Podestà si era stabilito una ventina di giorni prima dell’arresto (quindi a metà gennaio). Aggiunse che Podestà gli avrebbe detto di essere un “funzionario della Pirelli venuto a Trieste per ragioni del suo lavoro”, e che però tra loro “non si sarebbero mai svolti discorsi politici” [146].

Infine Niny Rocco scrive che nel “gruppo di resistenza Bergera” l’unico marinaio a sapere della presenza di Podestà a Trieste sarebbe stato un certo Carlo Sanzin.

 

Tutto questo lavoro che “si annunciava lusinghiero” venne interrotto il 6 febbraio 1945, quando Podestà fu arrestato nel negozio di fiori della signora Perotti che conosceva “da molti anni” [147] da una “Squadra agli ordini del commissario Collotti dell’Ispettorato speciale”, proprio poco dopo che Girardelli gli aveva consegnato un “notiziario ferroviario”. Locardi attribuisce la responsabilità dell’arresto di Podestà alla “leggerezza” con la quale questi lavorava, ad esempio il fatto di avere affidato ad “una signorina” (di cui non fa il nome) la sistemazione del radiotelegrafista (peraltro mai arrivato): due giorni dopo avere preso contatto con questa donna Podestà fu arrestato. Inoltre, sempre secondo Locardi, Podestà non aveva capacità organizzativa ed era sempre alla ricerca di denaro [148].

 

Le varie delazioni di Giorgio Bacolis.

Come si giunse all’arresto del capitano Podestà? Lo scopriamo leggendo una lettera scritta proprio dal suo delatore, il sedicente pastore metodista di Trieste Giorgio Bacolis: “ho avuto la visita del dott. Collotti (preannunciatami per suo incarico dal dott. Suppani, che mi ha anche edotto sulla ragione del colloquio). Durante questo colloquio il dott. Collotti mi ha detto del grandissimo interesse che aveva di trovare una certa persona arrivata da Milano e se io ero disposto a collaborare (…) avevo riflettuto e deciso fermamente di collaborare impegnandomi a mia volta ho fornito tutti i dati relativi al Podestà (alias Poletto) e in più ho indicato come sicuramente membri del locale CLN il signor Ercole Miani e don Marzari (cassiere) questi due nomi li sapevo con sicurezza di altri membri eventuali del predetto Comitato non conosco i nomi” [149].

Bacolis non fece tutto ciò per amor di gloria o per un’idea, ma, come egli stesso asserisce, perché gli erano state promesse 100.000 lire, poi aumentate a 200.000. Fu processato nel 1946 per avere causato gli arresti di diversi esponenti del CLN; fu assolto in primo grado per insufficienza di prove nonostante avesse riconosciuto come propria una lettera delatoria scritta alle SS; in sede di appello fu condannato a 8 anni [150]. Nel corso delle udienze asserì di essere stato in contatto epistolare con il dirigente del CLNAI Pizzoni, e di avergli scritto nell’estate del 1944 alcune lettere in forma cifrata, firmate con lo pseudonimo di Spiro Chrisantis, nelle quali gettava zizzania tra il CLNAI ed il CLN triestino, accusando “l’agenzia” (cioè il CLN) di “lavorare in favore della concorrenza”, sostenendo in sintesi che il CLN triestino facesse gli interessi della resistenza jugoslava [151]. Con lo pseudonimo di Giusto dell’Alabarda, Bacolis pubblicò nell’estate del 1944 un pamphlet dal titolo “Libera Trieste” [152], attraverso il quale cercava adesioni per creare una sorta di movimento indipendentista triestino, con contenuti simili alle proposte alleate per la città.

Asserì anche di avere cercato di inviare al CLN di Milano una persona “che potesse discutere alla presenza dei rappresentanti del maresciallo Tito la posizione della Venezia Giulia dopo la vittoria alleata”. Per questo cercò contatti con gli avvocati Sergio Piccoli e Guido Sadar che rifiutarono di collaborare. Nel corso del processo Piccoli testimoniò che Bacolis voleva accordarsi con il presidente Pizzoni per incontrarsi presso il CLNAI di Milano con un “emissario di Tito”, ma Pizzoni gli aveva detto che in quel periodo (giugno ‘44) ignorava l’esistenza di un CLN a Trieste e non accettò la proposta di Bacolis, mentre Sadar asserì che Bacolis gli aveva proposto di andare a Milano verso la fine del ‘44, ma di non avere accettato l’incarico.

Prendiamo ora visione di alcuni appunti manoscritti presumibilmente redatti da Collotti e riferibili ad informazioni a lui fornite proprio da Bacolis, si suppone spontaneamente, dato il tipo di rapporto che egli stesso sostenne di avere instaurato con il commissario [153].

Iniziamo da un foglio protocollo, con intestazione “movimento in costruzione (parola non chiara nel testo) locale ideato dal Maovaz: Maovaz, Lauri, Toncich, Diego”. Seguono informazioni su Maovaz, identificato come Partito d’Azione, corriere del CLN, che da Milano portava assegni di 100.000 lire e li passava a Miani, e che era succeduto al Ferluga (cioè Felluga) internato. Poi c’è l’annotazione che il rappresentante del partito democristiano e cassiere era don Marzari, e che l’avrebbe saputo “dall’agente massonico Podestà o Nicoletti, che si presentò da lui in ufficio inviato dal vice Gran Maestro Signorelli che si trova a Roma”, ed aggiunge che Podestà abitava in una villa e che si trovava spesso in via Crispi, ma non sa dove [154]. Successivamente leggiamo che “Maovaz conobbe l’x (Podestà, n.d.a.) da lui e si offrì di dargli l’abitazione in via Gatteri. Poletti, Maovaz, Diego ed altri fecero un sopralluogo per vedere l’adattabilità del quartiere”. Nella Guida generale dell’epoca l’unico Diego presente è l’amministratore di stabili Mario Diego (che avrebbe potuto avere la disponibilità di un appartamento lesionato); ma risulta come attivista solo in questa nota.

In altri appunti troviamo nomi di membri sia del CLN triestino che del CLNAI di Milano, ed anche informazioni sui loro connotati fisici e suggerimenti per rintracciarli; Bacolis aggiunge che don Marzari riceveva mensilmente da Milano forti somme, in quanto Milano riceveva da Roma ogni mese la somma di 50 milioni che poi venivano divisi tra i vari Comitati locali tra i quali quello di Trieste. Troviamo anche i nomi del superiore dei Gesuiti padre Porta (che aveva dato delle coperture a Podestà), di Girardelli, di don Beari (direttore di “Vita Nuova”), che poteva essere al corrente dei nomi dei sacerdoti in contatto con don Marzari; ed altri ancora. Maovaz sarebbe stato l’ideatore del “Comitato Trieste Libera” e ne avrebbe parlato a Bacolis, però poi non ne fecero nulla, inoltre sarebbe stato in contatto con Longhi Alfredo del CLN che per comunicare con lui si sarebbe servito del recapito di Pippo Longa che fungeva da “mezzo di congiunzione” tra Longhi ed i suoi informatori. I vari Comitati di Liberazione si riunivano a Padova, in quanto città che si trovava “al centro dell’Italia non invasa”, ed una riunione si era svolta nel settembre del ’44, presenti da Trieste Maovaz ed un altro di cui non conosceva il nome.

Contatto di Maovaz a Gorizia era un giudice in pensione, esercitante la professione di avvocato e con un nome “slavo”: in altri appunti troviamo il nome dell’avvocato Filla (Fillak) di Gorizia, che effettivamente faceva parte del CLN goriziano [155].

Bacolis aggiunse che l’armatore Augusto Cosulich aveva rapporti col CLN giuliano, mentre il direttore dei Cantieri, nonché uomo di fiducia di Cosulich, Colummi, aveva contatti con Maovaz. Del CLNAI vengono descritti inoltre (anche fisicamente) Giustino (liberale), Leo (segretario di Longhi), Nemo, Giuseppe o Pipa (forse Pippo?), Ducati con “accento romagnolo”, De Filippi “grosso industriale milanese, industria metallurgica, venuto da Bacolis il 15 giugno (…) potrebbe essere il Malvezzi [156]”.

 

La prigionia di Podestà.

Avevamo lasciato Podestà prelevato da quattro agenti nel negozio di fiori Perotti: fu poi condotto in auto in via Cologna e secondo il suo racconto sarebbe riuscito, nonostante la stretta sorveglianza, a prelevare il “notiziario ferroviario” datogli da Girardelli dalla tasca interna della giacca per poi infilarlo, avvolto in un fazzoletto, nella tasca dei pantaloni mentre era in auto con gli agenti. Ed anche in via Cologna, mentre si trovava nella “sala degli agenti”, proprio di fronte all’ufficio di Collotti sarebbe riuscito ad eludere la sorveglianza delle guardie e nascondere “dietro un mobile” un’agenda nella quale “proprio quella mattina” aveva “appuntato il nuovo indirizzo di Nemo”. Dunque proprio quella mattina Podestà aveva avuto un contatto con la Rete? Ma se così fu, perché non ne fa cenno nella sua relazione [157]?

Nel suo memoriale Rocco afferma di riferire quanto appreso da Podestà e scrive: “Il 6 febbraio 1945 alle ore 10.30 Podestà venne arrestato (…) dalla banda Collotti. Verso l’una dello stesso giorno gli agenti di Collotti vennero a casa nostra, domandando informazioni di un certo signor Poletti o Nicoletti o Podestà (…) noi negammo di conoscere tale persona (…) gli agenti perquisirono la casa, ma senza risultato. Arrestarono quindi Bergera e me portandoci all’Ispettorato. (…) Collotti, capo della polizia politica di Trieste, al soldo della SS, era un siciliano di 28 anni. Era un giovane piuttosto strano; ogni mattina faceva la comunione, quindi con gioia malvagia torturava la gente.

Abitava all’Ispettorato stesso (…) insieme a sua moglie, una signora più anziana di lui ch’egli teneva in alta considerazione [158].

Ella spesse volte consultava il tavolino, evocando lo spirito di qualche morto di sua fiducia. Collotti aveva grande fiducia nei suoi poteri di medium, molto spesso la consultava sul daffarsi, specialmente in momenti difficili, come alla cattura di buona parte del CLN (…) Podestà è un uomo che se vuole sa rendersi molto simpatico, ha grande facilità di parola, si è molto interessato di religione, teosofia, scienze occulte ecc., ed i suoi occhi hanno un potere magnetico [159].

Avvenne che la signora Collotti vide Podestà che passeggiava in una stanza dell’Ispettorato, la mattina del suo arresto. Ella rimase colpita dal suo portamento elegante e distinto. Collotti lo interrogò, legato alla sedia di tortura e Podestà seppe cogliere il momento giusto per intavolare con Collotti una discussione teosofica-religiosa. (…) Quella sera contribuì anche il tavolino fatto saltare dalla signora Collotti in favore di Podestà. Il fatto è che dopo qualche giorno, Collotti aveva una crisi spirituale, ritirò con somma arte le denunce che aveva fatto alla SS e dopo 2 mesi e mezzo di prigionia quasi tutti coloro che erano stati arrestati con Podestà erano nuovamente in libertà. Egli sperava così di salvarsi la vita! La SS questa volta fu un po’ tonta e Collotti gliela fece in barba! Podestà era riuscito a nascondere i documenti che aveva seco al momento dell’arresto, dietro ad un armadio nella stanza della squadra collottina; ed era sicuro che noi a casa avremmo bruciato i documenti (come infatti avvenne)” [160].

 

Il racconto di Podestà è però diverso: in via Cologna venne ricevuto da Collotti dopo “una lunga attesa”, ma il commissario si dimostrò “gentilissimo” e prima di chiedergli quali fossero i suoi compiti gli fece ascoltare la telefonata con un certo “dottor Pasquali” (nel quale Podestà riconobbe dalla voce Bacolis [161]) in modo da fargli capire chi fosse stato il suo delatore, ma non parla di un incontro con la medium, né di essere stato interrogato “alla sedia della tortura”.

Successivamente Collotti si mise a parlare di spiritismo, domandò al capitano se anche lui fosse interessato a questa pratica e gli spiegò che la usava “come normale metodo di consiglio in tutte le operazioni di polizia di sua pertinenza”, facendosi aiutare dalla moglie in funzione di medium, aggiungendo che egli si sentiva “soggetto come a un destino” al suo “pesante compito”; Podestà si propose quindi “decisamente di guadagnarmi il favore del Collotti”, avendo compreso che Collotti aveva bisogno “non solo di scagionarsi di fronte a se stesso del male di cui si sapeva imputato dalla pubblica opinione, ma di sentirsi capito ed approvato da un estraneo quale ero io”. Pertanto decise di dargli corda sulle questioni spiritiche, arrivando al punto da dirgli che lo approvava “per la sua dedizione quasi mistica al compito del quale si sentiva investito non tanto dai suoi superiori del Ministero degli Interni Repubblicano quanto dal Superiore Potere al quale egli riteneva appellarsi attraverso le sedute spiritiche”.

Dopo un’ora di preliminari ebbe inizio l’interrogatorio vero e proprio, in presenza di agenti della SS; Collotti invitò Podestà ad essere sincero con lui, promettendogli in cambio altrettanta sincerità e lo assicurò che non avrebbe infierito nei confronti di Podestà e dei suoi collaboratori “se solo avesse potuto convincersi della nostra onesta italianità”, ossia che il gruppo non lavorasse “per porre l’Italia alla servitù degli alleati”; aggiunse che poteva ammettere che la collaborazione di Podestà con gli alleati “poteva essere utile all’Italia se la guerra si fosse svolta in deciso favore degli alleati stessi, ma che anche lui intendeva lavorare per l’Italia, attraverso la sua collaborazione coi tedeschi, ritenendo certa la finale vittoria tedesca” e che “tale certezza gli derivava dalle comunicazioni spiritiche”.

Podestà suppose che Collotti volesse parlargli senza il controllo delle guardie che poi avrebbero riferito alle SS, e poi afferma di avere avuto “fin dal primo momento la nozione precisa di una situazione psicologica del Collotti” che gli avrebbe permesso “se usata a regola d’arte” di “trasformare in mio collaboratore il Collotti stesso”. A metà febbraio Podestà chiese un incontro con Collotti: “gli proposi di diventare mio collaboratore promettendogli di far valere i suoi meriti all’arrivo degli Alleati”, al che Collotti gli fece capire che “egli doveva aver fatto assegnamento dentro di sé su qualcosa di simile fin dal nostro primo colloquio”.

Alla fine i due si accordarono che Collotti non avrebbe infierito sui collaboratori di Podestà, né avrebbe indagato presso altre persone sulla presenza di Podestà a Trieste, ma per non far capire alla SS che collaboravano avrebbe finto di trattare Podestà come un normale prigioniero (facendolo però alloggiare in una stanza del proprio appartamento ed addirittura portandolo una sera con sé a giocare al Casinò!). In ogni caso, per dare a Collotti una “copertura” di fronte alla SS, Podestà gli fece i nomi dei suoi contatti: la famiglia Rocco, Bergera e, il terzo giorno della prigionia, anche il nome di Girardelli. E nella sua relazione scrive serenamente che “Bergera, portato all’Ispettorato in stato di arresto e subito sottoposto ad interrogatorio, venne torturato con la corrente elettrica fino a che non ammise di conoscermi. Non avevo potuto in alcun modo evitare tali cose perché m’ero trovato nella pratica impossibilità di far sapere al Bergera il mio piano del quale potei parlargli soltanto diversi giorni più tardi, quando ormai Collotti era stato completamente guadagnato a me”.

Quanto a Girardelli, Podestà scrive di avere dovuto fare il suo nome per indicare a Collotti il recapito presso cui gli era stato inviato un comunicato di Nemo. Inoltre, tra gli appunti di Collotti c’è anche un foglio riferito all’interrogatorio di Podestà (nel fascicolo non c’è il verbale ufficiale) relativamente al recapito di Nemo: Podestà avrebbe detto di averlo scritto su un pezzo di carta che aveva gettato via al momento dell’arresto, ed anche che il “capo del movimento Trieste libera” era Bacolis, che Fausto era Riccardo De Haag, che a Milano aveva contatti con la massoneria tramite il “venerabile Leali” ed infine un accenno alla riunione in casa Ponzo con Miani, Fausto, ed il “rappresentante militare” Guido [162].

 

Un altro punto oscuro di questa vicenda sta nel racconto di Podestà di avere affidato ad un agente di Collotti una lettera da inviare al “dottor Merzagora della Ditta Pirelli” [163] che era “agganciato a Nemo” per “informare quest’ultimo di quanto mi stava succedendo”; il capitano spiega che temeva che Bacolis, essendo in contatto con il CLN milanese, potesse avere segnalato a Collotti anche dei nominativi di Milano (cosa che effettivamente Bacolis fece). Anche nella relazione Rocco c’è un accenno a questa lettera, che sarebbe stata indirizzata “al capo della rete Nemo alla quale Podestà apparteneva. Così Milano era avvertita e così non c’era pericolo che la sede centrale mandasse il radio-telegrafista e la radio (…)”. E su questo punto Spazzali commenta “il capitano Podestà era molto più preparato di quello che può sembrare” [164], dando per scontato che la lettera giunse a destinazione e non finì nelle mani di Collotti.

Ma tra le carte sequestrate a Collotti a Carbonera abbiamo trovato la trascrizione di una lettera che “il Com.dte Podestà voleva far recapitare”, indirizzata al dott. Zoboli della Riunione Adriatica di Sicurtà [165]”.

“Egregio Dottore, le scrive il Com.te Podestà ossia Nicoletti, che è stato arrestato dalla Polizia Italiana il 6 corr. Profitto d’una opportunità miracolosa per pregarla di quanto appresso.

Bisogna comunicare subito al nostro amico di Milano la notizia del mio arresto affinché egli possa mettere subito sul chi vive Bocci [166] il quale, a sua volta, provvederà ad avvertire Fausto e Fulvo nonché il signor Severgnini [167]. A tutti bisogna far sapere che stanno per essere ricercati. In particolare bisogna avvertire Severgnini che si guardi da chiunque andrà a cercarlo da parte mia designandosi con uno qualunque dei miei nomi: Podestà, Nicoletti o Poletto. Meglio ancora se riesce a sparire da Milano per un certo tempo, lui e la famiglia. In ogni caso non si valga della camera in via Cola di Rienzo. Questo è tutto. (…)

P.S. Occorre dire a Bocci che, insieme con me, è stato arrestato anche Giardino e che occorre provvedere subito alla soppressione del recapito presso la Silca”.

Ciò che non è chiaro è se la lettera intercettata da Collotti sia la stessa che Podestà afferma di essere riuscito a recapitare (perché la prima è indirizzata al dottor Zoboli della RAS, mentre Podestà afferma di avere scritto a Merzagora), o se Collotti intercettò la lettera a Zoboli e quella indirizzata a Merzagora invece fu recapitata, o ancora se in questo caso “Zoboli” fosse un nome in codice per indicare Merzagora.

D’altra parte, nella lettera intercettata compaiono nomi (in codice e no) di dirigenti ed indirizzi, quindi, a meno che Podestà non l’avesse compilata con riferimenti falsi (ma corrispondono sia nomi che indirizzi) allo scopo di depistare Collotti, sorge il dubbio che abbia sconsideratamente dato in mano ai suoi carcerieri i nomi ed i recapiti dei suoi collaboratori milanesi. O forse la cosa era voluta, nel senso che Collotti doveva avere in mano dei riferimenti reali per poter vantare una sua “relazione con l’alto Comando Alleato”, come sembra abbia fatto al momento del suo arresto a Carbonera [168]?

 

Del resto, se l’interesse di Collotti nei confronti di Nemo era così forte da offrire a Bacolis una somma tanto consistente per poter avere il contatto con un suo emissario, forse era suscitato non tanto dalla necessità di neutralizzare un nemico quanto per avere un contatto con un possibile alleato “a futura memoria”. È stata spesso fatta l’ipotesi che arresti di dirigenti della Resistenza o dei Servizi alleati fossero stati organizzati proprio per giungere ad un contatto fra essi ed il nemico, basti pensare a quanto avvenne in Friuli con l’arresto dell’agente alleato Cino Boccazzi che servì a creare il contatto tra servizi britannici, Osoppo e Decima Mas [169], ma anche ai ripetuti arresti di Edgardo Sogno [170]. Come vedremo successivamente, la maggior parte degli agenti inviati da Nemo furono catturati dai nazisti, e se alcuni di essi furono eliminati immediatamente, altri furono successivamente rilasciati dopo essere stati “convinti” a collaborare (dove nelle relazioni tale collaborazione viene descritta come funzionale ad un’attività antinazista), per non parlare di quelli “fortunosamente” scappati, ed a volte lo scopo dichiarato della missione era proprio quello di trovare un contatto con ufficiali nazisti da “agganciare”.

 

Aggiungiamo che in un’annotazione di De Haag si trova l’accenno a “documenti inviati da Missione Puccini” e “rimessimi tramite mio corriere da Puccini per inoltro Roma via Svizzera consegnati 12/2/45 a Sandro Cicogna della Franchi che li ha portati a Berna il 13” [171]. De Haag però non specifica quali fossero esattamente questi documenti: potrebbe essere stata la lettera di Podestà a Merzagora, ma potrebbe anche essere stata la “relazione sul problema giuliano da inviare al governo del Sud”, redatta dall’ex insegnante (ed agente della Decima) Maria Pasquinelli, che dichiarò di averla consegnata ad un “giovane della Franchi”, che però fu catturato dai tedeschi. Il contatto di Pasquinelli era Teresio Grange, il Catone arrestato a Milano, che scrisse anche una relazione sulla mediazione di Pasquinelli tra la Franchi, l’Osoppo e la Decima Mas [172], che portarono alla collaborazione con Boccazzi di cui abbiamo accennato sopra.

 

Prima di continuare con il racconto di Podestà leggiamo cosa scrisse il dirigente dell’Ispettorato Giuseppe Gueli in un memoriale che inviò alla Corte che lo doveva giudicare per collaborazionismo nel 1947.

“Il cap. Podestà, continuando le sue rivelazioni, gli aveva fatto (a Collotti, n.d.a.) arrestare un tale avv. Morandi del movimento di liberazione. Dopo diversi interrogatori, un giorno tutti e tre (Collotti, Morandi e Podestà) si erano commossi ed avevano riconosciuto che, pur battendo strade diverse, tutti miravano al bene della Patria. Il Collotti allora aveva rilasciato sia il Morandi che il Podestà, prendendo i seguenti accordi (…) fossero giunti prima gli slavi di Tito si impegnavano a contrastarne l’entrata in città (…) [173]”.

Il “tale avv. Morandi” è per noi, al momento, persona non identificata. Non c’era nessun avvocato Morandi a Trieste nel periodo, né nei ruolini del CVL si trova qualcuno con questo cognome. Né vi erano avvocati tra coloro che furono arrestati in seguito alle “rivelazioni” di Podestà: gli avvocati Tončič e Lauri, ricordiamo, furono arrestati prima.

Lo storico Galliano Fogar a sua volta scrisse che “sul feroce vicecommissario Gaetano Collotti (…) influirono i consigli datigli dal suo prigioniero il capitano Podestà, utili se voleva salvarsi. E Collotti, cinico e crudele ma non stupido, pensò che nell’imminenza della disfatta nazista e della resa dei conti, fosse opportuno accoglierli” [174].

I “consigli” che aveva dato Podestà a Collotti erano forse gli “accordi” di cui parla Gueli nel suo memoriale? E teniamo presente che, mentre i partigiani sloveni e comunisti venivano massacrati con inaudita violenza e gli stessi membri del CLN subirono le torture dell’Ispettorato, Podestà godette da subito di un trattamento di favore, da parte di Collotti, e non crediamo perché in preda ad una “crisi spirituale” come scrisse Niny Rocco.

In seguito a questo “accordo” Podestà fu condotto alla sede della SS, dove fu interrogato dal maresciallo Hibler, che gli fece stilare una “relazione circa l’attività svolta a Trieste” (il contenuto di tale relazione Podestà non lo specifica) ed il giorno dopo Hibler gli comunicò che la SS aveva accettato “la proposta avanzata da Collotti di prenderlo quale suo collaboratore nella lotta antislava”. Successivamente Podestà precisa: “restammo d’intesa (con Collotti, n.d.a.) che mai egli mi avrebbe richiesto di informazioni relative agli slavi, ma che al contrario mi avrebbe fornito tutte le possibili agevolazioni per lo svolgimento del mio compito anche mettendo a disposizione la macchina dell’ispettorato”.

Però Podestà non spiega in cosa fosse consistito il “compito” in cui sarebbe stato “agevolato” da Collotti nel periodo da febbraio a fine aprile 1945, né cosa avrebbe comunicato alla SS, se non intendeva dare “informazioni relative agli slavi”.

 

Podestà ritorna libero.

Successivamente Podestà e Bergera furono rilasciati, mentre Girardelli fu trattenuto (Podestà scrisse che ciò era motivato dal fatto che, nonostante le raccomandazioni che lui gli aveva fatto di non mantenere collegamenti con partiti politici, era rimasto in contatto con il Partito democratico cristiano [175]).

Don Marzari fu ristretto al Coroneo, Ercole Miani fu liberato “tramite un generale ispettore della PS, che era stato pure legionario fiumano” [176]; Niny Rocco fu rilasciata, mentre la sua amica Licia Severi, che era stata arrestata con lei, fu liberata grazie all’intervento di un amico di suo zio, il “Comm. De Flora” [177]. Ed ancora Rocco ci informa che nel marzo ‘45 si unì al “gruppo Bergera” Tino Straulino, che sarebbe stato “prigioniero degli slavi a Lussino” [178]; inoltre veniva spesso a trovare Podestà il maggiore De Biasio alias Ivo, ed a Pasqua (primi di aprile) venne anche un giovane triestino che lavorava per la rete Nemo. Podestà ebbe un ulteriore contatto con Nemo facendo pervenire, tramite una macchina della X Mas guidata da Pauletta che doveva andare a Lovato, una lettera ad un “comandante Donini” che era stato a suo tempo “allacciato da Podestà alla rete Nemo” [179].

Il 24 aprile Podestà ricevette una lettera da Milano in cui lo si invitava a lasciare Trieste e raggiungere Roma via Svizzera, ma dato che il capitano aveva in sospeso la “questione del porto” rimase a Trieste, inviando a Milano un messaggio tramite De Biasio. La “questione del porto” era che il cittadino svizzero dottor Alberto Fahrni, direttore dell’Hotel Savoia dove alloggiavano diversi ufficiali tedeschi, tra cui l’ingegner Otto Nick della Kriegsmarine (che aveva fatto il progetto per il minamento del porto di Trieste), aveva organizzato una riunione tra Nick, Podestà, Cosulich del Lloyd Triestino, Miani ed altri per giungere ad un accordo onde evitare la distruzione del porto. Miani “non si fidava di Podestà”, e “la cosa rimase tremendamente sospesa” [180]; alla fine comunque il porto fu salvo, anche se probabilmente non grazie all’opera di Podestà [181].

Di Podestà parla anche una relazione conservata negli archivi di Lubiana, basata sugli interrogatori dell’ex federale Sambo, dell’ex podestà Pagnini, del comandante la Guardia civica Giacomo Juraga (allora detenuti) e su varie testimonianze rilasciate al Consiglio di Liberazione di Trieste, Tribunale del Popolo, nell’estate del ‘45.

“Podestà, alias Poletto, sarebbe un genovese inviato ufficiale del CLNAI con incarichi speciali e cioè di organizzare il CEAIS [182]. È risultato però che egli è inviato direttamente da Bonomi, con ampi poteri per raggiungere una coalizione di tutti gli elementi italiani, di qualsiasi colore politico, coalizione che avrebbe avuto il compito di arginare l’avanzata dei partigiani fino all’arrivo delle truppe alleate. Assieme al Podestà lavoravano il Bergera, il col. Punzo (Ponzo, n.d.a.) ed altri pezzi grossi dell’esercito italiano. Il suddetto infine viene arrestato dalla banda Collotti, ma non appena viene in chiaro che egli è inviato con compiti di organizzazione antipartigiana viene immediatamente liberato e si giunge a una specie di compromesso in grazia al quale il Collotti fa il suo ingresso nella coalizione antipartigiana e collabora col CLN. Pare infine che Podestà e Collotti si siano recati addirittura da Mussolini (dal memoriale Baccolis emerge infatti che Collotti dopo l’arresto del Podestà si recò a Milano). Il Bergera, ben conosciuto da Miani, durante l’insurrezione, assieme al Podestà si trovano alla X (Mas, n.d.a.) ed alla Marina repubb. in qualità di ufficiali per il collegamento col CLN. Infine Podestà e Bergera sono arrestati ai primi di maggio e poi rimessi in libertà e spariti” [183].

 

Perché Podestà e Bergera furono arrestati dagli Jugoslavi?

Si potrebbe pensare che Podestà e Bergera (ed il colonnello Ponzo) siano stati arrestati dalle autorità jugoslave perché Podestà si era accordato con la SS e con Collotti di fornire informazioni sulle attività antinazifasciste (nelle accuse loro rivolte dal Pubblico Accusatore di Trieste leggiamo “spia. Inviato dal CLNAI servizio di spionaggio per le nazioni unite” [184]), ma se proseguiamo la lettura della relazione di Podestà troviamo che il motivo immediato fu un altro, molto meno ideologico.

“Nei giorni che precedettero immediatamente l’arrivo delle truppe di Tito in Trieste” Podestà era stato incaricato dal CLN, dietro “suggerimento fatto da Bruno Suttora” di “curare il personale e le installazioni della R. Marina in Trieste” e Fonda Savio gli diede l’incarico.

Podestà si recò al Comando Marina dove “convinse” l’Ispettore per la Marina Repubblicana ed il 30 aprile, assieme a Bergera e Straulino, prese il comando in nome del CLN ed impiegò “l’intera giornata” a trasportare “tutto il vettovagliamento” dalla caserma della X Mas, al comando della Marina. Il 1° maggio il CLN gli disse che “Tito era un alleato e che bisognava evitare scontri con l’esercito jugoslavo” [185], però per non consegnare agli Jugoslavi i fondi del comando della Marina, Podestà li affidò (tranne una piccola parte che lasciò in cassa per sviare i sospetti) al “sottonocchiero inserito in Ispettorato” Lorenzo Maniscalco, dicendogli di portarli a casa di Ponzo. Maniscalco (che faceva parte con Girardelli di quella missione del SIM citata in “Argo 16”) consegnò a casa Ponzo lo zaino contenente i soldi, ma mentre cercava di raggiungere la casa di Podestà per dargli anche il denaro della sua “missione a Trieste” fu coinvolto in una sparatoria ed ucciso.

Quando arrivarono le “Stelle Rosse” (sic) per prendere il controllo della postazione, Podestà si allontanò assieme a Bergera e Straulino (che erano sempre rimasti con lui) per recarsi da Ponzo, dove redasse un verbale “attestante l’entità del fondo cassa posto in salvo”, firmato da lui, Ponzo e Bergera. Il 2 maggio Podestà andò a presentarsi al Comando del FSS [186], dove si mise a disposizione del Comandante del Porto, Guinness.

Il giorno dopo Podestà e Bergera tornarono da Ponzo, che però era assente; nel frattempo arrivarono le “Stelle Rosse”, per perquisire la casa; chiesero i documenti ai due e dato che tra i documenti di Podestà c’era anche l’ordine del CLN di prendere il controllo del Comando Marina lo arrestarono, intimando a Bergera di presentarsi al loro comando la sera se nel frattempo Ponzo non si fosse costituito.

La sera del 3 maggio, quindi, Bergera si consegnò al comando jugoslavo, mentre Ponzo si presentò l’indomani, e fu tratto in arresto. Podestà afferma che furono incarcerati al Coroneo e che quella fu l’ultima volta che vide Ponzo.

La professoressa Rocco scrive invece che quando arrivarono gli “Alleati” (nel senso di angloamericani, evidentemente) Podestà e Bergera si presentarono al “Comando inglese” dove parlarono con un “Mr. Orr” che, dopo avere detto loro che sperava si chiarisse presto la loro posizione, li invitò a ritornare al pomeriggio, ma i due furono arrestati poche ore dopo. Nel tardo pomeriggio del 3 maggio a casa Rocco arrivarono Armando Lauri ed un “giovane della Democrazia Cristiana” identificato come “Dario Grassi” (ma potrebbe essere stato Dario Groppi, collaboratore di don Marzari); verso le 18.30 arrivò “un signore tutto trafelato” che consegnò loro una valigia ed un biglietto a nome di Bergera, dicendo che dovevano nasconderla bene perché conteneva “carte di valore”. Questi era un inquilino di Ponzo, al quale era stata affidata la valigia quando “una pattuglia mista di slavi e di comunisti” [187] era giunta per arrestarlo, ma non essendo Ponzo in casa avevano arrestato Podestà; Bergera aveva chiamato Mr. Orr che gli disse che se lo credeva opportuno andasse pure a chiedere la liberazione di Podestà. In tal modo fu arrestato anche Bergera; poi la pattuglia andò a casa di Ponzo a chiedergli di presentarsi, così alla fine fu arrestato anche lui.

Podestà e Bergera furono trasferiti a Lubiana e rientrarono a Trieste nel 1947, mentre di Ponzo non si ebbero più notizie: ma è curioso che la relazione dell’OZNA che abbiamo citato prima affermi che Podestà e Bergera sarebbero stato “rimessi in libertà e poi spariti” e non parli dell’arresto di Ponzo; così come suona un po’ strano leggere che Armando Lauri “nell’estate del 1945 fungeva da collaboratore della sezione Calderini del SIM unitamente al colonnello Genio navale Ponzo Mario” [188]: come se nell’estate del ‘45 Ponzo fosse stato a disposizione del SIM e non detenuto in Jugoslavia. Questo rapporto peraltro dirime i dubbi che ci erano venuti relativamente all’affermazione di De Biasio che il carabiniere Lauri sarebbe “rientrato in servizio dopo il 1 maggio” [189], dato che fino al rientro dell’amministrazione italiana a Trieste i Carabinieri non potevano prestarvi ufficialmente servizio.

Podestà non riferisce le accuse a loro rivolte, mentre Bergera scrive di essere stato condannato dal Tribunale militare di Tolmino a 5 anni di lavori forzati (sentenza n. 63 d.d. 30/5/45), a sua insaputa, “per avere collaborato col Podestà, avere fornito false informazioni agli alleati, avere partecipato alla reazione fascista e avere fatto parte della polizia fascista” [190]. Ma a prescindere da questo, sembra abbastanza chiaro che, se l’arresto dei due fu causato dapprima dall’appropriazione indebita dei fondi del Comando Marina, una successiva indagine sull’operato di Podestà durante la sua permanenza a Trieste non poteva che portare ad una loro condanna.

 

Il “gruppo di resistenza Bergera” non si sciolse alla fine della guerra, ma continuò ad operare diretto da Niny Rocco, come leggiamo nel suo memoriale. Infatti, “verso il 5 maggio” il comando inglese le telefonò per convocarla dal capitano Weeks dove fu presentata al capitano Robert Milne, che le disse che il suo “Comando” (non meglio specificato) l’aveva messo a sua disposizione alla 55^ Area del Comando alleato, e Weeks le disse che non era ancora chiarita la posizione di Podestà.

In seguito furono arrestati dagli Jugoslavi anche Suttora e Montanari, ed il maggiore De Biasio disse a Rocco che essendo lei l’unica che conosceva tutto il gruppo ed il lavoro di esso era lei a dover darsi da fare, quindi la professoressa andò spesso dagli Inglesi (con De Biasio al quale faceva da interprete), ed in seguito convocò Straulino e Lauri per decidere il da farsi: Lauri sarebbe andato a Milano o a Roma per cercare i documenti mancanti, Straulino a Venezia per “vedere dove depositare i milioni”.

Il 20 maggio il capitano Weeks promise di mettere loro a disposizione un mezzo militare per portare Lauri oltre confine, ed inoltre Rocco ottenne dagli Alleati “che il maggiore De Biasio, Giuseppe La Porta, il suo amico e collaboratore Amasia, il Comm. De Flora, varcassero il confine nascosti in un mezzo alleato”.

Il primo lavoro del “gruppo rimesso in efficienza” fu di riferire agli Inglesi (su loro richiesta) “nomi ed indirizzi di italiani prelevati dagli slavi”. Nel gruppo c’erano De Caro, Caropresi, Malligoi, Bugada e Paoletta, mentre Licia Severi (la nipote dell’amico di De Flora) andò a lavorare alla Royal Navy, nell’ufficio di Mr. Orr.

A giugno Lauri rintracciò il maggiore Page che venne a Trieste a garantire per Podestà, ma era ormai troppo tardi, perché gli arrestati erano stati già inviati in Jugoslavia.

In giugno infine venne a casa Rocco, assieme alla figlia di Ponzo, un “signore arrogantissimo” che, esibito il tesserino della “Polizia alleata”, le disse di essere un superiore di Podestà e voleva gli fosse consegnato il denaro della Marina. Sotto la minaccia di essere piantonata in casa lei rispose che i soldi erano a Venezia, e lui ribatté che se ne sarebbe accertato. Niny Rocco ne chiese ragione al Comando alleato, dove le risposero che si trattava di un “ufficiale italiano”, il maggiore De Haag (!), a volte “di carattere un po’ focoso” [191].

 

Le missioni a Trieste dopo la Liberazione.

L’attività della Rete Nemo a Trieste sembra essere proseguita anche nel dopoguerra, come apprendiamo dal libro di Gnecchi Ruscone, che ci permette inoltre di comprendere il motivo di altri tre arresti effettuati dalle autorità jugoslave nel maggio 1945, quelli di Vittorio Strukel, di Guido Tassan e di suo padre Luigi.

Guido Tassan “nei primi dello scorso maggio a Trieste per assolvimento di ultimo delicato incarico è scomparso mentre attraversava, nella uniforme di ufficiale italiano che vestiva con particolare fierezza, un tratto del territorio infestato dal cosiddetto esercito regolare di Tito” [192]. Sorvolando sul linguaggio sfacciatamente antijugoslavo del testo, e sul fatto che, essendo il territorio sotto amministrazione militare alleata, vestire a Trieste all’epoca, sia pure con “particolare fierezza”, l’uniforme di ufficiale italiano non era cosa lecita, leggiamo come sono descritte nelle relazioni di Tassan e di Strukel le modalità del loro arresto [193].

Strukel scrive che il 24/4/45, alla vigilia dell’insurrezione, si trovava a Milano su ordine di Tassan: Elia lo trattenne e convocò Tassan a Milano usando come corriere il principe Pignatelli [194]; Tassan e Strukel furono poi inviati in missione a Trieste “credo a portare ordini a Podestà”.

Tassan a sua volta scrisse che la missione si svolse “in aprile per avere notizie sull’arresto dei principali membri della Rete, avvenuti per il tradimento di un collaboratore”, come Tassan riferì al “capitano Giorgi” (cioè Manes). Ebbe conferma di questo da Podestà e Bergera, che “liberati in quei giorni confermarono la supposizione e considerarono la loro liberazione un caso estremamente fortunato”. Ma se i due erano stati liberati già a febbraio, e sicuramente il modo in cui agì Podestà non può essere definito “un caso estremamente fortunato”, perché avrebbero travisato i fatti quando ne parlarono a Tassan?

Dal bilancio della Rete Nemo risulta che in aprile Podestà ricevette dalla missione 100.000 lire, quindi il motivo del viaggio a Trieste di Tassan poteva essere anche questo trasferimento di fondi.

Tassan aggiunge che il 1° maggio a Milano ricevette l’ordine di scioglimento della maglia ed in concomitanza l’ordine di andare a Trieste per fornire i documenti necessari al maggiore De Biasio, “accompagnandolo possibilmente a Milano” e per “assumere informazioni” su Podestà “del quale nulla si sapeva da tempo” (strana osservazione, dato che si erano incontrati in aprile). Lasciò dunque Milano assieme a Strukel la sera del 5 maggio, con un’auto messa a disposizione dalla Questura (il Questore era Elia…), con gli incarichi che abbiamo visto prima. I due erano in divisa dell’esercito italiano ed in possesso di documenti firmati dal maggiore Page (ISLD [195]) e dal capitano Kane (AMG [196]). Strukel afferma che arrivarono a Trieste il 9 maggio e si recarono subito a casa di Ponzo dove fu detto loro che Ponzo, Podestà e Bergera erano stati arrestati (Tassan non fa parola di ciò), quindi decisero di presentarsi al Comando Alleato, dove fu intimato loro di lasciare subito la Venezia Giulia.

De Biasio scrive che, trovandosi il 10/5/45 “bloccato in seguito ai noti avvenimenti politico-militari” a casa, ricevette la visita della fidanzata di Tassan che gli disse che i due erano arrivati il giorno prima a Trieste in auto vestiti in uniforme da alpini e si erano recati al comando della 55^ Army Area per chiarire la propria posizione, dove fu loro risposto che non potevano proteggerli e quindi dirottati a Monfalcone (cioè fuori dal territorio controllato dall’Esercito jugoslavo). Tassan aveva dato appuntamento in quella città al padre, il quale il giorno stesso ebbe un lasciapassare ed andò a Monfalcone, ma il figlio non si presentò. Probabilmente fu questo il motivo dell’arresto di Luigi Tassan, che morì in prigionia.

De Biasio scrive che nessuna notizia di Tassan era pervenuta alla Military Police, che avvisò Lauri di “rendere edotto Nemo” e che questi si recò a Milano nella terza decade di maggio, ma non aggiunge altri particolari [197].

Tassan e Strukel andarono a Cervignano dove alla stazione dei carabinieri il maresciallo comandante suggerì a Tassan di andare dal “Commissario di una formazione italo-slava operante in loco” identificato come Petronio, che gli diede il permesso di raggiungere Trieste.

Tassan partì in bicicletta, fu fermato a Monfalcone al posto di confine, ed incarcerato in quella cittadina; consegnò ad un detenuto che doveva uscire il giorno dopo un biglietto da far pervenire a Strukel, il quale a sua volta scrive che il giorno 14 “tre partigiani garibaldini vennero a prelevarlo per portarlo da Icaro” (il comandante partigiano) dove gli dissero che Tassan era stato fermato a Monfalcone perché non in regola coi documenti. Strukel fu poi obbligato a seguirli a Monfalcone ed incarcerato con Tassan; i due furono trattenuti fino a fine maggio poi trasferiti ad Idrija ed Ajdovščina e il 12 giugno a Lubiana nel “carcere dell’Ozna”. Strukel sostiene che l’accusa era di essere stati mandati dal governo italiano a Trieste “quali agitatori fascisti”, mentre Tassan dice che erano accusati di appartenere al SIM. Nel corso degli interrogatori Tassan avrebbe risposto: “il nostro gruppo partigiano era incaricato di controllare e riferire i movimenti tedeschi ai superiori del CVL”, che conoscevano solo il loro capogruppo ing. Bocci [198] e nessun appartenente ai servizi segreti; e che l’indicazione Nemo sul lasciapassare del CVL identificava la formazione partigiana; aggiunge Tassan che “per fortuna Strukel non aveva preso con sé i documenti dell’ISLD”.

Furono poi condannati dal “Tribunale del Popolo” ai lavori forzati e riuniti con Podestà e Bergera. Strukel fu rilasciato il 23/5/47, Tassan, Podestà e Bergera in giugno.

 

Anche Gnecchi Ruscone afferma di essere stato inviato nel maggio 1945 a Monfalcone per aggregarsi come ufficiale di collegamento a un battaglione neozelandese che doveva entrare a Trieste; ed nella citata conferenza di Padova disse che per lui la guerra non era finita nella primavera del ‘45 ma in autunno, perché fino ad ottobre era stato mandato in “missione per fare la guerra agli Jugoslavi a Trieste”. Non specifica le date in cui giunse a Monfalcone e quando si sarebbe spostato a Trieste, ma dalla frase “dopo qualche giorno di incertezza a Monfalcone il battaglione ha avuto l’ordine di entrare a Trieste da dove gli jugoslavi avevano accettato di ritirare almeno i loro reparti regolari”, supponiamo che sia arrivato a Trieste dopo il 12 giugno, quando gli Jugoslavi lasciarono la città all’amministrazione angloamericana.

Dopo queste affermazioni piuttosto gravi, Gnecchi Ruscone ne aggiunge altre invece fuorvianti: “gli jugoslavi avevano dichiarato apertamente l’intenzione di annettersi tutte le province della Venezia Giulia fino all’Isonzo e anche oltre e avevano iniziato in tutti i territori dove erano riusciti ad arrivare prima dell’8^ armata una durissima campagna di maltrattamenti ed intimidazioni sulla popolazione italiana. Adesso si chiama ‘pulizia etnica’ ma anche allora era una vicenda sordida e sanguinosa. Uccisioni e sparizioni degli italiani più in vista erano frequentissime ed erano giustificate agli Alleati come esecuzioni di fascisti o rappresaglie spontanee incontrollabili” [199].

Sarebbe interessante sapere da chi Gnecchi Ruscone ha attinto queste notizie false e se le aveva girate, al tempo, ai suoi superiori.

 

La missione del CLN giuliano al Sud.

Il 7 maggio cinque rappresentanti del CLN (il presidente Antonio De Berti, Isidoro Marass, don Marzari, Giovanni Paladin e Marcello Spaccini) uscirono clandestinamente da Trieste a bordo di un furgone mortuario del Gruppo di combattimento “Legnano” [200] (che aveva riportato a Trieste la salma di un soldato caduto in Lombardia); si recarono prima di tutto a Venezia dove ebbero degli incontri con i servizi di informazione italiani, con ufficiali angloamericani e con il CLN del Veneto, assieme al quale fu costituito il Comitato giuliano di Venezia [201] e poi a Roma, dove la delegazione fu ricevuta dal Presidente del consiglio Bonomi e da altri ministri. Il 16 maggio i delegati incontrarono l’ammiraglio Stone (capo della Missione Militare alleata in Italia) e sollecitarono “le ambasciate estere in Roma affinché la Venezia Giulia venga occupata dalle truppe anglo-americane” e nello stesso giorno un membro della delegazione parlò da Radio Roma sul “problema giuliano”. Furono ricevuti anche dal Pontefice nella Biblioteca Vaticana e si recarono poi a Milano dove esposero “la grave situazione politica e militare determinatasi a Trieste e nella Venezia Giulia in seguito all’occupazione della regione da parte delle truppe di Tito”. Il risultato dei colloqui con l’allora ministro degli Esteri Alcide De Gasperi furono l’autorizzazione ed il finanziamento per installare un’emittente radiofonica “clandestina” che trasmettesse da Venezia (da un sito della Marina militare) verso la Venezia Giulia rimasta sotto amministrazione alleata.

Segnaliamo qui un documento datato 12/6/45, con il quale la 2^ Sezione dell’Ufficio Informazioni dello SMRE (cioè la Calderini) richiese al Quartier generale dell’aeronautica alleata un trasporto aereo da Roma a Milano per Spaccini, “in servizio temporaneo per la 2^ Sezione”, motivandolo come “rientro per ultimata “missione” [202]. Dunque sarebbe stata la Calderini stessa ad organizzare la esfiltrazione dei rappresentanti del CLN giuliano da Trieste, il che significa che questo Comitato aveva delle coperture specifiche nell’ambito dei servizi segreti italiani.

 

PARTE SECONDA: ALLA RICERCA DI NEMO.

“Nemo Op. Sand II”.

Lasciamo ora Trieste e vediamo cosa si sa in generale di questa misteriosa Rete Nemo, che non tutti i torti aveva il ricercatore Franco Morini nel definire “nebulosissima” [203], visti i pochissimi e contraddittori dati noti fino al momento della pubblicazione del libro di Gnecchi Ruscone.

Il primo dubbio non chiarito è proprio il nome ufficiale di essa: abbiamo già visto che sulla carta intestata pubblicata sulla copertina di “Missione Nemo” si legge: Stato Maggiore Regio Esercito. Ufficio Informazioni – Gruppo Speciale Missione Nemo “Op. Sand II”. Invece in un altro documento, presumibilmente databile all’agosto 1944, in cui si parla di finanziamenti alla “rete”, l’intestazione è “Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia – Rete informativa Nemo-Op. Sand. II” (dove il Sand è seguito da un punto, come se si trattasse di un’abbreviazione, e così si trova anche nei documenti che abbiamo visto nell’Archivio storico), e la firma è del “Capo della Rete Inf. Nemo Cap. di Corvetta E. Elia” [204].

Un altro documento porta invece questa intestazione “Stato Maggiore Regio Esercito Ufficio I – Gruppo Speciale (Rete Informativa Nemo Op. – Sand II)” [205].

In un vecchio articolo di Giacomo Ferrari, che parla dei finanziamenti dati dagli industriali del Nord ad organizzazioni partigiane, leggiamo che “il dirigente di un’azienda Fiat di Cameri, nel Novarese, l’ingegner Ugo Graneri, parla (…) di 10 milioni elargiti all’Operative Band (seconda rete Nemo, colonna Elia)” [206].

Peter Tompkins, parlando della “segretissima missione britannica Nemo”, che avrebbe fatto capo al SIS britannico, scrive che “lo scopo principale del SIS attraverso la Nemo era tener d’occhio tedeschi, fascisti e soprattutto partigiani in vista della liberazione, al momento del passaggio dei poteri” [207].

E Giovanni Pesce, il leggendario comandante Visone della Gap di Torino e Milano, parlò di una “collaborazione ambigua” a proposito dell’attività di diversi funzionari di polizia della questura di Milano (tra i quali nomina Nicola Mancini) che “facevano quasi tutti capo alla rete Memo attraverso il comandante Emilio Elia che nei giorni dell’insurrezione venne nominato questore” [208].

Morini a sua volta scrive che dopo la pubblicazione di un articolo sull’attività di Giuseppe Cancarini Ghisetti, si rivelava l’esistenza di un’altra rete Nemo (Op. Sand. II) “operante fra Reggio Emilia, Parma e Milano” oltre a quella operante a Parma e di cui era a capo don Paolino Beltrame [209].

Ma se la rete Nemo di Elia era la II (secondo Morini e secondo Ferrari), ciò vuol dire che c’era anche una prima Rete Nemo? Viganò parla di una “Op. Sand I”, missione portata avanti dal sottotenente Massimo Rosicarelli, che faceva parte del Gruppo Speciale dello SMRE partito da Brindisi e “spiaggiato” in Toscana con il marconista Carlo Manzoni Umberto [210] (che si unì poi alla Rete Nemo, ma di questa missione parleremo dopo).

Operative Band (non Sand, probabilmente per un errore di trascrizione) scrive Ferrari; e Viganò ipotizza che Op. stia per Operation, mentre Sand sia un riferimento allo “spiaggiamento della missione sulla riviera delle Cinque Terre” [211].

Dopo avere considerato che in inglese sand significa anche “insabbiamento”, e viene usato a volte col significato di “polvere negli occhi”, una possibile spiegazione per la denominazione di Sand come “spiaggiamento” la troviamo in un documento dell’Archivio storico di Bolzano: da Brindisi, da dove partivano le missioni per il nord, gli agenti venivano trasportati con due sommergibili, il Nichelio ed il Platino; il sommergibile “si fermava quando si insabbiava, (corsivo nostro) lontano dalla riva, e con gommone e pagaie” gli agenti raggiungevano la terraferma [212].

Da una ricerca in rete digitando “Op. Sand”, dopo una serie di wargames dove la “Operazione sabbia” si riferisce a sbarchi di marines, abbiamo trovato nel sito delle forze armate rhodesiane un testo firmato da Ed Potterton, nel quale leggiamo che “l’operazione Sabbia è nata nel 1972, in seguito ad uno scambio di opinioni al College dell’Aeronautica militare sudafricana. L’intenzione era di costituire per l’Africa meridionale una sorta di organizzazione simile a quella della Nato. Quest’idea morì di morte naturale con il collasso del governo portoghese (cioè della dittatura di Caetano, n.d.a.) ed il ritiro dai territori coloniali” [213].

 

Una rete con tante maglie.

Lasciando perdere le disquisizioni semantiche, l’analisi dei documenti conservati presso l’AUSSME ci permette di ricostruire, con integrazioni tratte da altri documenti che citeremo di volta in volta, l’attività di alcune missioni della Nemo.

La busta 90 comprende una serie di cartelle che raccolgono documenti firmati da Elia e catalogate come Barley, ma troviamo anche un documento, intestato “Stato Maggiore Regio Esercito Ufficio Informazioni Nucleo Stralcio 1^ sezione e Gruppo Speciale”, indirizzato al capitano Collinson [214] dell’ISLD nel quale si legge che la Missione Nemo era “dipendente dal 810th Service Squadron (ISLD)” [215].

Nella busta 50 si trovano elenchi di personale inviato in missione con l’indicazione delle missioni di cui aveva fatto parte, e nei tre fogli che elencano “ufficiali”, “sottufficiali” e “truppa” scopriamo che sotto la dicitura “Nemo” erano comprese missioni diverse, con svariati nomi e svariati luoghi di attività [216]. Sono elencate in totale 37 missioni, con 76 nominativi, per 4 dei quali non c’è l’indicazione della missione di appartenenza, ed uno di essi, l’ufficiale Giacomo De Palma, risulta avere operato da “isolato” [217]; troviamo qui la missione Sand di Rosicarelli e dell’operatore Urbano.

La missione di Elia, che comprendeva anche De Haag, Beltrame, Tassan, Manzoni, aveva il nome di Barley, ed era stanziata in Lombardia (il “depositario” della Barley viene indicato in Narciso, cioè il cugino di Nemo, Enrico Elia), mentre la missione di Podestà per il Veneto si chiamava Corn e l’altro membro è indicato come “Porto Martino Att” non meglio identificato. In questo elenco non c’è il nome di Girardelli.

L’indicazione della zona di attività manca per molte delle missioni, come ad esempio la Fair II, nota però a Trieste come “Missione Molina” dal nome del suo capo, Valentino Molina, che sbarcò in Istria assieme al radiotelegrafista Enzo Barzellato nel gennaio del 1944. Secondo un processo svoltosi nel dopoguerra, Barzellato avrebbe iniziato a collaborare coi tedeschi non appena catturato (le leggerezze dei due in materia di sicurezza sarebbero state molte) e fatto arrestare Molina ed i suoi collaboratori (Gino Pelagalli e Sante de Fortis), poi uccisi nella Risiera di San Sabba il 21/9/44 [218].

Nell’archivio dello SME si trovano alcuni documenti in cui è ricostruita meglio la vicenda. Giunto a Trieste, il tenente Molina cercò di riprendere contatto con alcuni ex colleghi dell’Ufficio Statistica (dove aveva prestato servizio prima dell’8 settembre), senza sapere che i militari di questa sezione erano stati inquadrati in un servizio informativo (Rete Baldo) dipendente dal Kommando 150 (nome in codice Erika) istituito dai nazisti per installare cellule di penetrazione nelle formazioni partigiane a Trieste e in Istria (altre cellule formate a Treviso, Venezia, Udine e Ravenna). In seguito a questi contatti la missione di Molina fu scoperta e l’autore della memoria, Nicola Mallardi (uno dei militari contattati da Molina) attribuisce la responsabilità dell’arresto a Francesco Ciollaro [219].

Troviamo poi il nome di Giuseppe (Beppe) Croce, tenente della missione Flock (Liguria) assieme ad Ernesto Salvestrini; Croce guidò a Genova una poco nota Missione Dubhe, della quale si sa qualcosa solo dal necrologio che Carlo Milan gli dedicò nel 2005: “Beppe Croce, velista fra i migliori (…) Comandante della Missione Militare Alleata Dubhe, che ha operato nel genovese sino alla Liberazione”, che aiutò le missioni militari alleate delle altre regioni che necessitavano di un appoggio in Ligura e che “malgrado i tanti controlli dei tedeschi, è potuta arrivare alla fine del conflitto senza aver subìto l’arresto dei suoi componenti” [220]. Croce (che era un buon amico dello Straulino della Decima) era membro della Franchi [221] (come Milan), quindi la Dubhe potrebbe essere stata parte di questa organizzazione.

Nel Diario del dottor Ottorino Balduzzi (il capo dell’organizzazione Otto di Genova) è nominato il radiotelegrafista Salvestrini, Amilcare, come unico componente della missione Lan1flock; nell’aprile 1944 Salvestrini sarebbe andato a Cuneo e ritornato a Genova nel luglio ’44, dove collaborò con Nino Bellegrandi Annibale, membro della missione Ll2-Charterhouse (anch’essa di collegamento con gli Alleati, che non risulta tra le missioni della Nemo ma è descritta da Martini Mauri in un suo studio sulle formazioni autonome [222]). Gli altri due membri della missione (Italo Cavallini Siro e Secondo Balestri Biagio) furono arrestati nel marzo ‘44 (Siro causò gli arresti di vari membri della Otto, compreso il capo, il medico comunista Ottorino Balduzzi, e fu rilasciato mesi dopo, mentre Balestri riuscì a fuggire ed a riunirsi alla Resistenza), mentre Bellegrandi continuò a lavorare a Genova fino al suo arresto avvenuto il 23/1/45, assieme a Salvestrini: i due furono fucilati a Cravasco (SV) il 23 marzo successivo assieme ad altri 15 partigiani.

Nella busta 149 dell’AUSSME sono raccolti diari e documenti relativi ad alcune missioni di Nemo. Abbiamo trovato la Blade, attiva a Belgrado, il cui responsabile fu Romeo Morten Fortunato del SIM, già in servizio all’estero al momento dell’armistizio assieme al radiotelegrafista Giorgio Porcheddu. A Belgrado Morten collaborò con un certo Felice (non identificato) dell’Abwehrstelle, che faceva il doppio gioco. Morten e Porcheddu furono dapprima internati dai nazisti e poi liberati; nel giugno 1944 Morten prese accordi con Draža Mihajlović in funzione di contatto con il governo di Badoglio, ma perse la vita in un incidente d’auto mentre si recava al comando del leader nazionalista serbo [223]. In seguito la missione fu presa in carico dal fratello Dario Beppe ed ebbe tra gli agenti Enzo Serrati Enzo, che dall’agosto ‘44 fu a Roma e poi nella Oat, ed accettò incarichi informativi dai tedeschi per fare il doppio gioco.

 

In Toscana operò la Flax [224] di Guido Giorgio cui si unì Alcide Vincenzetto Restelli della Grass, che passò poi alla “banda Fausto” (cioè con De Haag).

A Rho (ma con zona d’operazione Emilia Romagna e parte del Veneto) fu inviata la Malt [225] di Giuseppe Arbizzani (Aldo Brandani) capo e Giuseppe Valenti (Giuseppe Morelli) radiotelegrafista, finanziati “in partenza” dalla Sezione Calderini e con punto d’appoggio sulla missione Furrow [226]: i due furono arrestati il 15/2/45 e “costretti a fare il doppio gioco”, ma “evasi il 15/4/45” [227], l’8/2/45 fu però fucilato il collaboratore Aldo Arbizzani (Bruno Renzi), di Parma.

Anche la Oat [228] risulta partita con copertura della Calderini (finanziamenti e documenti); sbarcata a Jesolo nel gennaio 1944 e poi con zone d’operazione Milano, Grosseto (contatti con la Flax) e l’astigiano (contatti con la Forest); operatività: agganciamento “in ambiente tedesco” (infatti nei documenti si trovano vari nominativi di ufficiali tedeschi). Nel febbraio 1945 l’agente Luigi Onofri fu arrestato dalle SS ma poi rilasciato.

A Milano la Oat ebbe come capo Attilio (Andrea Dadone, che aveva lavorato con Grange a Torino) e radiotelegrafista Riccardo Maitan. Le vicende della Oat e della Forest si intrecciano con quelle della Catone di Grange, che riceveva i messaggi da ritrasmettere alla Franchi.

Parliamo ora delle missioni attive in Friuli. La prima è la Tavern di Jacopo Manzini Arturo, da marzo 1945 a Tomba di Meretto poi a Udine e Tricesimo dove fu sistemata la stazione radio. La relazione di Manzini è piuttosto confusa e contraddittoria: narra che fu arrestato il 13/4/45 dalle SS e rinchiuso nel carcere di Udine come “ostaggio per atti di sabotaggio e sospetto” perché gli erano state trovate addosso “banconote macchiate di sangue” (“incidente liquidato al suo sorgere”, scrive il protagonista); rilasciato il 20 aprile, il 27 ricevette l’ordine di andare a Tarvisio, e durante una perquisizione delle SS avrebbe fatto sparire lo zaino con l’apparecchio radio senza insospettire i tedeschi (lanciandolo giù dal treno, da quanto è dato capire); poi sarebbe andato fino a Tarvisio su un camion delle SS, ma nella cittadina avrebbe verificato che la stazione radio non funzionava (considerando che prima aveva scritto di averla fatta sparire ma non dice quando e come l’avrebbe recuperata, la storia non è molto coerente). In seguito tornò indietro e durante le verifiche dei bagagli a Venzone si ripeté la scena di “sparizione” della radio; riprese a trasmettere una volta giunto a Gemona alla base del CLN dove fu riparato l’alimentatore [229].

Poi troviamo la Grain [230] di Italo Guidi I (zona di operazioni Mereto di Tomba) e la Acre II [231] di Tullio Recchia e Antonio Marzi: di quest’ultima leggiamo anche in “Argo 16”.

Il capitano dei Carabinieri Tullio Recchia, capo della missione, che aveva prestato servizio in Africa presso il SIM nel 1936, ebbe contatti con la Osoppo: il 10/6/45 da Udine inviò al comandante della Special Force Luigi Marchesi una lista di ufficiali e sottufficiali (per lo più udinesi e veronesi, ma anche di Padova, Bari e Brescia) che avevano “attivamente collaborato” sia alla missione Rye (che operò nel Veneto) che alla missione Acre II; tra essi troviamo l’udinese tenente degli alpini Aldo Specogna (il futuro capozona della Gladio in Friuli), che viene segnalato per la concessione della Croce di guerra al valor militare. Scrive Recchia che “nel corso dello svolgimento della missione Acre II” ebbe modo di “entrare in relazione” con Specogna (che dopo la ritirata dalla Russia si trovava in Friuli come organizzatore della Osoppo) e trovò in lui “dall’ottobre 1944 alla fine delle ostilità” un “collaboratore zelante, intelligente e coraggioso” [232].

Della Rye [233] fecero invece parte l’ufficiale Carlo Perucci Eugenio (erroneamente indicato come Ferrucci nei documenti di Nemo) e come “truppa” Bruno Avigo, Riccardo Lo Russo e Gian Paolo Marocco. Di questa missione, che sarebbe partita “dal porto di Brindisi a bordo del sommergibile italiano Nichelio alla fine di novembre del 1943”, ed operò nel veronese, leggiamo quanto scrisse, piuttosto criticamente, il comunista Romano Marchi Miro, comandante della Divisione Avesani: “Pare che fosse stata sbarcata tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1943 alle foci del Po da un sommergibile italiano proveniente dall’Italia liberata. Ne facevano parte il tenente Carlo Perucci, in veste di capo missione, e due suoi collaboratori, inviati al di qua delle linee tedesche dallo stato maggiore dell’esercito italiano con il compito di raccogliere informazioni sui movimenti delle forze tedesche fasciste, e di trasmetterle al comando delle truppe alleate a mezzo delle apparecchiature ricetrasmittenti di cui erano stati dotati. Inoltre la missione Rye aveva l’incarico di fornire dati sugli obiettivi militari da colpire con gli aerei, e di coordinare gli aiuti alle forze partigiane dislocate sulle montagne e nelle valli; e forse di effettuare qualche sabotaggio, frutto più che altro di iniziative personali” [234].

La missione Rye, “dipendente dal SIM”, è criticata da Marchi, che sostiene che i suoi esponenti “hanno spesso agito in funzione disgregante del movimento armato di liberazione” ed addirittura un tale “colonnello Ricca” si era presentato alla Divisione Avesani asserendo di rappresentare la Rye e di avere il compito di “assumere il comando” della Avesani. Non se ne fece nulla e Ricca se ne andò come era venuto. Il colonnello Ricca, già capo di stato maggiore della Divisione Pasubio dal 1939 [235], era rientrato a Verona dopo l’armistizio con documenti falsi ottenuti a Trieste, allo scopo di organizzare delle formazioni armate al cui comando intendeva porre ufficiali reduci dalla Russia; dopo l’arresto dei vertici del CLN locale con i quali era in contatto, fu avvicinato da Perucci ed organizzò il Gruppo bande armate Pasubio con le formazioni Medusa ed Aquila [236]. A fine novembre 1943 quasi tutti i membri della missione Rye furono catturati dai nazisti, come narra uno dei suoi componenti, Luigi Schievano, che si salvò “per puro caso”. Furono arrestati la staffetta di Perucci, Luigi Gottardo, che morì a Mauthausen; i fratelli Corrà, morti nel lager di Flossemburg; il tenente Barbieri che fu deportato a Mauthausen ma riusciì a sopravvivere e Bruno Cappelletti, un insegnante che fungeva da collegamento tra la Rye ed i gruppi partigiani, massacrato di botte ed imprigionato a Venezia, fu “restituito alla vita in condizioni spaventose” [237].

Marocco fu invece portato a Bolzano, dove fu fucilato il 12/9/44 assieme ad altri 22 esponenti della Resistenza, tra i quali Dante Lenci, “ex ufficiale della regia marina impegnato nella missione, di matrice interamente statunitense, OSS, Croft, di carattere informativo, avente lo scopo di collegare la Resistenza toscana con il Regno del Sud” [238].

Ma la Croft era una delle missioni della Nemo e Dante Lenci è indicato come Pleuci Dante assieme al radiotelegrafista Lorenzo Iacopi (o Jacopi) nel più volte citato elenco [239]; i due furono arrestati il 18/3/44 in Versilia e “condotti in Alta Italia”, dove Lenci fu appunto fucilato mentre “Jacopi riuscirà a fuggire e tornare in Versilia” [240].

Giacomozzi parla anche di due membri della missione Rick (o Berardinelli/Rick), il veneziano Cesare Berardinelli ed il bolognese Antonio Baldanello [241] che furono inviati nella zona di Treviso assieme ai componenti della missione Rye, arrestati con Marocco l’1/12/43 e poi internati a Bolzano, dove furono fucilati [242].

Degli arresti di Berardinelli (già direttore dell’aeroporto civile di Venezia), Baldanello, Marocco e di un “sig. Torchio di Varese” parla un rapporto redatto dalla missione Orchard (della quale avrebbe fatto parte Torchio), che riporta le dichiarazioni di un anonimo interprete che prese parte all’interrogatorio di Baldanello. La fonte riferisce che i quattro erano sbarcati a metà dicembre 1943 presso la laguna di Adria “da sommergibili inglesi, inviati dall’IS dell’8^ Armata inglese” ed erano stati subito catturati dal “distaccamento di Torri” (non ne è specificata l’arma di appartenenza), soppresso il 19 dicembre, per cui i prigionieri furono passati quasi subito alle SS, che poi li condussero a Verona nella prigione del Forte San Mattia.

Nel corso degli interrogatori (poi condotti dall’interprete di fiducia delle SS, caporale Widmann) i quattro avrebbero fatto i nomi del maggiore Page e del tenente “Hard o Hart” dell’IS, e del maggiore Marchesi del SIM ed avrebbero riferito in via confidenziale alla fonte di avere fatto parte di una spedizione di undici persone (gli altri erano riusciti a salvarsi) e di avere gettato via il denaro e distrutto una parte dei codici prima di essere catturati, ma i tedeschi avevano preso gli apparecchi radio [243].

Della missione Orchard relaziona (se pure in modo piuttosto confuso) anche Gianfranco Comotti di Bergamo. Giunto sulle coste venete a bordo del sommergibile Nichelio il 30/11/43 assieme ad altri agenti (sembra di capire che si trattasse di due gruppi di due persone ed un gruppo di tre, quindi sette persone in tutto), quattro dei quali rimasero nascosti in un capanno dopo lo sbarco e catturati. Comotti si trasferì a Brescia da dove riprese a comunicare con Brindisi, mettendosi in contatto col tenente colonnello Leonardi. Saputo che i prigionieri erano stati condotti a Verona riuscì a “comunicare indirettamente” con Torchio, che gli domandò un parere sul fatto che i tedeschi gli avevano proposto di collaborare. Comotti gli disse di accettare, ed aggiunge nella relazione che Torchio gli aveva fatto arrivare, tramite un sacerdote che era stato incarcerato con lui, la notizia “che dal suo interrogatorio era sicuro che fossero stati segnalati in partenza da Brindisi”: il che può far pensare sia a delazioni in alto loco, sia ad un progetto di vertice per raggiungere contatti con il nemico [244].

Successivamente Comotti prese contatto con gruppi di Bergamo e con “la stazione del Capitano Di Leone a Milano”; fu arrestato “in seguito alla delazione di una spia” il 28/2/44, ma all’interrogatorio “da parte tedesca” assistette “per fortuna” il maggiore dei Carabinieri del SID Onnis [245], che lo fece mettere a sua disposizione “col pretesto di più dettagliati interrogatori sull’organizzazione del servizio informazioni nell’Italia meridionale”, impedendone così il trasferimento a Verona, dove Comotti rischiava la fucilazione; fu condannato diverso tempo dopo dal Tribunale speciale a sei anni di reclusione “soltanto per avere accettato un incarico informativo” [246].

In “Argo 16” troviamo un marconigramma inviato dal Comando del SIM il 2/5/45 alla missione Rye III “operante nel Veneto”, nel quale si chiedevano informazioni sul colonnello Duca, e la risposta di un altro agente della Nemo, il capitano Giuseppe Annese Ercole, liberato per “insufficienza di prove”, dove si legge che Duca era stato fucilato perché organizzatore “di un vasto movimento clandestino con sede in Roma” [247]. Annese risulta nel più volte citato elenco agente della missione Turf in Veneto assieme a Benedetto Coen.  C’è poi una “Relazione del sottotenente Clementi Vitaliano alias Italo per la missione effettuata dal 25/1/44 al 1/5/45” [248], con un elenco di prigionieri detenuti dai nazifascisti a San Leonardo [249]. Si tratta di Cesare Berardinelli, che Clementi asserisce essere stato fucilato assieme al radiotelegrafista Marocco ed “un certo Baldo” poco dopo che lui lasciò il San Leonardo [250].

Nella busta 149 troviamo anche documentazione relativa ad una missione Dick (che non risulta, né risultano i suoi componenti negli elenchi delle missioni della Nemo), attiva nei primi mesi del 1945, i cui membri Rasmo Venturini, Bruno Espedito e Antonio Sabbadini operarono a nord di Verona (sede a Desenzano) per cercare collegamenti con ufficiali nazisti allo scopo di “costituire cellule informative in Austria”. Questa missione ebbe collegamenti con la Rye di Allievo ma non con Professore (non abbiamo identificato i due).

Citiamo infine un particolare interessante da un telegramma inviato dal maggiore Page dell’ISLD a “Kray n. 1 della Special Force CMF il 14/9/44, relativamente ad un “ricevimento andato a vuoto” alla Acre e alla Seed ad ovest di Biella, dove ad attendere il lancio era presente il colonnello Aldo Beolchini, l’agente della Calderini a capo del servizio informativo del CLN [251].

 

Momenti di Sogno.

Abbiamo più volte parlato della Franchi di Edgardo Sogno, ma il futuro aspirante golpista, già volontario franchista nella guerra di Spagna (che nella sua autobiografia sostiene che il suo “diretto superiore” a Brindisi, colui al quale si offrì di essere paracadutato al Nord, era il tenente colonnello De Francesco [252], cioè il vice di Agrifoglio nel SIM) iniziò la propria attività di resistenza nella missione Loam, una delle prime missioni di Nemo, zona di attività Piemonte, assieme a Federico Sircana (erroneamente riportato come Surcana nel documento) e Luigi Bovati. Paracadutati nel biellese nel dicembre 1943, i tre persero l’apparecchio radio durante il lancio e si trovarono sbandati, ma Sogno riuscì a tornare alla propria abitazione ed a prendere contatto con diverse persone che già conosceva.

Scrive Cavalleri che “nel corso del lavoro di queste 300 missioni (organizzate dal SOE) si formò, a causa della perdita della radiotrasmittente, una formazione autonoma, la Franchi di Edgardo Sogno”; all’interno di questa operava la missione Spring, composta dal guardiamarina Carlo Milan Augusto ed il radiotelegrafista Bruno Bartoli Nello, sbarcati presso Levanto (Liguria) il 24/4/44 e poi stabilitisi a Torino con incursioni in Liguria e nel Veneto. La missione Spring si trova nell’elenco delle missioni di Nemo e Milan a Genova prese successivamente accordi con un sottotenente della Decima, Roberto Adorni, che collaborò alla missione con il nome di Pancino [253].

Mentre era in attesa di riattivare la trasmittente della Loam, Sogno prese contatti con l’organizzazione Otto di Genova, che aveva al proprio attivo diversi mesi di lavoro che avevano fruttato buoni risultati sia dal punto di vista organizzativo che economico. Fu il 31/3/44, proprio il giorno in cui Sogno aveva un contatto con la Otto, che le SS riuscirono ad arrestare quasi tutti i membri dell’organizzazione. Furono arrestati anche Sogno ed un altro agente del SIM Alberto Li Gobbi, che Sogno aveva conosciuto al campo di addestramento di Algeri e che era stato paracadutato al Nord nello stesso periodo [254]: Sogno riuscì ad evadere aiutato da Li Gobbi, che però scelse di non fuggire, sia per coprire Sogno, sia perché non voleva che i nazifascisti si vendicassero sul fratello Aldo che era stato fatto prigioniero nella stessa circostanza, non sapendo che il giovane era già stato ucciso. Evase dal carcere di Marassi il 30/7/44 e si unì ad uno dei Gruppi di combattimento del Legnano che operava nella zona del Chianti.

Dopo varie traversie, contatti, collegamenti, azioni fortunose e travagliate, spesso in disaccordo col maggiore Page ma supportato da John Mc Caffery (l’ufficiale britannico di collegamento col CVL insediato in Svizzera), Sogno diede vita alla Franchi che definisce “un’organizzazione militare autonoma, in collegamento diretto con gli Alleati e con il Comando italiano del Sud” [255]. Del nucleo primario facevano parte Gianfrancesco Stallo Gianchetto [256], Riccardo Banderali Nicola, Ferdinando Prat, Paolo Brichetto, Uberto Revelli Osvaldo, Piero Roggero Gabrio e Teresio Grange Catone; l’organizzazione era strutturata in sei gruppi, a Torino, Milano, Genova, Venezia, Biella e Oltrepò Pavese [257].

Catone era diventato capo delle trasmissioni dell’organizzazione Franchi a Milano, dopo avere fatto parte della missione Brybstone in Piemonte, dispersa dopo l’arresto a Villanova (CN) all’inizio di novembre 1944 dell’operatore Giuseppe Tarantino Rudolf, che fece i nomi di Andrea Dadone (l’Attilio della Oat) e di un maresciallo della Marina noto come Gaetano; però gli altri membri furono “tempestivamente avvisati dalla Rete Nemo” ed il delatore identificato in Alessandro Beretta [258]. Di Rudolf non si seppe più nulla, ma la radio fu salvata e Grange continuò a trasmettere da Milano fino al suo arresto avvenuto il 2/1/45 [259].

Sogno rappresentò il Partito liberale all’interno del CLNAI, alternandosi con Mario Argenton, dato che i due furono arrestati e liberati a fasi alterne; si battè perché l’incarico di comandante del CVL venisse conferito al generale Cadorna, difese Martini Mauri quando fu accusato dagli altri membri del CLNAI di operare una politica non unitaria in quanto anticomunista; partecipò infine con Parri, Pizzoni e Pajetta alla missione del CLNAI a Roma nel novembre 1944, al rientro dalla quale Parri fu arrestato. Quando ne ebbe notizia, Sogno tentò, con altri agenti della Franchi e la collaborazione di Luca Osteria, un colpo di mano per liberare l’anziano dirigente, ma fu arrestato dalle SS ed incarcerato a Verona, dove ritrovò Catone e da dove riuscì a mantenere i contatti con la Franchi tramite un altro detenuto, che fungeva da scopino nel carcere e si prestò a collaborare. Successivamente i due furono trasferiti a Bolzano e liberati il 27 aprile.

Considerando che la “missione Sogno con il tentativo di liberare l’on. Parri”, così come la “missione Cadorna nell’Italia del Nord” sono indicati tra gli “episodi di rilievo” dell’attività della Sezione Calderini durante la Resistenza, sembra più che ovvio che Sogno fosse inquadrato nella Sezione Calderini, con tutta la sua Franchi. E dato che Sogno iniziò la propria attività in una missione facente riferimento a Nemo, dopo avere letto le relazioni relative alla Malt ed alla Oat in cui si legge che finanziamenti ed appoggio logistico furono fornite dalla Calderini [260], e preso atto che la cartellina con l’intestazione della missione Hill è ricavata da una cartella del SIM sezione Calderini [261], la logica conclusione è che dietro la Nemo vi fosse l’organizzazione della Calderini.

 

La Relazione di Elia sulla sua attività nella Missione Nemo.

Per inquadrare meglio l’attività della Nemo possiamo leggere anche le relazioni di Elia e di don Paolino Beltrame, ma prima vediamo di conoscere meglio il capitano Nemo, cioè Emilio Elia (anche ing. Bocci ed ing. Bruno).

Torinese, classe 1899, ingegnere, svolse carriera militare in marina fino a diventare capitano di corvetta. Posto in ausiliaria, nel 1938 diventò dirigente del silurificio Whitehead di Fiume, dove fece la conoscenza dell’allora prefetto Temistocle Testa, che nei giorni che precedettero l’invasione della Jugoslavia da parte dell’Asse (31/3/1941) emanò un ordine di mobilitazione civile in seguito al quale le maestranze del silurificio con le attrezzature più importanti furono trasferite a Livorno. Non è noto se anche Elia sia andato a Livorno, sicuramente non perse i contatti con Testa.

Richiamato alle armi il 4/8/43 dal 5 ottobre fu incaricato di organizzare fanterie di marina contro gli ex alleati germanici; il 31/1/44 richiamato allo Stato maggiore generale con “incarichi speciali” al SIS, cioè la formazione della Rete Nemo, e dal foglio matricolare risulta nella Nemo dall’1/2/44.

Insignito di medaglia d’argento al valore “sul campo” l’11/2/45; dopo l’insurrezione del 25 aprile fu nominato dal CLNAI questore di Milano, “ufficialmente quale rappresentante in quota al Partito Liberale, più realisticamente per i suoi più che organici rapporti con il SIM-OSS” [262]. Il 2/5/45 ricevette il seguente telegramma: Per nemo nello storico giorno resa forze armate germaniche fronte sud comandi in capo italiano e alleato esprimono a voi e tutti componenti vostra rete ammirato plauso per slancio e fede e intelligenza e fecondi risultati missione nemo che sì alto contributo habet dato vittoria [263].

 

Nel più volte citato testo di Tompkins è pubblicata la relazione di Nemo sull’attività della missione, in traduzione italiana con annotazione dell’autore: “Rapporto di ELIA ai britannici e trafugato dall’X-2 dell’OSS, classificato come secret control solo per personale USA” [264]. Ciò fa pensare che l’OSS non avesse un controllo totale sulla Missione Nemo, se questo documento dovette essere “trafugato” ai britannici.

Nel libro di Gnecchi Ruscone troviamo il testo inglese ed una relazione di Elia in italiano (datata solo “agosto 1945”) [265] che non è la traduzione in italiano della relazione, ma una stesura diversa, non sempre corrispondente, nei contenuti, alla versione inglese. Sulle incongruenze più importanti ritorneremo di volta in volta, ma diciamo che in generale la versione italiana è più ricca di complimenti ed elogi per alcuni membri della Rete, soprattutto De Haag.

Il rapporto inizia con un “Punto A” (segnato come “commento”) dove si specifica che “la fonte è un membro della Regia Marina Italiana, responsabile per quella che è stata forse la più efficiente ed estesa rete di spionaggio in Nord Italia. La fonte è stata data in prestito dal SIS ai britannici nella prima parte del 1944”. La “fonte” è Nemo, cioè Elia, come scritto nella versione inglese, e successivamente la narrazione è in prima persona.

Elia raggiunse Levanto il 18/3/44 assieme al suo operatore radio Urbano, ma, non avendo trovato i collegamenti previsti, i due andarono a Pisa dalla famiglia Moroni, parenti di Urbano [266]. In quella casa, che si trovava nei pressi del comando militare repubblichino e per questo ad Elia dava “con logico ragionamento per assurdo particolari garanzie”, sistemarono l’apparecchio radio.

Assieme ad Urbano Elia trovò dei contatti in Toscana, tra Pisa, Firenze e Lucca, poi si recò a Milano, dove trovò il cugino, Ettore Elia Narciso, che divenne uno dei due contabili della Rete (l’altro era Valerio che non abbiamo identificato).

A Parma Elia prese contatto con don Paolino Beltrame, “da me già precedentemente conosciuto e del quale ben sapevo l’animo”, tramite il quale si mise in contatto con Riccardo De Haag, che “si è dimostrato fin dall’inizio elemento prezioso e superiore fra tutti” (probabilmente i due si erano conosciuti a Fiume).

Don Paolino gli permise di prendere contatto con svariati membri del CLN, facenti parte del Partito Liberale: primo fra tutti il barone Rinaldo Casana, proprietario dell’omonima villa di Novedrate (CO) [267], dove in un primo tempo fu sistemata la radio che era stata portata da Pisa a Milano da Alpino e Corriere Primo: dopo svariati tentativi infruttuosi di trasmettere da Milano e dopo il fallimento del tentativo di trasmettere da Novedrate decisero alla fine di comunicare con Caserta da un magazzino di Saronno. È interessante ricordare che Tompkins scrisse che De Haag utilizzava la radio della Franchi da Milano, mentre la radio della Nemo trasmetteva da Saronno a cura di Umberto.

Quando la radio era ancora a Pisa la rete informativa funzionava in questo modo: le informazioni raccolte nell’Italia settentrionale venivano portate a Pisa da Elia, De Haag o Tassan, cifrate e trasmesse da Urbano al comando di Caserta.

Gianfranco Bianchi nel 1989 scrisse che la Nemo “di Elia” aveva come messaggio speciale di collegamento con radio Londra “Beato Angelico, grande pittore” e come cifrario un passo dell’Orlando furioso [268].

A Milano Elia prese contatto anche con il maggiore degli alpini Girolamo La Neve Franzi (che, ricordiamo, aveva contattato Camillo Motta).

Elia spiega poi gli spostamenti della radio e dei suoi operatori, ma li tralasciamo, rinviandovi alla lettura del documento nei testi che abbiamo citato, e passiamo ad un’affermazione “operativa” del capo rete: “per quanto l’incarico affidatomi fosse di carattere prettamente militare, ho ritenuto di non dover trascurare la parte politica. Per non impegnare in prima persona la rete, mi sono valso delle qualità di Alpino, che pur mantenendo il suo fondamentale incarico, ha compiuto una preziosa opera di penetrazione nel CLNAI, sino a raggiungere il risultato di avere l’incarico di Vice comandante del Comando Piazza”.

Così almeno leggiamo nel testo pubblicato in Gnecchi Ruscone. La traduzione (fedele) dall’inglese di Tompkins è leggermente diversa.

“Mi mantenni in costante contatto con Alpino, la cui attività all’interno del CLN era molto preziosa per noi. Alpino fu più tardi nominato vicecomandante dell’area. Grazie a lui la catena di Nemo è stata mantenuta ben informata sulle attività politiche e militari del movimento clandestino” [269].

La differenza di merito tra le due versioni sta nel fatto che, da come è scritta la seconda, sembrerebbe che lo scopo della Nemo fosse più di controllare l’operato del CLN che di parteciparvi: forse Elia scrisse una relazione ufficiale in inglese per i suoi superiori angloamericani, e una ufficiosa in italiano per i suoi superiori italiani?

 

La struttura della Nemo.

Passiamo ora alla descrizione della struttura della Rete, costituita da “gruppi fra loro distinti e dei quali praticamente solo i capi gruppo erano a conoscenza l’uno dell’altro” e della “Centrale della Rete”, che era costituita da “me medesimo” (cioè Elia, nda), dal capitano dei Carabinieri Giorgio Manes Fiore (nella versione italiana Elia scrive che la “Centrale” aveva il “prezioso ausilio di Fiore”, che faceva parte anche del gruppo di controspionaggio) e dal dottor Lucio De Haag Dottore [270], fratello di Alpino e dall’Ufficio cifra (curatori Ottavio Trincherra e Livio Izzo [271]); di questo gruppo centrale faceva parte anche un ufficio “Matricola” adibito alla creazione di documenti falsi (curato da Alberto Giomo [272] e da Giordano Sormani). Il gruppo centrale si occupava di redigere i verbali informativi da trasmettere “agli interessati”, dei quali l’unico nome che viene fatto è quello del maggiore Argenton, quale ispettore dei Servizi informativi del Comando generale CVL.

Del gruppo controspionaggio (attivo a Milano e Genova) il capo fu dapprima Fiore, e successivamente Zio, cioè il maggiore dei Carabinieri Anacleto Onnis che si unì all’organizzazione dopo l’arresto di La Neve. Scrive Nemo: “il disgraziato tentativo di liberazione di Pippo portava all’arresto di Franzi”, e nella nota biografica di La Neve leggiamo che il 3/10/44 fu catturato mentre partecipava ad un tentativo di liberare il generale Faldella Pippo [273]).

Gli altri gruppi prendevano solitamente il nome del loro capo, e li elenchiamo con le maglie che da essi dipendevano, ma precisando che non sempre siamo riusciti ad identificare le persone indicate solo con i nomi di copertura.

1) gruppo Alpino, con a capo Alpino (De Haag), da cui dipendevano diversi gruppi. Il Gruppo Fulvo (a Parma, capo don Paolino Beltrame); la maglia di Vicenza per la zona del Veneto occidentale, con a capo Corriere Primo (Tassan), dalla quale dipendeva anche la base di cui fece parte Gnecchi Ruscone, che si occupò del controllo delle fortificazioni germaniche tra Verona e Vicenza; la già vista “maglia per la zona di Trieste”, diretta da Artigliere e ceduta a Puccini; infine un “elemento fisso”, Nico, per la zona di Ferrara;

2) gruppo Franzi, con a capo La Neve e successivamente Alberto Giomo, che era anche a capo di un gruppo di “osservatori fissi sulle strade” di alcune valli, tra le quali Valcamonica e Valtellina; al gruppo Franzi fecero capo una maglia a Genova, affidata a Trapani I e poi Marinaio (Pasquale Del Grosso), ed un gruppo “adibito al controllo degli effetti delle incursioni aeree”;

3) gruppo Aviatore, con a capo Ernesto Balbo di Vinadio Aviatore (entrato a far parte della rete nel maggio 1944), con maglie a Verona (Martino, per il Trentino alto Adige) e, tra il Piemonte e la Liguria, alcuni agenti specializzati per la ricezione dei lanci, ed altri per il controllo dei movimenti nemici;

4) Gruppo De Nicola, del tenente colonnello degli alpini Angelo De Nicola, senza altre specifiche.

 

La sede di Milano venne spostata più volte e stabilita definitivamente nell’abitazione di Manes all’inizio di novembre 1944, in quanto “Fiore, per il suo sangue freddo e la sua astuzia avrebbe in ogni evenienza trovato il modo di cacciarsi fuori dal pericolo, e perché egli spesso lavorava tutta la notte. Mentre Fiore era via, sua moglie sarebbe stata a guardia dell’ufficio”. Viene spontaneo chiedersi quale incarico ricoprisse sotto la RSI il carabiniere Giorgio Manes per lavorare “tutta la notte”.

Nella relazione viene indicato un numero totale di 2.073 messaggi trasmessi dalla stazione di Milano da giugno 1944 a maggio 1945; prima di proseguire con l’analisi dell’attività di intelligence condotta dalla Nemo, osserviamo che Elia non parla delle varie missioni (da noi precedentemente ricostruite) che furono parte integrante di essa; e che questo aspetto della Nemo, non è stato evidenziato nel libro “Missione Nemo”, forse perché i documenti d’archivio non sono stati letti, ma solo scorsi

Chi pagava?

Nella relazione di Elia ci sono anche i resoconti finanziari da cui risulta innanzitutto che le prime spese furono pagate attraverso fondi dello stesso Elia fino a luglio 1944, quando arrivò un aiuto finanziario tramite la Franchi e un “lancio alleato al GEP” [274].

Nel bilancio troviamo i nomi dei finanziatori: un “Gruppo di industriali lombardi capeggiati dal senatore Puricelli” [275] (questi mise a disposizione 8 automobili e l’autorizzazione ad usufruire della sua casa, uffici e personale della società), che raccolse tra l’ing. Bacchini, il dott. Sessa, il Lanificio italiano, il dott. Fossati, il Gr. Uff. Aldro Crespi 6.000.000 di lire. In realtà essi donarono alla Nemo 10 milioni, ma la fuga di Puricelli in Svizzera impedì il ritiro della somma intera, ne furono incassate solo 5.200.000, da aggiungere al milione della CANSA [276] di Novara. Altri finanziatori furono Pirelli (con 10.000.000), Mario Rubinacci (500.000), Luigi Rovida (500.000), Carlo Alessandro Canesi, direttore del Banco Ambrosiano.

Abbiamo trovato anche una richiesta al maggiore Page per lettere di ringraziamento o attestati al conte Bruno Sterzi ed alla signora Valentina Farina (moglie di La Neve) che misero a disposizione 1.000.000 di lire a testa [277] .

In totale le entrate della Nemo ammontarono a 23.100.000 di lire, mentre le uscite a 10.250.000 (di cui 200.000 date a Podestà, come visto prima), ma non è noto se alla fine del conflitto i fondi rimasti in carico alla missione siano stati restituiti ai finanziatori.

 

Attività informativa.

Leggiamo nella relazione di Elia le finalità informative della Rete.

– impiego ed efficienza delle forze armate fasciste e tedesche, con speciale riguardo alle zone dietro le linee del fronte in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia e Liguria;

– obiettivi militari per eventuali attacchi di forze aeree alleate;

– risultati di raid aerei alleati;

– difese costiere preparate dai tedeschi,

– situazione politica nel Nord Italia ed i suoi effetti sulla popolazione civile e sulle forze armate repubblicane;

– impianti industriali e centrali idroelettriche, per proteggerli dalla distruzione da parte tedesca,

– obiettivi di particolare interesse per i gruppi speciali;

– attività dei vari metodi di spionaggio nazifascisti, nomi di patrioti italiani arrestati o sotto osservazione della polizia nazifascista, e ogni altra informazione che mettesse in guardia i patrioti o i movimenti clandestini dal pericolo incombente.

Interessante come Viganò sintetizzi i tre profili informativi su cui operò la Nemo. Il primo profilo è quello “militare per la conduzione della campagna degli alleati”; il secondo è “politico industriale per la salvaguardia del potenziale idroelettrico quale supporto della ricostruzione e degli impianti a garanzia di ripresa dell’industria” (e “va incontro all’esigenza alleata non meno che della grande industria di stabilizzare l’Italia del dopoguerra dal punto di vista sociale prima che politico”); il terzo profilo è “l’individuazione, arresto o neutralizzazione dei componenti delle innumerevoli centrali informative, polizie speciali germaniche e fasciste, formazioni militari o paramilitari di retroguardia, prevedibilmente create e attivate da SS, Gestapo, PFR, X Mas, al fine di contrastare l’insurrezione comunista, preparare la rinascita nel dopoguerra e intanto opporsi all’entrata delle truppe alleate nelle città del Nord. Così vengono identificati i collaborazionisti ed operata l’infiltrazione ai massimi livelli”, conclude lo studioso [278].

Viganò parla poi di “uomini ombra” inseriti nella Nemo, che si “avvale dei servigi di tipi dal passato ingombrante e dal presente discutibile (…) gerarchi repubblicani in auge che fiutano aria di guai e, restando in mezzo al guado, magari con un piede ben piantato nella RSI iniziano una marcia circospetta di avvicinamento all’antifascismo” [279], e fa i nomi di Vincenzo Cersosimo e Temistocle Testa, sulla cui collaborazione con Nemo torneremo più avanti.

 

A proposito di “infiltrazione ai massimi livelli” riprendiamo il documento di cui abbiamo già parlato, avente come oggetto “attività assistenziale esplicata dalla rete Nemo durante il periodo cospirativo” [280], nel quale si trova un elenco di 166 “persone ed enti perseguitati dai nazifascisti o comunque oggetto di indagini, ricerche, e vigilanza da parte delle forze di polizia tedesche e repubblicane, tempestivamente avvertite, fatte avvertire o comunque assistite”, in località diverse (soprattutto in Lombardia: Milano, Brescia, Bergamo, Sondrio, ma anche a Parma e Piacenza e poi in Piemonte, Veneto, Liguria…), tra esse i membri della Franchi (tra i quali lo stesso Sogno) e della Catone di Grange.

Furono inoltre “avvertiti” il duca Marcello Visconti di Modrone (collaboratore di Sogno), il generale Raffaele Cadorna, un Marras (fatto scappare in Svizzera grazie all’aiuto di Zio [281]), ed un gruppo di resistenti della Valtellina, tra i quali, oltre ai già visti Motta e Fumagalli troviamo Angelo Marilli, i fratelli Ponti (Attilio, commissario politico della Brigata Stelvio, ed Angelo, industriale e membro del Partito d’Azione), Ottorino Popoli, il capitano Romualdo Bonfadini (Romolo, comandante della Brigata Sondrio), il senatore Locatelli [282].

In questa relazione leggiamo anche che vi furono “interessamento ed interferenze” da parte della Nemo presso il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato per far prosciogliere alcuni accusati di “spionaggio a favore degli Alleati” (Barassi ed altri, non meglio identificati): ma non viene esplicitato meglio il tipo di “interessamento ed interferenze”, né il risultato che diedero. E per alcune persone furono effettuate “perquisizioni domiciliari intelligenti” ad opera di “elementi del Centro CS repubblicano di Milano agganciati alla rete Nemo”, in modo che “nulla venne rinvenuto”; ed ancora fu “sventata una pericolosa azione di doppio gioco intrapresa da certo Betti Giuliano, informatore della Muti”. Da queste annotazioni si desume come la rete Nemo doveva essere molto ben inserita all’interno degli organi di polizia e, generalmente, di repressione, per poter essere in grado di avvisare in modo così tempestivo le persone a rischio.

Infine ricordiamo il precedentemente citato documento che riporta un elenco di nomi di “collaboratori dei nazi fascisti e di responsabili di crimini politici”, riferibili alla Lombardia [283], mentre Locardi è l’autore di un elenco di collaborazionisti friulani [284].

 

Un’operazione non riuscita.

A Genova nel marzo ’45 alcuni membri della Rete tra cui Alberto Giomo tentarono di liberare il maggiore Stallo, il collaboratore di Sogno che era stato arrestato dalla SS e per la cui liberazione si era attivata anche la Curia genovese. Gregorio (il capitano dei Carabinieri in spe Claudio Cesare Polverini) aveva cercato di farsi consegnare Stallo dalle SS tedesche col pretesto di un interrogatorio, ma senza esito positivo. Per questo motivo Elia chiese l’intervento dell’ex prefetto fascista Temistocle Testa, che ottenne dal comandante della SS Eugen Dollmann [285] l’ordine di scarcerazione per Stallo. Questi avrebbe dovuto essere liberato il 25 marzo, ma le SS non eseguirono l’ordine di Dollmann ed il contatto che avrebbe dovuto portare Stallo a Milano (Gino Palazzi) fu intercettato dalle Brigate Nere. Palazzi non parlò, e questo impedì l’arresto di Giomo, ma non di molti altri. Elia ipotizzò che la fidanzata di uno dei membri della Rete fosse una informatrice dei tedeschi.

Stallo ed altri cinque prigionieri (Renato Negri, Rinaldo Ponte, Raffaele Pieragostini, Cesare Rossi ed un partigiano di cui è noto solo il nome di battaglia Napoli) furono uccisi dai nazisti presso Bornasco (PV) durante il trasporto verso Milano, il 23 aprile 1945.

Nino Arena indica Stallo come incaricato di un “tentativo di contatto presso il Ministero degli Esteri della RSI” e dell’organizzazione delle “centrali di avvistamento” per i lanci alleati [286].

 

La rete di Parma e don Paolino Beltrame.

Oltre a quella di Milano fu molto attiva la rete di Parma, il cui organizzatore era don Paolino Beltrame Fulvo, che abbiamo già più volte incontrato; risulta inserito nella missione Barley, ma la sua rete ebbe un’attività indipendente molto vasta.

Don Paolino era stato cappellano militare del V Raggruppamento GAF (Guardia alla Frontiera) a Fiume tra il 1941 e l’8/9/43, nel periodo in cui la carica di prefetto era ricoperta da Temistocle Testa [287]; coinvolto in una rete che trasferiva gli ebrei croati in Italia, dopo l’8 settembre iniziò a trasferirli da Fiume a Parma. “Scoperto questo suo nuovo traffico ed essendo per questo ricercato in Dalmazia dai Tedeschi, don Paolino – come abbiamo appreso da alcuni documenti personalmente visionati presso un archivio privato – chiese e ottenne ospitalità a Trieste in casa del colonnello del Genio Navale Mario Ponzo” [288].

Don Paolino è uno degli elementi della Nemo dei quali meglio si conoscono le attività. Sarebbe stato lui a suggerire al tenente degli Alpini Gianni Nadotti [289] di arruolarsi nella RSI e ad accettare l’incarico di Comandante dell’autoparco della RSI a Milano, dove fu inviato nell’autunno del 1944 al seguito di Pino Romualdi [290], in modo da tenere sotto controllo lui e la sua corrispondenza (anche attraverso la segretaria Paola Ninci, con la quale Nadotti si unì in matrimonio in quei giorni). Nadotti, messo in contatto con De Haag tramite don Paolino, grazie all’incarico di dirigere e controllare l’autoparco della Brigata Nera poté avere assidue relazioni senza destare sospetti con il dirigente preposto alla sovrintendenza di tutto il traffico dei trasporti, compresi i convogli automobilistici vaticani, Giuseppe Cancarini Ghisetti, il “partigiano combattente dei servizi segreti” [291], che dopo l’armistizio si trovava a Roma quale braccio destro del prefetto Testa. Dopo la liberazione della capitale Testa si trasferì a Milano e Ghisetti, dietro disposizioni dell’OSS lo seguì. Dal suo stato di servizio risulta essere entrato nella Nemo dal 25/9/43, assumendo la qualifica di “partigiano combattente” con il nome di battaglia di Tau, (“operò come agente Tau per conto del SIM e dell’OSS, e fu “membro della Brigata Nemo nella bassa modenese” [292]), ed avrebbe successivamente “agganciato” anche Testa [293], mettendolo a disposizione del CIC [294]. Nella sua qualità di dirigente dell’OIL (Organizzazione Italiana del Lavoro) e grazie alle sue conoscenze nell’ambiente tedesco, Testa era in grado di fornire documenti e coperture a persone compromesse delle rete [295].

Così si espresse Cancarini: “agganciare prima Testa eppoi Dollmann fu un gioco da ragazzi perché i due non domandavano di meglio. Testa diventò Tau e fu il tramite di un patto troppo ovvio per poter essere definito tacito, secondo il quale (letterale) dei criminali di guerra minori sarà tenuto conto a seconda delle prove di buona volontà che daranno dal momento fino alla fine delle operazioni [296].

 

Tornando a Nadotti, il suo doppio gioco fu scoperto a fine marzo ‘45, quando il Sicherheit Dienst di Parma operò una serie di arresti in quella città; tra essi anche il maggiore Max Casaburi Montrone, che era stato nominato capo di stato maggiore del Comando Piazza di Parma per intervento della Missione Nemo. Casaburi fu arrestato, internato nel campo di Gries e da lì liberato dagli Alleati, ma fu ucciso da un gruppo di SS in fuga nei pressi di Trento il 28 aprile 1945 [297].

 

Due vicende poco chiare.

Morini parla anche di due vicende piuttosto oscure. La prima ci ricorda certi avvenimenti triestini…

“Nel periodo del federale Rognoni, il quale sostituì Romualdi dopo la sua promozione a vice segretario del PFR, a Parma agiva il sedicente bolognese comm. Costa (di cui mi sono ampiamente occupato nel volume ‘Parma nella RSI’), il quale perseguiva chiaramente le finalità proprie della Nemo e a tale scopo aveva creato un’equivoca simbiosi tra fascisti (podestà Lanzi), partigiani (avv. Savani) e il locale comando SS (cap. Alberti). Questo fantomatico personaggio, di cui tuttora non si conosce neppure il nome, veniva indicato come un influente esponente della RSI, ma potrebbe anche verosimilmente trattarsi di Testa oppure di Ghisetti, ambedue di origini modenesi e pertanto facilmente scambiabili, sotto opportuna copertura, per bolognesi” [298].

Ed anche: “Resta ancora inevaso il quesito, a causa dell’attuale carenza documentale, circa i contatti che certo non sono mancati fra la rete Nemo di Parma e quella della confinante Reggio Emilia. Di certo si sa che Dollmann e Testa si unirono nel tentativo di salvare gli esponenti del Comando Piazza di Reggio che erano stati catturati dai fascisti locali e condannati a morte. Dei quattro componenti il Comando Piazza venne fucilato il solo esponente comunista, mentre gli altri furono trasferiti a Parma, da dove poi Ghisetti provvide a farli proseguire per Verona, dove poi tutti furono liberati in sordina” [299].

 

La collaborazione di Cersosimo.

Giudice istruttore del Tribunale speciale straordinario di Verona nel processo contro Galeazzo Ciano e gli altri dissidenti messi a morte l’11/1/44, il tenente colonnello della GNR Vincenzo Cersosimo, poi sostituto procuratore generale del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato di Parma, fu “sensibilizzato” da don Paolino Beltrame per conto di Nemo nel maggio 1944, dopo il processo che condannò a morte per alto tradimento gli ammiragli Luigi Mascherpa e Inigo Campioni. Don Paolino “ottenne collaborazione” dal magistrato, che fece sparire un fascicolo riguardante il dirigente del CLNAI Ferruccio Parri. Secondo Elia, Cersosimo avrebbe inoltro fornito lasciapassare del Tribunale speciale per la missione a Trieste del novembre 1944 di don Paolino, De Haag, Podestà e Marchini e per una missione a Carrara nel febbraio ’45 [300].

 

Don Paolino in missione a Roma.

L’attività della maglia di Parma fu scoperta proprio mentre don Paolino si trovava a Roma in missione assieme a De Haag su incarico di Nemo dietro dispaccio dello SMRE “per riferire verbalmente ai superiori comandi su alcuni problemi e portare documenti particolarmente riservati”: ciò perché il comandante Cadorna aveva chiesto di riferire “su problemi inerenti al funzionamento del comando generale CVL”. Beltrame e De Haag andarono a Roma portando con sé “quattro relazioni su dossier scottanti”, materiale che sarebbe stato redatto, scrive don Paolino, dopo l’arresto (8/2/45) di Pieri, il colonnello Vittorio Palombo [301].

A proposito di questa missione Franco Morini si pone alcune domande: “don Paolino compì una importante quanto riservata missione passando la linea Gotica al solo scopo di recapitare personalmente a Bonomi un messaggio da parte di Cadorna. Tale azione gli valse una decorazione sul campo con la medaglia d’argento al V.M. Il testo della motivazione non spiega tanto i motivi ma solo il fatto che con quel messaggio si salvarono migliaia di vite umane. Quale poteva essere un messaggio talmente importante da non poter essere conosciuto se non da una manciata di persone ad altissimo livello?” [302].

Effettivamente, se consideriamo i documenti che don Paolino portò a Roma, e di cui vi parleremo nel prossimo paragrafo, ci domandiamo anche noi quale di essi avrebbe potuto “salvare vite umane”.

In seguito alla situazione creatasi a Parma, don Paolino rimase a Roma fino al 28 aprile, e rientrò in sede in aereo solo dopo la Liberazione.

 

Le relazioni della Nemo.

“I documenti trasmessi a Roma da Nemo confermano i disagi del momento e le preoccupazioni del futuro dei partiti moderati rappresentati nel CLNAI e nel CVL – democristiani, liberali – e, su questioni di frontiera, persino socialisti ed azionisti. Allineamento alle potenze occidentali dell’Alleanza, stabilità sociale, ricostruzione industriale epurazione calibrata, rivendicazione dei confini nazionali, contenimento di iniziative comuniste, controllo di frange estreme sono temi dichiaratamente postbellici che vanno a prevalere sulle esigenze tuttora da periodo bellico (…)” [303].

La Relazione 1, datata 26/2/45, “Esercito nazionale e comando unico del CVL”, parte dal problema dell’unificazione delle formazioni partigiane sotto un comando unico, e prosegue considerando che “dal concetto iniziale di formazioni patriottiche interpolitiche” si era passati gradatamente alle formazioni di partito”, ciò in seguito all’iniziativa del Partito comunista, che aveva creato le Garibaldi, seguito poi dal partito d’Azione, i democristiani ed i liberali. Ciò avrebbe portato a togliere i finanziamenti alle formazioni autonome, a tutto vantaggio del Partito comunista, che essendo il più organizzato e con la componente più numerosa “venne ad assicurarsi (…) una considerevole aliquota dei fondi mensilmente disponibili”.

Successivamente la relazione è ancora più dura nei confronti dei comunisti: “i reparti dei partiti estremisti hanno notevolmente aumentato le loro entrate mediante azioni spesso brigantesche di rapina e di ricatto verso ogni categoria di civili – azioni talvolta risoltesi in beneficio capitalistico del comandante del reparto – mentre per ciò stesso le formazioni dei partiti d’ordine, rifuggenti da tali azioni, si sono viste tagliate anche le possibilità di finanziamento diretto da parte delle categorie abbienti, depauperate da tali vessazioni e disgustate di riflesso circa tutto il movimento partigiano (…) Si deve a questo punto rilevare come troppe delle azioni citate dai bollettini come svolte dalle Br. Garibaldi siano militarmente nulle, limitandosi esse ad atti terroristici spesso incoraggiati da Radio Londra, capaci assai più di allarmare e danneggiare la cittadinanza che non di infirmare il nemico”.

Sul Comando Unico la relazione conclude così: “deve intendersi come una manovra di mimetizzazione comunista e non altro”, in quanto sarebbe la formula pensata da comunisti e socialisti di “sottrarre parte delle armi” alla consegna al Comando Alleato, in quanto essi considerano gli Alleati “quali rappresentanti di nazioni plutocratiche, utili, anzi necessari oggi, ma possibili nemici domani” [304].

La Relazione 2 datata 27/2/45 è la “Relazione triestina” che abbiamo già esaminato.

La Relazione 3 datata 27/2/45 porta il titolo “Polizia” e comprende questioni di ordine pubblico, rilevando il fatto che “elementi comunisti dicono di non poter garantire il rispetto degli organi di polizia da parte delle brigate” e che invece liberali e democristiani sono d’accordo per impiegare reparti di polizia in abito borghese quali formazioni partigiane. A questo proposito l’ispettore di PS Magrini, che aveva ai propri ordini “metropolitani e la PAI [305]” avrebbe detto di avere messo a disposizione della Nemo i propri uomini (anche ausiliari che non sarebbero stati impiegati nel campo militare politico) ed aveva chiesto ordini esecutivi per il loro utilizzo. Nella relazione non c’è il nome di battesimo dell’ispettore Magrini, ma Viganò cita un’affermazione di Argenton a proposito di un ispettore di PS di nome Paolo Magrini che si era offerto di uccidere Mussolini, bastava che gli dessero un ordine scritto [306].

La Relazione 4 datata 27/2/45 “Tribunali insurrezionali” pone il problema che il movimento di liberazione Alta Italia è rimasto “sostanzialmente deluso” per la “mancanza di provvedimenti esemplari” a carico dei responsabili di “sopraffazioni ed atrocità compiute dai fascisti dopo l’8 settembre” (notiamo qui dei crimini antecedenti l’8 settembre non si parla neppure); ed il fatto che il solo questore di Roma Pietro Caruso sia stato fucilato ha dato la dimostrazione di una “esagerata mitezza” da parte alleata, come il fatto che i “caporioni” siano poi risaliti al nord dove hanno proseguito le loro azioni criminali ha inasprito il problema e da questi fatti le “forze comuniste hanno tratto buon gioco per progettare orientamenti e decisioni che si ritiene doveroso segnalare tempestivamente” Il problema posto è quello della creazione dei TRIBUNALI INSURREZIONALI (maiuscolo nel testo) che secondo i loro ideatori avrebbero il compito di prevenire la giustizia del Governo Nazionale ed Alleato in modo da farli trovare di fronte al fatto compiuto. Viene poi citato un decreto steso l’8 febbraio con la descrizione della composizione e delle funzioni di questi “tribunali” [307].

Vi sono poi due allegati.

Allegato 1: sistema distribuzione fondi CLNAI

Qui si lamenta sostanzialmente che il sistema di distribuzione dei fondi va “a vantaggio esclusivo degli estremisti” (nei fatti coloro che conducevano una resistenza armata), ed a proposito dei comunisti, il testo prosegue dicendo che per loro “è azione tirare una bomba da una finestra su una strada per colpire 2-3 fascisti o nazisti che vi passano”, e che questo criterio di “azione” è approvato da socialisti ed azionisti ma non può esserlo dai democristiani e dai liberali, che alla fine non ottengono finanziamenti a sufficienza. Infatti i partiti di sinistra hanno ottenuto finora il 71% dei fondi assegnati al CLN, mentre i “partiti d’ordine” solo il 29% [308].

Allegato 2: il Comandante unico

Si espone qui che il “Comandante unico” dovrebbe poter disporre di un “vero e proprio comando composto da tecnici”, di un “servizio di collegamento con le formazioni dipendenti” e di un “apparecchio radio”, così potrebbe chiedere ai partiti di limitare la propria opera al solo campo politico ed assistenziale; invece il Comando è costituito dai rappresentanti dei Partiti e decide collegialmente, ed anche qui si lamenta la prevalenza del PC in merito alla discussione sulle notizie che giungono e le decisioni che devono venire prese.

Viene poi rilevato che dopo l’arresto di Pieri il Comandante unico deve usare la radio del Partito d’Azione e questo limita l’indipendenza del Comandante.

Si richiede perciò che il Comandante unico non dipenda più dai partiti ma si apra piuttosto alle formazioni autonome apolitiche, oltre ad avere una certa somma a disposizione per “provvedere all’assunzione del personale tecnico che necessita, senza dovere dipendere da un preventivo consenso di partiti in sede collegiale” [309].

 

In sostanza lo scopo di queste relazioni sembra l’estromissione di Partito comunista e Partito d’Azione dagli organismi decisionali, probabilmente nella previsione del dopo: e qui inseriamo le analisi di Viganò che prende in esame le “parole d’ordine sulle quali si innestano le attività di alcuni agenti della Nemo nell’immediato dopoguerra (il corsivo è nostro, n.d.a.)”, e specialmente “le sezioni addette allo studio e alla risoluzione delle contese italo-austriache in Alto Adige e italo-jugoslave fra Trieste Istria e Dalmazia”. Queste “parole d’ordine”, aggiunge, “condivise dagli industriali che come Piero Puricelli il re delle autostrade danno un generoso contributo senza contropartita per il funzionamento della Missione” (e qui lo storico si chiede: “senza contropartita, un credito resistenziale alla vigilia dell’epurazione?” [310]); “parole d’ordine che mobilitano moderati e industriali avanti l’insurrezione comunista nell’offrire a Mussolini la resa in cambio della salvezza degli impianti e uniscono il 25 aprile partiti d’ordine, industriali e massoni nel tentativo di convincerlo a evitare combattimenti a Milano, un modo per inertizzare l’insurrezione [311].

A voce Viganò è stato ancora più esplicito, dicendo che la Nemo era stata creata per inserire militari del Regio esercito in una resistenza partigiana che era ritenuta pericolosa in quanto troppo politicizzata in senso comunista, dove i militari in quanto tecnici avrebbero preso il posto dei politici, rappresentando così la continuità dello Stato italiano, estromettendo azionisti e comunisti e tranquillizzando in tal modo anche gli alleati britannici. E va tenuto conto che dopo l’estate del 1944 gli Angloamericani avevano già in mente il problema del dopoguerra, quando, dopo la sconfitta del nazifascismo, il momentaneo alleato sovietico sarebbe divenuto, il nuovo nemico: dato che si voleva mantenere l’Italia nel blocco occidentale era necessario inertizzare le formazioni “calde” (non solo quelle del PCI) in modo da preparare i nuovi equilibri del dopoguerra [312].

 

Una collaborazione ambigua…

… è la definizione che diede Giovanni Pesce dei rapporti tra alcuni funzionari di PS ed il CLN, collegati dalla rete comandata dal capitano Elia.

“La rete Memo (sic) cominciò ad operare nell’Italia occupata subito dopo lo sbarco di un commando clandestino a Punta Corona nelle Cinque Terre; ne era comandante il capitano di fregata Emilio Elia. La Memo dipendeva direttamente dal gruppo speciale dello Stato maggiore del ricostituito esercito italiano. Il gruppo speciale era diretto dal maggiore Marchesi, con il quale collaborava strettamente il maggiore inglese Page, di origine toscana (…).

In piena lotta clandestina Mancini (uno dei funzionari di PS che collaboravano con Nemo, n.d.a.) teneva contatti anche con Riccardo De Haag, che a sua volta aveva la collaborazione di numerosi ufficiali dei carabinieri quali il capitano Giorgio Manes, il colonnello di Stato maggiore Nino La Neve, il tenente colonnello Anacleto Onnis. Con De Haag s’incontravano clandestinamente anche Alberto Giomo, Rinaldo Casana, Giordano Sormani e Lino Izzo.

Il compito della rete Memo era quello di mantenere i contatti tra gli inglesi e la Resistenza italiana, ma era pure quello di frenare l’azione armata dei patrioti, in modo da evitare che si arrivasse ad un’insurrezione popolare. Gli Alleati infatti andavano dicendo da tempo che i patrioti avrebbero dovuto attendere la liberazione.

La Memo operava principalmente a Milano e dintorni. Per informare gli alleati si serviva di una radio trasmittente che funzionava nei pressi di Saronno. L’operatore radio era Carlo Minzoni (Manzoni, n.d.a.).

I messaggi erano cifrati: chi li compilava e li decifrava era il capitano Manes. La radio clandestina era chiamata con la sigla convenzionale Beato Angelico. Tra i membri della missione era particolarmente attivo don Paolo Beltrame Quattrocchio (sic) finito poi monaco trappista (…) Attorno alla missione ci furono molte ombre, le persone che la componevano avevano come obiettivo particolare d’informare gli Alleati della situazione politica nell’Italia occupata e di dare un quadro che potesse suggerire gli accorgimenti da prendere per mantenere sotto controllo la Resistenza. Con l’arrivo alla Memo del capitano Giuseppe Ghisetti, l’attività della missione degenerò al punto da cercare contatti diretti con il colonnello Dollmann delle SS che in Italia influenzava le decisioni del maresciallo Kesselring e dei suoi più diretti collaboratori il generale Wolff, il generale Harster e il colonnello Rauff (…) il compito segreto di Ghisetti era di arrivare a qualche compromesso o con Mussolini o con i tedeschi per nuocere soprattutto ai comunisti (…) ebbe una parte notevole nelle trattative tra l’arcivescovo di Milano e i tedeschi che non intendevano arrendersi alle forze del CVL” [313].

Lo scritto di Pesce, oltre a darci molte conferme, fa rientrare in scena il capitano di artiglieria Giuseppe Cancarini Ghisetti, la cui attività di intelligence ci conduce direttamente all’operazione Alba (Sunrise), o Cruciverba (Crossword).

 

PARTE TERZA: LE OPERAZIONI SUNRISE – CROSSWORD E WOLLE.

Operation Sunrise.

L’Operation Sunrise (Crossword per i britannici) fu il frutto di una collaborazione tra i servizi segreti statunitensi e svizzeri studiata per portare l’esercito germanico alla resa incondizionata nell’Italia del Nord e nell’Austria occidentale. Questo accordo servì ad evitare che i nazisti si arroccassero nel cosiddetto “ridotto alpino” continuando a combattere ad oltranza e la distruzione degli stabilimenti industriali italiani e del porto di Genova; ma servì anche ad evitare che molti esponenti nazisti finissero processati e condannati per crimini di guerra.

I personaggi chiave di questa operazione furono il futuro capo della CIA Allen Dulles (che con l’incarico fittizio di “assistente speciale” alla Legazione USA di Berna comandava di fatto tutto l’OSS in Europa, principalmente Germania, Balcani e Nord Italia [314]), il maggiore del servizio segreto svizzero Max Waibel ed il capo della polizia tedesca e del Sicherheit Dienst in Italia Karl Wolff.

Viganò scrive che nell’agosto del ’44 dalla Svizzera Allen Dulles diede istruzioni al CIC di Caserta di “agganciare” il colonnello Dollmann perché ritenuto l’“anello più debole della catena nemica” [315]; e l’incarico fu dato al gruppo speciale dello SMRE guidato dal famoso o “famigerato per alcuni” maggiore Marchesi e si svolse sotto l’etichetta di “Nemo Op Sand II”; questa notizia è interessante, commenta lo storico, perché retrodata il “brigare per la resa separata” all’estate del 1944, dove l’inizio ufficiale dell’operazione Sunrise viene datato al 21/2/45 [316].

E Morini: “si deve a Ghisetti, diventato un agente dell’OSS, se il colonnello delle SS Eugen Dollmann, ha avviato, già a partire dall’ottobre 1944, proprio da Reggio Emilia, i contatti con il nemico (…)Altrettanto grossi interrogativi li sollevano la presenza in Arcivescovado di agenti dell’OSS quali quel Giuseppe Cancarini Ghisetti, definito il partigiano combattente dei servizi segreti, entrato a far parte della formazione spionistica Nemo e già artefice, fin dall’ottobre del 1944 della collusione con gli Alleati del colonnello delle SS Eugen Dollmann e in seguito impegnato nelle trattative di resa tra il generale delle SS Karl Wolff e il cardinale Ildefonso Schuster” [317].

Cancarini Ghisetti, che durante la battaglia di Nikolajewka aveva fatto da collegamento tra il Corpo d’Armata Alpino e il XXIV Panzer Korp, aveva conosciuto il futuro colonnello delle SS Dollmann a Monaco negli anni ’20 dove si trovava per lavoro; mentre era a Roma al seguito del prefetto Testa, in contatto con Dollmann fece in modo di salvare “prigionieri di origine ebraica”. Funse da contatto per le trattative dell’operazione Sunrise e nel dopoguerra rimase in forza al controspionaggio di Milano “come ufficiale di collegamento con il CIC americano e l’ISLD inglese fino al 28/2/47”, anche se sul foglio matricolare risulta congedato nel 1959 [318].

Tompkins a sua volta scrive che la persona che doveva facilitare il progetto di Wolff per salvare i criminali delle SS era James Jesus Angleton, che giunse a Roma nell’agosto 1944 per dirigere le operazioni del controspionaggio OSS. Angleton, cresciuto a Milano negli anni ‘30 tra giovani fascisti, non solo avrebbe fatto del suo meglio nel corso degli anni per salvare le SS ma nell’immediato si preparava a salvare l’OVRA e la Decima Mas di Borghese [319].

 

Vediamo l’evoluzione dell’operazione Sunrise.

Il 26/10/44 nel Quartiere generale di Verona sarebbe stata convocata una riunione segreta alla quale avrebbero preso parte il colonnello Rauff, il capitano delle SS Guido Zimmer (da noi incontrato nel capitolo sull’arresto di Parri) e il suo diretto superiore Klaus Huguel. Si sarebbe deciso allora di aprire il negoziato e dopo alcuni contatti con il Quartier generale delle forze alleate a Caserta,:Zimmer “avviò i contatti con i servizi segreti americani in Svizzera”, dando il via a quella che venne chiamata Operazione Wolle dai nazisti ed Operazione Sunrise dall’OSS, inviando in Svizzera il barone Luigi Parrilli [320], che fece da mediatore tra l’OSS rappresentata da Allen Dulles ed i nazisti Dollman e Wolff [321]; gli sviluppi videro un incontro a Lugano (3/3/45) tra Parrilli, Zimmer e Dollman con l’agente dell’OSS Paul Blum.

Il primo risultato di queste trattative fu la liberazione di Ferruccio Parri e dell’agente dell’OSS Antonio Usmiani [322], che era stato arrestato l’1/2/45 a Milano dalla squadra di polizia speciale diretta dal “dott. Rossi” (Pasquale Isopi, uno dei più temuti torturatori al servizio del Sicherheitsdienst).

La contropartita per Wolff fu di non essere incluso tra i criminali di guerra processati a Norimberga, ma questa operazione, svoltasi, almeno all’inizio, all’insaputa degli alleati sovietici, viene interpretata da alcuni storici come il primo atto della guerra fredda, quando gli “occidentali” decisero di trovare un accordo assieme ai “nemici” germanici in funzione anticomunista. E molti degli agenti nazisti che avevano operato in Italia furono poi riciclati dai servizi statunitensi nella costituzione di un servizio attivo in funzione anticomunista, la Rete Gehlen, che prese il nome dall’ex capo del controspionaggio nazista nell’Est Europa, il generale Reinhard Gehlen, arruolato proprio da Dulles.

 

La stay behind nazista (operazione Cypresse).

Dai diari di Zimmer si apprende anche di una Operazione Cypresse creata dal maggiore Otto Ragen, alias Begus (nome in codice Cypresse, capo dell’SD di Verona nel luglio 1944), nell’ambito della sezione spionaggio della SS allo scopo di preparare una rete di stay behind (resistenza oltre le linee) nazista, con depositi di armi, stazioni radio ed agenti in incognito [323].

Questa operazione, finalizzata a realizzare atti di sabotaggio ed attentati di stampo terroristico nelle zone liberate dagli Alleati, fu svolta in collaborazione con alcune squadre dei Nuotatori Paracadutisti della Decima Mas di Nino Buttazzoni addestrate a Montorfano sul lago di Como come Gruppo Vega agli ordini del tenente Rodolfo Ceccacci [324] Sarebbe stato il capo dell’Abwehr II di Milano, Erwin Thunn von Hohenstein (il superiore di Luca Osteria), che era anche il comandante del servizio di collegamento con Borghese, a coinvolgere la Decima in questa attività di stay behind: già nel maggio 1944 avrebbe chiesto al sabotatore Bartolo Gallitto di svolgere una missione al Sud per ricompattare i movimenti fascisti e sostenere la loro azione anticomunista. Gallitto partì in giugno con il commilitone Gino Locatelli, ma giunti a Napoli seppero che il principe Pignatelli era stato arrestato; successivamente presero contatti con Salvatore Giuliano [325].

Da Zimmer apprendiamo anche di un contatto segreto, avvenuto nel febbraio del ‘45, tra il cognato di Gianni Agnelli, il principe Tassillo von Fürstenberg, ed un “ufficiale inglese a Torino a nome di un comitato di pace, organizzato a Milano e a Como da esponenti di punta delle forze armate tedesche e da notabili fascisti”. Questa iniziativa, che non fu appoggiata da Zimmer che aveva già in corso l’operazione Wolle, fallì [326], ma in essa sarebbe stato coinvolto anche Junio Valerio Borghese, che combatteva “una sua guerra personale contro le popolazioni slave” e sarebbe anche stato pronto a negoziare con gli Alleati in funzione antisovietica [327].

Successivamente i servizi segreti statunitensi presero contatto con agenti e sabotatori di questa organizzazione, sia italiani che germanici, in funzione anticomunista: e questi intrecci furono i prodromi della strategia della tensione che iniziò allora in Italia e sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza [328].

Nell’ambito della Cypresse operò anche Zimmer, infiltrando propri collaboratori all’interno del Partito comunista clandestino, come l’agente di origine ungherese, Andreas Zolomy, che all’interno della cellula milanese in cui era entrato operò in modo da spingere i militanti ad agire in maniera meno “morbida” di quanto prevedesse la linea di Togliatti. Zolomy (il sospetto delatore di Grange e Parri) dopo il gennaio ‘45 avrebbe abbandonato la collaborazione con Zimmer passando nelle file partigiane, però il suo ex superiore si sarebbe limitato a controllarlo senza arrestarlo [329]; ed in maggio, dopo essere stato catturato dagli statunitensi, passò a lavorare con loro [330].

 

L’attività dell’agente Corvo.

Negli ultimi giorni di guerra a gestire la cattura dei gerarchi fascisti fu in parte la sezione dell’OSS che faceva capo a Max Biagio Corvo, il ventiduenne capo delle operazioni in Italia. Italo-americano, originario di Melilli (SR), “già dalla fine del 1942 aveva pianificato, con un dettagliato piano d’intelligence, l’occupazione della Sicilia dell’estate del ‘43 e la successiva totale liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista”. Corvo aveva reclutato i suoi fedelissimi tra la cerchia di amici della propria città, Middletown, nel Connecticut, dove nel 1923 si era stabilita la sua famiglia, “perseguitata in Italia dal regime fascista” [331].

“Non appena Corvo si insediò all’OSS iniziò ad arruolare tutta una serie di Italo Americani, partendo da Middietown (sic) (…) Vincent Scamporino, un combattivo giovane avvocato laburista; Emilio Q. Daddario, atleta di eccezionali capacità della Wesleyan University; (…) Louis Fiorilla, laureato anche lui alla Wesleyan University (…). Questo gruppetto di reclute (…) sarebbero rimaste con Max Corvo durante tutta la guerra” [332].

Dunque molti agenti di Corvo provenivano dall’Università Wesleyana… come wesleyana era la Chiesa del Vescovo Signorelli (che era anche un esponente della massoneria) che fece da contatto, per conto della Nemo, tra Podestà ed il futuro suo delatore, il sedicente pastore metodista Bacolis a Trieste. E massone, nonché reverendo della chiesa metodista californiana di Lemon Grace, era anche il consigliere capo dell’OSS Frank B. Gigliotti, del quale si può leggere: “Temo che Gigliotti, anch’egli membro dell’OSS, stia cercando di attivare la vecchia banda dell’OSS in Italia come mezzo per combattere il comunismo. Come è noto le attività di quel gruppo, messo in piedi per la maggior parte da italoamericani quali Scamporino e Corvo, sono sempre state di dubbio valore e i più sono stati rispediti a casa quando Bob Joyce ha preso la direzione in Italia” [333].

Secondo Tompkins sarebbe stato il capo del SIM dell’Italia meridionale, colonnello Pompeo Agrifoglio, a fornire a Scamporino una squadra di agenti in cambio del permesso di riattivare i centri di controspionaggio in Sicilia, covi del potere mafioso e massonico [334].

 

Il Servizio Scotti.

Il tenente di artiglieria Carlo Pellegrini, Ortello o 333, già agente del SIM in Africa, monarchico, fu l’organizzatore del Servizio Scotti, nel quale reclutò altri agenti del SIM; il Servizio prendeva il nome dallo zio Scotti, al secolo Donald Pryce Jones, un giornalista che vantava buone conoscenze nei quartieri dell’alta borghesia e dei circoli finanziari di Wall Street ed un’esperienza a Parigi prima dell’occupazione nazista; viceconsole USA a Lugano, su incarico di Dulles gestì un ufficio periferico dell’OSS. La moglie era “un’elegante bionda ungherese” [335]. Assieme a Daddario organizzò la missione dei dirigenti del CLNAI a Roma del dicembre 1944 ed il 26/4/45 si recò a Cernobbio a prendere in consegna Karl Wolff, come da accordi presi tramite l’agente svizzero Max Waibel (uno degli artefici dell’operazione Sunrise).

Gli ordini di Jones a Ortello erano di stare alla larga dai CLN; i gruppi del servizio erano identificati con una O ed un numero; una delle reti era la Unison, parte della quale era stata concepita come un’estesa rete informativa che doveva coprire Como, Lecco, Milano, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Trieste, Udine e Bolzano, e che comprendeva gruppi o singoli contrassegnati da una K con un numero. Così K3 era Waibel, mentre K13 era il gruppo del SIM a Berna, che collaborava con l’addetto militare della Legazione italiana, il generale Tancredi Bianchi (ex fascista e monarchico) che faceva da collegamento tra OSS e SIM a Lugano. Capo del K13 era il tenente colonnello Denari (K13A), suo vice (K13B) il maggiore dei Carabinieri Piccardo, che fu processato in absentia (contumacia?) per svariate operazioni politiche tra cui l’assassinio dei fratelli Rosselli, ed era molto amico di Anacleto Omnis (lo Zio della Rete Nemo).

 

La fuga e la cattura di Mussolini.

In un articolo di Antonio Carella ed Enzo Cicchino leggiamo che dopo il 25 aprile arrivarono al Comando del CVL di Milano alcuni messaggi radio che chiedevano di “sapere l’esatta situazione di Mussolini”, per poter “inviare un aereo per rilevarlo”. Questi messaggi erano inviati dal Comando operativo dell’OSS di stanza a Siena e firmati dal maggiore Max Corvo.

Mussolini, come si sa, tentò la fuga attraverso Como, dove sembrerebbe siano stati coinvolti nella resa del generale tedesco Hans Leyers e dei suoi uomini, oltre ad agenti dell’OSS, anche molti ufficiali italiani, tra i quali Cancarini Ghisetti ed il tenente Aldo Icardi, della missione statunitense Chrysler.

La sera del 27 aprile giunsero a Como anche i componenti della Missione mista accreditata presso l’Oltrepo’ Pavese, il cui capomissione era il sergente maggiore dell’OSS Frederick Horback. I servizi alleati volevano catturare Mussolini e furono informati da un certo Franco della Special Force britannica che la loro missione sarebbe stata facilitata dalla presenza di un “uomo dei servizi segreti britannici vestito da alpino, che avrebbe indicato loro la strada per raggiungere il nascondiglio di Mussolini e Claretta Petacci”. Sembra che questo agente inglese vestito da alpino abbia veramente operato sul lago di Como, e qualcuno ha voluto identificarlo in Paolo Caccia Dominioni “che – si  dice – fosse fortemente in contatto con gli inglesi, facesse parte delle brigate Garibaldi, ed avesse il vezzo di andar sempre vestito da alpino” [336].

 

Emilio Daddario e la liberazione di Graziani.

Un ruolo molto importante nelle trattative di salvataggio dei nazifascisti fu ricoperto da Emilio Daddario, nome in codice Mim, che faceva parte del primo gruppo ristretto di agenti segreti reclutati da Corvo; arrivò a Palermo nel dicembre del 1943 ma già dopo alcune settimane venne trasferito nel nuovo comando operativo di Brindisi con l’incarico di vice di Corvo.

“Daddario (…) era stato inviato dal colonnello Vincent Scamporino probabilmente per partecipare alle trattative di resa dei tedeschi in Italia” [337]; lasciò la sua posizione di ufficiale coordinatore con Allen Dulles in Svizzera, perché Corvo sentì la necessità di averlo nuovamente in Italia per affidargli un compito assai delicato: la cattura di Mussolini e di alcuni ministri della Repubblica sociale di Salò in fuga sulle montagne piemontesi. L’operazione voluta da Corvo, infatti, aveva anche lo scopo di sottrarre ai partigiani Mussolini, altrimenti destinato a morte certa [338].

Così Mim andò a Cernobbio (CO) dove il 27 aprile accettò la resa di “tre importanti prigionieri di guerra: il maresciallo Graziani, il generale Bonomi dell’aviazione e il generale Sorrentino dell’esercito”, li prese in consegna e li condusse a Milano dove li “tenne ben protetti” [339].

Rodolfo Graziani era stato denunciato alle Nazioni Unite per crimini di guerra. Fu governatore della Libia dal 1930 al 1934, dove “pacificò” la Cirenaica mediante deportazione di circa 100.000 persone, bombardamenti all’iprite, esecuzioni sommarie e torture anche di vecchi donne e bambini; il comandante della resistenza libica, il settantatreenne Omar el-Muktar, il “leone del deserto”, fu impiccato dopo un processo sommario il 16/9/31. Tra il 1935 ed il 1936 comandò le operazioni militari contro l’Abissinia, utilizzando anche le bombe all’iprite. Nominato viceré d’Etiopia nel 1937, sfuggito ad un attentato il 19/2/37, ordinò una repressione che provocò 3.000 morti secondo le fonti britanniche e 30.000 secondo quelle etiopiche. Si ricorda in particolare il massacro del monastero di Debre Libanos, dove furono uccisi più di 1.500 monaci, molti dei quali giovanissimi diaconi.

Rientrato in Italia, nel 1938 firmò il Manifesto per la difesa della razza e dal settembre 1943 ricoprì la carica di ministro delle Forze armate della RSI.

Fu “posto in salvo dal capitano italo-americano Daddario, con il consenso del generale Raffaele Cadorna, e fu trasferito il 29/4/45 al comando del IV corpo d’armata corazzato americano di stanza a Ghedi” [340]. A questo proposito Fucci scrive che Tullio Lussi Landi (colui che aveva preso il posto di Boeri come capo del Servizio informativo del CLN) fu convocato da Daddario alla sede delle SS all’Hotel Regina il 28 aprile, vi trovò Rauff e l’agente di Daddario Vittorio Bonetti, in divisa rispettivamente germanica ed italiana e Graziani, prigioniero, da portare in salvo dalla folla che reclamava la sua consegna.

In tale modo Graziani venne portato via da un auto con una bandiera USA sul cofano nella quale si trovavano anche Daddario, Bonetti, Lussi e Rino Meazza con i suoi uomini che facevano da protezione. E quello stesso giorno Landi consegnò all’OSS il materiale informativo del Servizio del CVL [341].

 

Dal campo di prigionia di Algeri Graziani scrisse (15/6/45) una lettera a Daddario:

Caro Capitano Daddario,

le scrivo da questo campo. Desidero ringraziarti dal più profondo del cuore per quello che lei fece per me in quei momenti molto rischiosi. Non vi è alcun dubbio che io devo a lei la mia salvezza, durante i giorni del 26, 27, e 28 aprile. Per questo il mio cuore è pieno di ringraziamenti e gratitudine e non la dimenticherò mai per tutto il tempo che mi rimarrà di vivere, io sto bene in questo campo e vengo trattato con molto rispetto. Spero che Iddio mi assista per il futuro e che l’Umana Giustizia consideri il mio caso e lo giudichi con equità. La prego di scrivermi e assicurarmi che quanto le lasciai in consegna venne consegnato a destinazione. Mi faccia anche sapere se ha con lei il mio fedele Embaie [342] che la prego di proteggere e assistere. L’abbraccio caramente e non mi dimentichi.

Vostro molto affettuosamente, Rodolfo Graziani [343].

 

Sarebbe interessante sapere cosa abbia lasciato Graziani in consegna a Daddario, ed a chi fosse destinato il tutto. Ora apriamo una parentesi per parlare di quello che è generalmente conosciuto come “piano Graziani”.

 

Il Piano Graziani (prima parte).

Nel 1985 il giornalista Gaetano Contini pubblicò un “documento inedito” redatto presumibilmente verso la fine del 1945 e firmato in calce da Aldo Gamba [344], all’epoca comandante del 1° Squadrone autonomo, un reparto della Polizia militare segreta sottoposto agli ordini del FSS britannico, con sede a Brescia [345].

Tale documento sarebbe stato scritto da un “informatore” di Gamba, che evidentemente lo ritenne attendibile se decise di inoltrarlo con la propria firma, ed è intitolato “Il piano Graziani per la resurrezione del fascismo”.

L’informatore parte da una serie di circostanze: i documenti rinvenuti nell’archivio di Barracu (sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri della RSI, fucilato il 28/4/45 a Dongo) con riferimento ad una organizzazione segreta costituita “per la salvezza del fascismo”; un considerevole deposito di armi trovato nello stabile di piazza San Sepolcro dove aveva avuto sede il Partito fascista; un altro arsenale scoperto pochi giorni prima a Trezzo d’Adda e quanto risultava da un processo svoltosi a Pavia “per documenti falsi” dove veniva confermata la “strabiliante offerta” avanzata dal maresciallo Graziani (allora ministro della guerra della RSI) nel dicembre 1944 ai Comitati di liberazione (qui l’informatore non entra nei particolari ma si presume intenda parlare dei tentativi di collaborazione che delineeremo nell’esposizione successiva).

L’informatore sostiene che questi dati “non hanno aperto che un sottile spiraglio di luce su un vasto diabolico progetto da lungo tempo predisposto e in esecuzione anche in tutto il periodo di lotta clandestino” ed a questo punto parla di una “riunione segreta” che si sarebbe svolta nell’ottobre del 1944 presso la sede della Legione Muti a Milano, riunione tenuta da Graziani alla quale presero parte
“elementi politici” della RSI, che non erano “prefetti, gerarchi e pubblicisti”, ma i comandanti della legione Muti, delle Brigate nere, della GNR e due questori (uno era il questore di Milano Larice), oltre ai capi dei servizi di spionaggio, i “torturatori e gli aguzzini”.

Graziani avrebbe loro delineato il progetto che intendeva realizzare, data ormai per sicura la sconfitta militare del fascismo per la sopravvivenza politica del medesimo: le truppe germaniche si sarebbero ritirate, seguite dal grosso dell’esercito italiano, ma i “politici” (cioè i partecipanti alla riunione) sarebbero rimasti, “celandosi e camuffandosi per fare azione di sabotaggio nelle retrovie, opera di disgregazione all’interno dell’Italia” (sostanzialmente un progetto stay behind) perché (e qui l’informatore dice di riferire le parole di Graziani, da lui definito “iena”) “non è necessario vincere la guerra perché il fascismo e i fascisti possano, sia pure dietro altre bandiere, salvarsi”.

“Immettere il maggior numero di strumenti fascisti entro le nostre organizzazioni clandestine, mandando in galera gli antifascisti veri, scompigliando le loro trame, creare fino da allora forti posizioni fasciste entro le fila dell’antifascismo, preparare ingenti quantitativi di armi e denaro e poi, dopo il crollo del fascismo iscriversi in massa ai partiti antifascisti, sabotare ogni opera di ricostruzione, diffondere il malcontento, fomentare moti insurrezionali e preparare sotto qualsiasi insegna la resurrezione degli uomini e dei loro metodi fascisti”, scrive l’informatore. E poi riferisce le “particolareggiate, minutissime disposizioni” di Graziani: “organizzare delle bande armate che funzionino segretamente e che aggiungano altre distruzioni a quelle che prima di andarsene effettueranno i tedeschi, che esercitino in tutto il Paese il brigantaggio, che si mescolino alle manifestazioni popolari per suscitare torbidi. Ma soprattutto mimetizzati, penetrare nei partiti antifascisti e introdurvi fascisti a valanga, propugnare le tesi più paradossalmente radicali ed il più insano rivoluzionarismo [346], sabotare e screditare l’opera del governo e soffiare a più non posso in tutto il malcontento inevitabile”, in modo da suscitare “il rimpianto del fascismo” e permetterne il ritorno al potere.

Graziani avrebbe parlato anche delle “trattative che taluni elementi della corrente più moderata del fascismo, ed altri in malafede, cercavano di allacciare con gli esponenti della lotta clandestina, per addivenire ad un modus vivendi” che ponesse “tregua alla cruenta lotta fratricida”. Tali trattative, disse Graziani “vanno benissimo”, perché “dobbiamo avvicinare gli antifascisti, illudendoli con vaghi progetti di pace separata, di ritorno alla legalità ed alla libertà, di rivendicazioni socialiste, stabilire così molti contatti , scoprire le loro file ed i loro covi”, per poi arrivare ad una “notte di San Bartolomeo, con il preventivo sterminio dei preconizzati nostri successori” precisando però che “i tribuni” e “gli agitatori” andavano lasciati in pace perché “possono servire pure a noi”, ma per “decapitare il nemico” bisognava colpire “gli intellettuali veri, le competenze tecniche, le reali capacità politiche ed amministrative”.

Nel febbraio successivo, conclude l’informatore, si svolsero altre riunioni durante le quali Graziani avrebbe impartito gli stessi ordini a tutti gli iscritti, “raccomandando soprattutto la più vasta penetrazione entro i partiti antifascisti”. Di queste “tenebrose manovre”, aggiunge, sarebbe stato “tempestivamente” informato il SIM, invitato inoltre ad avvisare i partiti per sventare questo “tranello che si tendeva loro”. Ma i partiti invece “spalancarono senza alcuna precauzione le porte” ed il 25 aprile si videro “frotte di squadristi e di ex militari repubblichini tra i volontari della libertà”.

 

Sarebbe a questo punto necessario rileggere tutta la storia della Resistenza e di quei fatti “strani” che accaddero all’interno di essa, e che furono poi strumentalizzati dalla propaganda antipartigiana, ma ci proponiamo di farlo in un’altra sede, più articolata. Per ora aggiungiamo quanto appare in un rapporto inviato a Mussolini dal Ministero dell’Interno (della RSI) il 21/3/45, con oggetto “costituzione di centri di spionaggio e di operazioni”, dove sarebbe scritto: “il servizio politico della GNR ha creato nel suo seno un organismo speciale che funziona già e la cui potenza sarà accresciuta”. Questo servizio sarebbe composto da un ufficiale superiore (…) 16 osservatori corrieri, 18 agenti informatori per il territorio della RSI e 43 per “l’Italia invasa (…) Ognuno di essi vive sotto una falsa identità scelta in modo da non destare alcun sospetto”. Il lavoro in atto al momento della redazione del rapporto sarebbe stato “l’insediamento di un gruppo incaricato della fabbricazione di carte e documenti falsi e alla creazione a Padova di un ufficio commerciale che assicuri la copertura ai nostri agenti” [347].

 

EPILOGO.

A Milano i principali artefici della missione Nemo Elia e De Haag divennero questore e vicequestore” [348], ed il 25/4/45 Elia fece custodire l’ex prefetto Testa al 2° piano della Questura, da dove questi “continuava a dare ordini al telefono come se nulla fosse accaduto”. Nella prima settimana di maggio arrivarono a Milano alcuni partigiani modenesi comandati da Marventi “che pretendevano la consegna del Testa dichiarato dagli alleati criminale di guerra, per via dei fatti jugoslavi”. Nemo rifiutò di consegnare Testa tenendo la pistola sul tavolo, e poi lo fece custodire a San Vittore per maggiore sicurezza. Due settimane dopo i modenesi tornarono con un ordine del CIC ma neppure questa volta Elia consegnò Testa, lo inviò a Modena per essere rinchiuso nel carcere di S. Eufemia da un ufficiale inglese “responsabile dell’ISLD nell’Alta Italia” [349]. Testa non subì alcun processo e morì, sembra suicida, nel 1949.

Nel dopoguerra operò in Alta Italia un “nucleo CS della Rete Nemo” (in cui c’erano Giorgio Manes a Venezia, Felice Scafa a Firenze, Arnaldo Valentini a Milano e Francesco Paolo Di Piazza a Bologna) che raccoglieva materiale informativo sui collaborazionisti, ma in una nota firmata dal Capo Sezione di Roma Giuseppe Massaioli il 25/2/47, si legge che “l’attività spiegata durante la dominazione tedesca dalle persone indicate non interessa il CS” e pertanto ordinava di “soprassedere alle indagini” [350].

“Ghisetti nel dopoguerra continuò ad essere operativo per conto della missione (…) Le reti statunitensi dello zio Scotti, quelle di Palombo e Beolchini, quelle filo britanniche sembrano dissolversi. O forse no [351].

Ad esempio, subito dopo la resa Guido Zimmer tornò in Italia “in divisa militare americana”, ma nello stesso tempo continuava a “costruire la rete Stay Behind nazista” e “grazie ai buoni uffici di Dulles” divenne segretario di Parrilli e fece domanda per la cittadinanza italiana. Nel 1948, insieme ad altre ex SS, lavorò per i servizi segreti della Germania federale” [352].

Anche Antonio Usmiani (che era stato presente all’interrogatorio dell’ex ministro dell’interno della RSI Buffarini Guidi a Milano nel Comando generale dell’OSS, condotto da Daddario e Bigelow, assieme a Corvo, Mario Tognato, Pino Romano e Pino Miotti) continuò a lavorare nel dopoguerra come ufficiale di collegamento dei servizi. Nel ’46, racconta il figlio Umberto, “una sua ex compagna di liceo (…) lo chiamò per raccontargli che (…) una certa Maria Pasquinelli, si allenava in un cortile con una pistola perché voleva uccidere un alto ufficiale alleato” [353]. Usmiani informò i suoi superiori, che evidentemente non tennero conto della soffiata, visto che il 10/2/47 a Pola l’ex insegnante (ma anche agente di collegamento della Decima con la Divisione Osoppo in Friuli, colei che teneva i contatti con la Franchi tramite Teresio Grange) uccise il generale britannico Robin De Winton, per “protestare” contro il trattato di pace che assegnava l’Istria alla Jugoslavia. E documenti dei servizi britannici relativi a questo omicidio scrivono che ad informare dei propositi omicidi di Pasquinelli il Comando alleato di Pola sarebbe stato un “gitano ungherese”, già agente nazista e poi agente USA, Zolyomy Andrea, alias Bandi [354], cioè l’infiltrato di Zimmer che avrebbe fatto arrestare Parri assieme a Grange a Milano.

Infine un agente di Max Corvo, il triestino Bruno Uberti (Huppert), nel 1946 propose al comandante dei Nuotatori Paracadutisti della Decima Nino Buttazzoni (che era ancora in clandestinità a Roma) di arruolarsi nell’OSS, per “combattere contro i titini per l’italianità di Trieste” [355].

 

Il piano Graziani (seconda parte).

Avevamo lasciato le direttive di Graziani al punto in cui indicava la necessità di infiltrare agenti fascisti nel PCI e l’istituzione a Padova di un ufficio di copertura.

Tornando alle infiltrazioni, ricordiamo la vicenda del “conte rosso”, Pietro Loredan, “partigiano” della zona di Treviso, i cui “occasionali rapporti con i partigiani erano guidati direttamente dai servizi segreti di Salò in piena applicazione, dunque, delle direttive contenute nel Piano Graziani[356]. Loredan, militante dell’ANPI e del PCI, risultò, in un appunto del SID del 1974, avere fatto parte di Ordine Nuovo nel periodo 1960-62 ed essersi iscritto nel 1968 al Partito comunista marxista leninista d’Italia, ed assieme al suo amico conte Giorgio Guarnieri (altro ex partigiano membro di una missione militare americana durante la guerra di liberazione) ebbe dei rapporti di affari con il neofascista padovano Giovanni Ventura ed i due “partigiani” utilizzarono le proprie qualifiche per accreditare Ventura nell’ambiente della sinistra e favorirne la sua opera di infiltrazione (Ventura si iscrisse proprio al PC m-l per darsi una copertura) [357]. Inoltre alcune “voci” dissero che la villa di Loredan presso Treviso fosse servita come punto di ritrovo in preparazione del poi rientrato “golpe” di Borghese, ed in essa nel 1997, nel corso di lavori di restauro commissionati dal nuovo proprietario (l’industriale Benetton), fu trovato un deposito di armi.

Anche Casarrubea ha parlato del Piano Graziani, in relazione alla vicenda di Salvatore Giuliano. Prima di essere ucciso, il “bandito” Gaspare Pisciotta aveva accennato ad un religioso, il frate benedettino Giuseppe Cornelio Biondi, che dipendeva da un monastero di Parma (città dove aveva operato don Paolino Beltrame) e si sarebbe fatto pagare dalle autorità per la cattura di Giuliano ma “li avrebbe utilizzati per una colossale truffa a danno di un commerciante siciliano”. Biondi per un periodo aveva vissuto a Padova e Casarrubea scrive “Padova, ambiente frequentato dal monaco benedettino, era un centro di eversione anticomunista. Qui, il 21 marzo del 1945, in attuazione del piano Graziani, si era costituito il coordinamento della rete clandestina destinata ad operare dopo la sconfitta (…)” [358].

 

Il Piano Solo [359].

Nel maggio 1967 il settimanale “l’Espresso” pubblicò una serie di articoli nei quali si sosteneva, con date e riferimenti precisi, che nell’estate del 1964 il generale Giovanni de Lorenzo (comandante dell’Arma dei Carabinieri) e l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni avevano predisposto un piano d’emergenza che prevedeva il controllo del Paese da parte dei Carabinieri e l’arresto di centinaia di attivisti di sinistra. In pratica un colpo di stato che avrebbe dovuto neutralizzare la politica di apertura al centrosinistra da parte della Democrazia cristiana di Aldo Moro.

“De Lorenzo avrebbe previsto il massone Cesare Merzagora come capo del governo da instaurare dopo il golpe”, ed in effetti Merzagora, in quanto presidente del Senato, esercitò la carica di capo dello Stato tra il 19/8/64 ed il 29/12/64, a seguito della malattia e conseguenti dimissioni di Segni (malattia che molti interpretarono come tattica) [360].

Questo tentativo di golpe, fortunatamente rientrato, venne denominato “Piano Solo” in quanto avrebbe dovuto essere gestito solo dai Carabinieri. In seguito agli articoli de “l’Espresso” il generale de Lorenzo querelò gli autori Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari; nel 1967 l’allora ministro della Difesa Tremelloni (PSDI) nominò una commissione d’inchiesta presieduta dal generale Aldo Beolchini (il Bianchi della Calderini) e composta dal generale Umberto Turrini e dal consigliere di Stato Andrea Lugo; questa commissione accertò la schedatura illegittima di oltre 150.000 persone da parte del SIFAR, ma nel 1974 Beolchini dichiarò che la sua relazione non era mai stata pubblicata integralmente e che né i 37 testimoni interrogati né i 32 documenti allegati erano giunti in Parlamento. Il Tribunale rilevò che il generale Beolchini era stato nominato Presidente “in spregio al criterio dell’imparzialità” [361], stante il suo ben noto disaccordo con il generale de Lorenzo.

All’interno dell’Arma, invece, l’inchiesta fu affidata all’allora vicecomandante, generale Giorgio Manes (il Fiore di Nemo).

Un’altra commissione d’inchiesta fu affidata al generale Luigi Lombardi, che concluse i lavori nel giugno 1968 affermando che “non ci fu tentativo di colpo di stato” anche se “dal 13/4/64 de Lorenzo aveva posto in atto misure illegali tese ad assumere il comando delle grandi città”.

Alle indagini sul Piano Solo sono collegate alcune morti non proprio chiare.

Il colonnello Renzo Rocca, il primo a denunciare il tentativo di golpe, morì ufficialmente suicida (si sparò il 27/6/68 nel suo ufficio a Roma); il generale Carlo Ciglieri (superiore di Manes, ma con il quale non andava d’accordo) morì in un incidente il 27/4/69: la sua auto uscì di strada mentre procedeva a velocità ridotta lungo un rettilineo; Giorgio Manes (che aveva redatto un rapporto nel quale “generali ed ufficiali” avevano fatto “delle ammissioni inquietanti”) morì d’infarto il 25/6/69 dopo avere bevuto un caffè nella buvette di Montecitorio proprio prima di fare la sua relazione al Parlamento. Nel frattempo il governo, per mano dell’allora segretario alla difesa Francesco Cossiga, “diffidò il presidente della commissione ad aprire la busta se prima i documenti non fossero stati visionati dall’esecutivo, a tutela del segreto militare”, i documenti gli furono quindi consegnati e restituiti alla commissione solo alcuni giorni dopo, pieni di omissis” [362]. Infine il più stretto aiutante di Manes, il tenente Remo D’Ottavio che aveva dattilografato il rapporto scritto dal suo superiore, il 27/7/69 ingerì una forte dose di barbiturici e poi si sparò al cuore, ma non morì: un delicato intervento chirurgico gli salvò la vita e nel 1990, col grado di colonnello era vicecomandante al Comando dei carabinieri presso il Ministero degli Affari Esteri a Roma [363].

Colleghiamo qui uno strano episodio di cui fu protagonista l’ufficiale dei Carabinieri Armando Lauri, a capo del Centro di controspionaggio di Firenze del SIFAR, quando a Pisa, il 12/6/60, in occasione di una cerimonia ufficiale con la presenza del presidente della repubblica Giovanni Gronchi, fu ordinato al maggiore Pietro Colafranceschi, comandante del gruppo locale dei Carabinieri, di predisporre un servizio di emergenza perché circolava la voce di un tentativo di rapimento del capo dello stato. Lauri si recò da Gronchi per riferirgli le misure adottate. L’allarme era stato dato tempo prima da Edoardo Girosi, ex segretario dell’onorevole Randolfo Pacciardi (che fu in seguito sospettato di avere collaborato con i progetti golpisti di Sogno), che aveva raccontato al colonnello Renzo Rocca del SIFAR di far parte di un comitato che aveva per scopo di rapire Gronchi e portarlo in Corsica. L’informazione fu poi trasmessa al direttore del SIFAR Giovanni De Lorenzo e da questi al capo del governo Fernando Tambroni, e furono adottati vasti provvedimenti cautelari, ma non accadde nulla, ed una commissione d’inchiesta avanzò successivamente il dubbio che l’intera vicenda fosse stata montata dal SIFAR di De Lorenzo per ingraziarsi il capo dello Stato [364].

 

Il passato che non passa.

“Tutti coloro che in un modo o nell’altro collaborarono alla Missione Nemo avviata dal SIM per conto dell’OSS, usciranno discretamente indenni dalla bufera bellica e post-bellica”, scrive Morini [365]. Ma non solo. Come abbiamo visto, molti dei personaggi incontrati nel corso di queste ricerche li abbiamo poi ritrovati in posti chiave delle vicende italiane del dopoguerra, dal Piano Solo alla P2 ed attraverso la strategia della tensione: a dimostrare che il filo nero dei misteri italiani parte da molto lontano ed attraversa anche ambienti che potrebbero sembrare insospettabili.

 


[1] Il corpo di repressione fascista diretto dall’Ispettore generale Giuseppe Gueli tristemente noto come “banda Collotti” dal nome del commissario che guidava la cosiddetta “squadra volante” che si occupava di rastrellamenti, interrogatori, torture ed esecuzioni sommarie.

[2] Colgo l’occasione per invitarvi a visitare il suo interessantissimo sito http://casarrubea.wordpress.com/.

[3] P. Tompkins, “L’altra resistenza”, Saggiatore 2005.

[4] Secret Intelligence Service, il servizio di spionaggio britannico, poi MI6.

[5] R. Spazzali, “… l’Italia chiamò”, Libreria Editrice Goriziana 2003, p. 202.

[6] M. Fini e F. Giannantoni, “La Resistenza più lunga”, Sugarco 2008, p. 153.

[7] “Nome Gladio, paternità Nemo” in Rinascita nazionale, 10/2/09, oggi però non più disponibile in Internet, e “Nome Msi paternità Sim” in Aurora, n. 44, 1997”, al link http://www.movitaliasociale.it/aquila-oggi/47.htm. Le due testate fanno riferimento alla destra cosiddetta comunitarista.

[8] Sentenza ordinanza n. 318/87 A. G.I., Procura di Venezia. D’ora in poi “Argo 16”. Ringrazio il dottor Mastelloni per avermi messo a disposizione il testo.

[9] Francesco Gnecchi Ruscone, introduzione di Marino Viganò, “Missione Nemo”, Mursia 2011, p. 15.

[10] Servizio Informazioni Militare. Ringrazio qui il personale dell’AUSSME, per la loro cortesia e disponibilità.

[11] Presentazione a Padova, 28/9/11. Ringrazio Pol Vice che ha registrato l’evento.

[12] “Missione Nemo”, op. cit., p. 22.

[13] “Il nuovo fascismo in Valtellina”, a cura dei Collettivi valtellinesi, s.d. (presumibilmente 1974). Ringrazio Fiorenzo Angoscini per la copia.

[14] Cadorna fu nominato comandante in capo del CVL a luglio 1944; nel 1946 autorizzò la formazione friulana Osoppo a ricostituirsi come 3° CVL in funzione anticomunista, e molti elementi di esso successivamente costituirono l’ossatura della sezione Stella alpina della Gladio (cfr. Sergio Flamigni, “Dossier Gladio”, Kaos 2012, p. 219).

[15] Agente della Sezione Calderini del SIM, poi presidente dell’ENI, autore della “scalata” alla Montedison, di lui si disse che fosse il vero fondatore della P2.

[16] Masini, “trovandosi in Venezia Giulia al momento dell’armistizio, prese immediatamente contatti con la Resistenza”; nel dopoguerra fu deputato socialista (http://www.anpi.it/donne-e-uomini/luigi-masini/).

[17] http://www.anpi.it/donne-e-uomini/mario-argenton/. Nato a Este (PD) nel 1907 si era trasferito a Cividale (UD) con la famiglia nel 1921 ed il 26/4/45 in piazzale Fiume fu a lui che Borghese si consegnò per poi recarsi a Roma con la copertura dell’OSS di Angleton e dell’ammiraglio de Courten. Nel dopoguerra divenne dirigente industriale (chiamato all’Agip da Enrico Mattei) e fu presidente della Federazione italiana volontari della libertà (FIVL) dal 1963 al 1966. È morto a Roma nel 1992.

[19] Nominato da Cesare Merzagora liquidatore dell’Agip il 28/4/45, quando nel 1948 ci fu una scissione all’interno dell’ANPI, Mattei ne uscì assieme ad altri esponenti cattolici ed autonomi, dando vita alla FIVL, di cui fu il primo presidente, poi sostituito da Paolo Emilio Taviani. Presidente dell’Eni, si mise in rotta con le “sette sorelle” del petrolio, e morì nel 1962 in un mai chiarito incidente aereo, del quale nel 2005 fu però confermata l’origine dolosa (cfr. il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, “Petrolio”, Einaudi 1992).

[20] Fini e Giannantoni, op. cit., p. 116. La Slovenia era stata invasa dagli eserciti italiano e tedesco dopo il 6/3/41, e nella zona occupata dal suo esercito l’Italia aveva costituito la “provincia italiana di Lubiana”.

[21] G. De Lutiis, “I servizi segreti in Italia”, Editori Riuniti 1998, p. 128.

[22] G. De Lutiis, op. cit.,, p. 128. Motta e Fumagalli collaborarono anche nel dopoguerra: Motta proseguì la carriera militare e fu incaricato della repressione in Alto Adige dal 1952 al 1960. Uomo di fiducia del SIM, quando andò in pensione rientrò in Valtellina e nella primavera del 1971 tenne alcune conferenze pro maggioranza silenziosa (http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/010/10_05.htm). Nello stesso periodo Fumagalli (che nel dopoguerra si era recato, per conto degli USA, nello Yemen del Sud “per organizzare la guerriglia contro il governo di sinistra”) fondò, assieme all’ideologo Gaetano Orlando, una formazione terrorista, il Movimento di azione rivoluzionaria (MAR), nel quale furono coinvolti ex partigiani bianchi, neofascisti e persino un anarchico versiliano. Il gruppo operò tra la Valtellina e la Versilia (dove erano presenti per il SID rispettivamente Camillo Motta ed Enzo Salcioli), piazzando ordigni esplosivi sotto i tralicci elettrici ed installando centrali radio fantasma che disturbavano i programmi radio TV invitando la popolazione a prendere le armi in difesa dei “sacri valori nazionali”. Dopo una prima indagine, nel 1971 furono rinviate a giudizio diverse persone, Fumagalli si rese latitante e si presentò in giudizio solo dopo che era stato revocato il mandato di cattura. Fu assolto in udienza, ma continuò la propria attività clandestina di traffici d’armi e di auto rubate, ebbe contatti con Giangiacomo Feltrinelli (il traliccio presso il quale l’editore trovò la morte si trovava a poca distanza da una delle officine di Fumagalli) e fu infine arrestato nella primavera del 1974 in seguito ad una trappola predisposta dall’allora capitano dei Carabinieri Francesco Delfino (cfr. M. Franzinelli, “La sottile linea nera”, Rizzoli 2008).

[23] Ringrazio Gorazd Bajc per l’indispensabile consulenza in merito ai servizi angloamericani.

[24] Le citazioni del paragrafo sono tratte da A. Giannuli, “Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro”, Tropea 2011, p. 29.

[25] Processato nel marzo 1945 per l’assassinio dei fratelli Rosselli, Roatta evase con la complicità del suo ex subalterno in Croazia, il generale Taddeo Orlando; trovò rifugiò in Spagna. Condannato, usufruì delle amnistie, la sua sentenza fu annullata e rientrò in Italia nel 1966, libero cittadino.

[26] Andrea Vento, “In silenzio gioite e soffrite”, Saggiatore 2010, p. 271.

[27] P. Tompkins, op. cit., p. 67. Come Capo dell’Ufficio informazioni dello SMRE Agrifoglio firmò il 26/9/45 un documento in cui comunicava che il Comando Marina Alleato di Venezia aveva assunto per il proprio Centro esperienze 18 ex membri della Decima Mas del gruppo Gamma, tra i quali il comandante Eugenio Wolk (che successivamente operò in Argentina e poi in Italia nella zona di Lugano), che quindi erano da considerarsi da quel momento “immuni da qualsiasi responsabilità per l’attività da essi finora svolta” (https://casarrubea.wordpress.com/2009/12/13/discriminati-e-immuni/). Lasciò la guida del SIM nel dicembre 1945, ma continuò a collaborare con l’intelligence statunitense e nel 1947 “avrebbe fondato quattordici società per azioni coinvolgendo esponenti dell’estrema destra” (Vento, op. cit., p. 356). È morto a Palermo nel 1948.

[28] “Diretto superiore” di Sogno (cfr. “Guerra senza bandiera”, Il quaderno democratico 1971, p. 54); in “Argo 16” troviamo una lettera d.d. 1/9/44, in cui firma come “Tenente colonnello di Stato Maggiore Vice capo servizio dello Stato maggiore generale del SIM”; nel luglio 1945 firmò come “Vice capo Ufficio informazioni del SIM” e nel febbraio 1946 come “Vice capo ufficio” del Comando Supremo.

[29] Andrea Vento, op. cit., p. 273.

[30] “Note esplicative in merito all’archivio SIM custodito dalla SAD (la sezione di addestramento guastatori del SIFAR fondata nel 1956, i cui responsabili furono i coordinatori della Gladio, n.d.a.)”, d.d. 12/7/73 a firma del capo Ufficio R colonnello Fortunato in “Argo 16”, p. 1.629. Su tutte queste “personalità ed episodi” torneremo in seguito.

[32] “Argo 16”, p. 1.612.

[33] “Missione Nemo”, op. cit., p. 20. Marchesi, assistente capo di Stato Maggiore del generale Ambrosio, si trovava al Quirinale il pomeriggio dell’8 settembre 1943 quando il Consiglio della Corona era riunito per decidere se negoziare ancora o addirittura cancellare l’armistizio già anticipato dagli alleati e firmato dal generale Castellano. Marchesi prese la parola e spiegò che non si poteva più tardare l’annuncio dell’armistizio, altrimenti si sarebbe andati incontro ad un “disastro inimmaginabile”. Fu buon amico di Edgardo Sogno.

[34] Già Pagella, di origine italiana, maggiore del SIS. “Fu il primo a darci fiducia nel 1943”, scrive Gnecchi Ruscone (“Missione Nemo”, op. cit., p. 116). Morì a Milano il 19/9/45 in un incidente stradale.

[35] G. Cavalleri, “La Gladio del lago”, ed. Essezeta 2006, p. 120.

[36] La storia di Vassalli ed il suo ultimo scritto si trovano nelle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana” Einaudi 1961, p. 377.

[37] L. Marchesi-E. Sogno-C. Milan, “810° Italian Service Squadron. Per la libertà”, Mursia 1995, p. 27.

[38] L. Marchesi-E. Sogno-C. Milan, op. cit., , p 32.

[39] F. Morini, “Nome Gladio…”, cit.

[40] Ferruccio Lanfranchi “La resa degli 800.000, 1947, p. 41.

[41]http://www.repubblicasocialeitaliana.eu/pagine/storia/rsi%20la%20guerra%20in%20italia/indice%20generale.htm. Nino Arena, aderente alla RSI, parà nella Nembo, nel dopoguerra si dedicò a scrivere la storia della Repubblica sociale in modo agiografico e nostalgico.

[42] P. Tompkins, op. cit., p. 42.

[43] P. Tompkins, op. cit., p. 42 e seguenti.

[44] T. Piffer, “Il banchiere della Resistenza”, Mondadori 2005.

[45] Il “principe nero” Valerio Pignatelli di Cerchiara organizzò la resistenza fascista nell’Italia liberata (la Guardia ai Labari) e tenne i contatti tra la RSI a Roma ed i fascisti rimasti al Sud; creò una rete in Calabria e collegamenti con la Sicilia tramite elementi della Decima Mas e la “banda” di Salvatore Giuliano. Sua moglie, la principessa Maria Elia Pignatelli, inviata a Roma nell’aprile 1944 dall’agente dell’OSS Paul Poletti per avvicinare i resistenti nella capitale, prese invece subito contatto con i nazifascisti (addirittura Mussolini), come dichiarò Herbert Kappler; successivamente entrò a far parte della rete di stay behind nazista Ida Netz (cfr. Ennio Caretto, “La Gladio delle SS: distruggere l’Italia liberata”, Corriere della Sera 13/8/01, e G. Casarrubea, http://www.edscuola.com/archivio/interlinea/interlinea13.html).

[46] Agente della Calderini, organizzatore della “Rete TCB” (cioè Tenente Colonnello Beolchini o Bianchi).

[47] Boeri fu liberato in aprile con un colpo di mano; nel dopoguerra fu docente ordinario di fisiologia all’Università di Ferrara.

[48] Franco Fucci, “Spie per la libertà”, Mursia 1983, p. 333-334 e P. Tompkins, op. cit., p. 324-325.

[49] E. Mannucci, “Parri e il misterioso Tulipano”, Corriere della Sera 31/5/05.

[50] Cosattini “fu a capo del Servizio collegamenti del Comando generale del CVL” (http://www.anpi.it/donne-e-uomini/alberto-cosattini/).

[51] Walter De Hoog, “Basta con le calunnie: ecco come finimmo in manette”, Corriere della Sera 31/5/05.

[52] P. Tompkins, “De Hoog, De Haag e l’enigma dell’arresto di Parri”, Corriere della Sera 8/6/05.

[53] F. Parri, “Due mesi con i nazisti”, ed. Carecas 1973, p. 25.

[54] M. Franzinelli, “Fantasie su Parri”, Repubblica 24/5/05.

[55] Zimmer era stato inviato a Roma nel 1940 quale membro della sezione estera dei servizi segreti del Reich e nel 1941 fu agli ordini di Kappler. Nel settembre 1943 fu mandato a Genova “dove partecipò alla caccia agli ebrei”; fu nel 1944 trasferito a Milano sotto le dipendenze dirette di Walter Rauff, dove proseguì con la persecuzione antiebraica, arricchendosi con i beni sottratti alle vittime. Nello stesso tempo costituì “una rete di agenti locali disposti a collaborare con la Germania” al momento in cui gli Alleati avessero liberato l’Italia, ma nel novembre 1944 “avviò i contatti con i servizi segreti americani in Svizzera” dando il via all’Operazione Sunrise (della quale parleremo nella terza parte di questo studio), http://qn.quotidiano.net/2001/04/28/2100647-Svelato-il-giallo-dell–quotOperazione-Sunrise-quot-in-Italia.shtml (fonte Richard Breitman).

[56] E. Caretto, “Sacrificare Hitler per salvare la Germania”, art. cit..

[57] E. Sogno, op. cit., p. 345.

[59] Trascrizione in Archivio Odsek za zgodovino (OZZ), NOB 24.

[60] “Appunti di don Marzari fatti recapitare su carta quadrettata, dalla prigione al Vescovo. Febbraio 1945”, ne “I cattolici triestini nella Resistenza”, Del Bianco Udine 1960, p. 58. L’ufficiale di marina era Luigi Podestà, S. probabilmente era la spia Mario Suppani. Lo storico Galliano Fogar smentì, in una lettera pubblicata sul Meridiano di Trieste n. 1/1973, che Miani avesse parlato.

[61] AUSSME, b. 91, n. 83083. Locardi era l’avvocato Carlo Alberto De Felici, romano, tenente dell’Aeronautica, Medaglia d’argento al VM. Mobilitato durante la Seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio entrò nel servizio informazioni del Regio esercito, e fu paracadutato nei pressi di Buia (Attimis) in Friuli nel giugno del 1944 nell’ambito della missione di coordinamento delle formazioni partigiane Bartolo Marco, assieme a Vinicio Lago Fabio ed al marconista Mauro, che fu catturato subito dai tedeschi e si mise a collaborare con essi. Della missione fece parte anche la friulana Cecilia Deganutti, arrestata ed uccisa nella Risiera di San Sabba (http://www.anpi.it/donne-e-uomini/carlo-alberto-de-felici/). Locardi fu responsabile anche di un settore di intelligence a Trieste e morì in un incidente di volo nel 1948. Giustina era la marchesa Lucilla Muratti Massone, friulana, figlia di un irredentista triestino, collaboratrice della Osoppo; era cugina dei Girardelli e si trovava a casa loro in quanto era in missione a Trieste (cfr Alberto Picotti, “Giustina nei ricordi di Mascotte”, APO Udine 2008, p. 111-112).

[62] Forse Mario Suppani, il “S.” di don Marzari.

[63] Verbale d.d. 9/2/45, in Archivio ANPI Trieste, b. 10, fascicolo contenente documenti sequestrati dai partigiani veneti che arrestarono Collotti nei pressi di Carbonera (TV) il 27/4/45.

[64] L’ingegner Mario Emilio Ponzo, colonnello del Genio navale, nominato grand’ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia il 20/4/38 fu il contatto della Rete Nemo a Trieste.

[65] “… arrestato (…) durante la detenzione ha mantenuto contegno perfettamente consono”, “Missione Nemo”, op. cit., p 198.

[66] Va ricordato che dopo l’8/9/43 il territorio comprendente le allora province di Trieste, Gorizia, Fiume, Pola e Udine fu tolto alla sovranità italiana ed annesso al Reich come Adriatisches Küstenland. Sia l’amministrazione civile che le formazioni militari erano soggette a Berlino e non a Salò.

[67] G. Paladin, “La lotta clandestina di Trieste nelle drammatiche vicende del CLN della Venezia Giulia”, 1954, riedizione Del Bianco 2004, p. 129.

[68] AUSSME, b. 91, n. 83409. Il maiuscolo è nel testo.

[69] G. Paladin, op. cit., p. 130.

[70] Così si legge in una relazione redatta dal professor Giuliano Gaeta, azionista, docente universitario di storia del giornalismo, risulta inquadrato nella Brigata Foschiatti del CVL, ma della sua attività all’interno del CLN giuliano, oltre a quanto da lui narrato in questa relazione, non si trova molto (Archivio Istituto Regionale Storia Movimento di Liberazione di Trieste, d’ora in poi Archivio IRSMLT n. 869).

[71] Copia del Manifesto in Archivio IRSMLT, n. 271.

[72] Queste parole fanno pensare che Bacolis “in passato” non facesse l’informatore tanto per i tedeschi quanto per la Gran Bretagna o gli Stati Uniti.

[73] Giovanni Cosattini, socialista, era il padre del segretario di Parri, l’azionista Alberto.

[74] Flora fu arrestato dai nazisti il 14/3/44.

[75] G. Paladin, op. cit., p. 168.

[76] Noi osserviamo che all’epoca Trieste era già di fatto staccata dall’Italia, in quanto annessa al Reich, cosa che evidentemente preoccupava il CLN giuliano molto meno della possibilità che passasse sotto sovranità jugoslava. Ma bisogna aggiungere che nella stampa clandestina della DC (n. 1, gennaio 1945, del ciclostilato Ricostruzione, che leggiamo nel citato “I cattolici triestini nella Resistenza”, p. 179), troviamo però richiesta “la più ampia autonomia politica, amministrativa e culturale per la Venezia Giulia (…) nell’ambito dell’Italia democratica federale”, il che può significare una sorta di mediazione democristiana tra le posizioni alleate e quelle del CLN giuliano.

[77] Sull’identità di questo Carlo De Filippi torneremo in seguito. Il “lavoro” di Schiffrer consisteva in uno studio sulle componenti etniche nella Venezia Giulia, tendente a dimostrare l’esiguità della presenza slovena e croata sul territorio.

[78] Franco Giannantoni parla di un “Gian Luigi Balzarotti Cecconi, segretario del CLNAI e funzionario del Credito Italiano, la banca di Pizzoni” (“L’ombra degli americani sulla Resistenza al confine tra Italia e Svizzera”, Arterigere 2007, p. 188).

[79] G. Paladin, op. cit., p. 164.

[80] “Gli sloveni non seppero nascondere la loro irritazione per la scarsa malleabilità dei delegati italiani” (G. Paladin, op. cit., p. 172).

[81] Nel suo scritto Gaeta non spiega però le circostanze della sual liberazione. Paladin afferma che Gaeta si rifugiò a Milano dove rimase fino alla fine della guerra (op. cit., p. 52).

[82] G. Paladin, op. cit., p. 170.

[83] E. Marzari, ne “I cattolici triestini nella Resistenza”, op. cit., p. 30.

[84] Appunti manoscritti di Collotti in Archivio ANPI Trieste, b. 10.

[85] “Relazione sul nucleo di Parma della Missione Nemo”, in “Missione Nemo”, op. cit., p. 163.

[86] A. Fonda Savio, “La Resistenza italiana nella Venezia Giulia”, Del Bianco 2006, p. 61.

[87] “Relazione sul nucleo di Parma della Missione Nemo”, in “Missione Nemo”, op. cit., p. 160.

[88] P. Tompkins, op. cit.,, p. 343. Nel 1942 De Haag era stato a capo della II divisione Lavori pubblici del Comune di Trieste ed il suo nome risulta ancora nella guida telefonica del 1944. Fu decorato di medaglia d’oro al VM per l’operato nella Nemo, e proposto per la concessione dell’Ordine militare di Savoia (“Missione Nemo”, op. cit., p. 192).

[89] R. Spazzali, op. cit., p. 109.

[90] “Relazione sul nucleo di Parma della Missione Nemo”, in “Missione Nemo” op. cit., p. 160. Elia scrisse (nella relazione che analizzeremo più avanti) che all’epoca già conosceva don Paolino.

[91] Le parti virgolettate sono nella Relazione Tassan, AUSSME, b. 90 n. 81769.

[92] In Arhiv Slovenjie, AS 1584 zks, ae 459 Tassan risulta come “ragioniere alla Isotta Fraschini di Milano”.

[93] “Elenco nominativo dei collaboratori della Missione Nemo”, “Missione Nemo”, op. cit., p. 198.

[94] “Relazione generale sulla Missione Nemo” in “Missione Nemo”, op. cit., p. 171. Sui gruppi e sui loro dirigenti torneremo più avanti.

[95] “Argo 16”, p. 1.726. L’ingegner Giusto Muratti, fratello della Giustina che si trovava in casa di Girardelli al momento del suo arresto, viene indicato da Spazzali tra i finanziatori della missione di Podestà (R. Spazzali, op. cit., p. 209).

[96] “Argo 16”, p. 1.725. L’ingegnere Spaccini, romano, impiegato alle Ferrovie, aveva organizzato dopo l’8/9/43 la Brigata ferrovieri (entrata poi con la Brigata Venezia Giulia nella Divisione Rossetti del CVL, dipendente dalla Osoppo e comandata dal futuro gladiatore Antonino Cella), esponente democristiano nel CLN, fu sindaco di Trieste dal 1968 al 1978. Il dottor Mastelloni aggiunge che Spaccini fu “successivamente impiegato come elemento di riferimento per le attività dell’Ufficio Zone di Confine nella Venezia Giulia quale organizzatore colà delle strutture anticomuniste”.

[97] Nel documento n. 46.695 b. 50 in AUSSME, sotto l’indicazione “Podestà Luigi, Puccini, missione Corn”, si legge l’annotazione manoscritta “non si sa nulla!”.

[98] “Missione Nemo”, op. cit., p. 226.

[99] Ernesto Carra Monti era divenuto responsabile dell’esecutivo militare democristiano in sostituzione di Giuliano Dell’Antonio Guidi riparato a Milano Il capitano Dell’Antonio, comandante militare della DC triestina, si era recato nel novembre ‘44 nell’alta Istria per prendere contatti con il battaglione Alma Vivoda, ma proprio in quei giorni il battaglione fu attaccato dall’esercito nazista e disperso. Diversi membri di esso furono fatti prigionieri, come anche lo stesso Guidi, che però fu rilasciato quasi subito; secondo i Diari del CVL (Archivio IRSMLT n. 1156) perché era riuscito a convincere i tedeschi di essere un escursionista finito per caso nella retata (! ma in P. Sema, A. Sola e M. Bibalo, “Battaglione Alma Vivoda”, La Pietra 1975, p. 31 si legge che avrebbe versato, tramite l’esponente democristiano Paolo Reti, una grossa somma di denaro); e poi si sarebbe recato a Milano “dove rappresenterà la Venezia Giulia presso il CLNAI” collaborando con Enrico Mattei (altro dato di cui non vi sono conferme). Dell’Antonio risulta nell’elenco dei “gladiatori” reso noto da Andreotti nel 1990, assieme ad altri due comandanti del CVL giuliano, il già incontrato Antonino Cella della Ferrovieri, e Vasco Guardiani della Frausin.

[100] E. Marzari ne “I cattolici triestini…”, op. cit., p. 33.

[101] “Missione Nemo”, op. cit., p. 139 e seguenti. Di questa missione parleremo in seguito.

[102] Il corsivo è nel testo.

[103] A Trieste i membri del CVL, che rivendicano come propria l’insurrezione del 30 aprile, occuparono il Municipio soltanto il 2 maggio: fino a quel momento esso era rimasto sotto il controllo del podestà Pagnini e del suo “Comitato di Salute Pubblica” (vedi più avanti); uno degli esponenti dell’Associazione Volontari della Libertà di Trieste, Fabio Forti, ha dichiarato in più occasioni che solo il CLN italiano aveva rappresentato l’Italia, dato che “gli altri combattevano con il IX Korpus”, e che lo scopo del CLN era stato di dimostrare, nel corso dell’insurrezione, che Trieste era italiana ponendo il tricolore su Municipio e Prefettura.

[104] Il maiuscolo è nel testo.

[105] “Missione Nemo”, op. cit., p. 35.

[106] In AUSSME, buste 90 e 91.

[107] G. Paladin, op. cit., p. 221.

[108] Relazione d.d. 19/3/45, inviata al SIM e al maggiore Nicholson (Thomas John Roworth) del SOE, in AUSSME, b. 91, n. 83099.

[109] Unione Nazionale Protezione Antiaerea. Peranna era un fedelissimo del generale Giovanni Esposito, che comandò la piazza di Trieste nel periodo nazifascista.

[110] Nell’Adriatisches Küstenland l’Arma dei Carabinieri fu sciolta il 25/7/44, su ordine del Comando germanico ed i militi (tranne quelli che si opposero e furono per questi internati nel lager nazisti, spesso trovandovi la morte, o si unirono alla Resistenza) furono inglobati in varie formazioni collaborazioniste, a Trieste soprattutto nella Guardia civica e nell’Ispettorato Speciale. Un gruppo di essi fu inserito nell’UNPA di Peranna, tra di essi l’Armando Lauri che fece parte dell’organizzazione di Girardelli (“I Carabinieri a Trieste 1918-1954”, edito dal Comando Provinciale dell’Arma, 2011). Nei giorni dell’insurrezione Landi si sarebbe messo a disposizione del CVL (R. Spazzali, op. cit., p. 189).

[111] R. Spazzali, op. cit., p. 133.

[112] G. Paladin, op. cit., p. 204.

[113] E. Marzari ne “I cattolici triestini…”, op. cit., p. 33.

[114] “R. Spazzali, “Venezia Giulia: lotte nazionali in una regione di frontiera. Contributi per una storia del Novecento giuliano”, Istituto Giuliano di Storia 1998.

[115] Verbale d’interrogatorio di Cesare Pagnini al Consiglio di Liberazione di Trieste, Tribunale del Popolo, 18/6/45, in AS 1584, zks, ae 451.

[116] Oddelek za zaščito naroda, il servizio segreto jugoslavo operante nel corso della guerra.

[117] Cioè i carabinieri inquadrati nel “Gruppo Landi”.

[118] La relazione, purtroppo anonima e senza data, si trova in AS 1584, zks, ae 451.

[119] AUSSME, b. 91, n. 83401, 83402, 83403. L’OF proponeva che il comitato fosse composto da 3 sloveni e 5 italiani nominati dall’OF e 2 o 3 nominati dal CLN, mentre il CLN proponeva 7 italiani nominati dal CLN e 3 sloveni nominati dall’OF; quindi il CLN respinse la proposta dell’OF e non si arrivò all’accordo.

[120] Interrogatorio reso in data 23/6/45, in AS 1584, zks, ae 451. Caravadossi era padre di un agente dell’Ispettorato speciale.

[121] Così nel testo: ma dato che non risulta alcun “Pieris” tra i dirigenti dell’Ispettorato, pensiamo trattarsi del commissario Mariano Perris, dirigente della “squadra di polizia giudiziaria”, che oltretutto ebbe un affidavit come fiancheggiatore del CLN da parte del comandante di piazza del CVL Fonda Savio.

[122] Relazione del partigiano Atanasio al Centro Informazioni del battaglione Alma Vivoda, in “Battaglione Alma Vivoda”, op. cit., p. 148. Tra gli agenti dell’Ispettorato c’era un Sante Attanasio, che nel corso del processo a Gueli sostenne di avere partecipato all’insurrezione contro i tedeschi (La Voce Libera, 1/2/47).

[123] Sul Corriere di Trieste e sul Lavoratore, dove però si fa riferimento al 20 aprile. La caserma era quella della polizia ausiliaria comandata da Vincenzo Politi con cui ebbe i contatti la “missione” giunta dal Veneto.

[124] M. Spaccini, ne “I cattolici triestini nella Resistenza”, op. cit., p. 132. Anche se esula (ma forse non tanto…) da questo studio, ricordiamo che Spaccini, Fonda Savio, Carra e Miani furono successivamente i referenti delle “squadre” finanziate dall’Ufficio Zone di Confine di Roma in funzione filo italiana quando Trieste era sotto amministrazione militare alleata (1945-1954: la vicenda è parzialmente ricostruita in “Argo 16”).

[125] M. Spaccini, ne “I cattolici triestini nella Resistenza”, op. cit., p. 133.

[126] Particolare da tenere a mente quando nel prossimo capitolo tratteremo dei rapporti tra Collotti e Podestà.

[127] Archivio IRSMLT, n. 2232. Si noti che evidentemente Fonda Savio non considerava gli “Slavi” come “Alleati”.

[128] Il Lavoratore, 2/8/45.

[129] Così nel “Memoriale” di Maria Luisa Niny Rocco (la collaboratrice del CLN che nascondeva Arturo Bergera in casa propria e successivamente divenne sua moglie), in Archivio IRSMLT, n. 874. Le citazioni “Rocco” sono riferite a questo documento.

[130] Se non altrimenti indicato, le parti virgolettate del capitolo sono citazioni dalla “Relazione del Capitano di Fregata Luigi Podestà sulla sua missione nell’Italia del Nord (5 settembre 1944 – 3 maggio 1945) e sulla sua deportazione in Jugoslavia (3 maggio 1945 – 9 luglio 1947)”, in Archivio IRSMLT, n. 867.

[131] “Elementi a disposizione del Tribunale Militare di guerra Jugoslavo (CLN)”, da “informazioni avute il 13 nov. dall’avv. Colonna”, in AS 1584, zks, ae 139. L’avvocato Ettore Colonna era Sostituto Procuratore generale della Corte Straordinaria d’Assise di Trieste, istituita dal GMA per giudicare i crimini commessi durante la guerra.

[132] Dato che Podestà non indica il nome del maggiore Visconti non siamo riusciti ad identificarlo meglio.

[133] Ricordiamo che con De Haag c’era anche don Paolino, anche se Podestà non lo nomina.

[134] Podestà non farà i nomi di altri esponenti del CLN da lui incontrati.

[135] Nella chiesa di via del Ronco il commissario Collotti si recava a messa ogni mattina prima di iniziare il “lavoro” nella vicina sede dell’Ispettorato; ma vi si riuniva anche la “conferenza di San Vincenzo” cui partecipava don Marzari e serviva da punto di ritrovo dei democristiani antifascisti.

[136] “Missione Nemo”, op. cit., p. 198. Dal carteggio della Calderini risulta che nell’estate del 1945 il sottotenente di complemento dei Carabinieri Armando Lauri fungeva da collaboratore della Sezione Calderini del SIM unitamente al colonnello Ponzo ed altri (“Argo 16”, p. 1.612). Nel marzo 1967 Lauri comandava il Centro di controspionaggio di Milano e negli elenchi della P2 compare un “dottor Armando Lauri, Firenze, ufficiale dei Carabinieri”, iscritto dal 1/1/78.

[137] John Wesley era il fondatore del metodismo: per “chiesa wesleiana” probabilmente Podestà intende la chiesa metodista, ed il “vescovo” Signorelli potrebbe identificarsi in Tito Signorelli (1875-1958), pastore evangelico veneziano, sopraintendente della Chiesa Metodista Episcopale d’Italia; iniziato massone nel 1924, diventò Luogotenente Sovrano Gran Commendatore (LtSGC) del Supremo Consiglio del 33° grado del RSAA della Massoneria Unificata Italiana nel 1943, e dal 1946 al 1949 fu Sovrano Gran Commendatore del RSAA di Palazzo Giustiniani. Fu in collegamento col Rito del Misraim e Memphis di Allegri (che usa come simbolo il simbolo dell’aquila a due teste massonica decorata con la croce di Malta, significante dominio reale onnipotente sia ad Oriente che a Occidente, mentre il globo significa dominio temporale sul globo terrestre e lo scettro significa controllo sopra gli impulsi religiosi e spirituali dell’umanità e sotto alla quale si legge “ordine dal caos”, il metodo hegeliano della creazione di crisi) e diede licenza a Mario De’ Conca 33° (1901-1970, figlio di un pastore metodista, fondò a Milano una Chiesa Gnostica d’Italia, presentandosi come vescovo gnostico con il nome di Tau Lychnus) di ricevere il grado 33.·.95.·In una lettera ad Allegri, Signorelli spiega che molti massoni del RSAA giustinianeo sono membri del Rito di Memphis (http://digilander.libero.it/iniziazioneantica/Lebano/Giustiniano_Lebano_e_Giosue_Carducci.pdf).

[138] Non sappiamo se l’avvocato Ferruccio Lauri fosse parente del carabiniere Armando Lauri. Suo figlio Furio, pilota d’aeronautica che al momento dell’armistizio si trovava in licenza a Trieste, si impossessò di un aereo all’aeroporto militare di Ronchi e raggiunse Roma, dove si unì alle “bande di patrioti” del colonnello Toschi (la “banda dei sette comuni” di cui abbiamo precedentemente parlato); successivamente, “in simbiosi con la n. 5 Special Force Staff Section CMF” operò assieme a piloti alleati in missioni nel Nord Italia, sia per trasporti di armi e piani di operazioni per i partigiani, sia per recupero di prigionieri e lanci. Questa sua attività gli valse una medaglia d’oro al V.M., motivata anche dal fatto che avrebbe salvato il porto di Genova dalla distruzione già predisposta dai nazisti, in quanto avrebbe portato a Firenze con il proprio velivolo il comandante militare tedesco del porto, che era stato catturato dai partigiani con i piani di minamento dell’infrastruttura, ed a ritornare a Genova con uno specialista artificiere prima del ritiro tedesco (in “Medaglie al valor militare dell’AVL di Trieste”, a cura di Italo Soncini, Trieste 1995: ma di questa azione non abbiamo trovato riscontro altrove). Nel dopoguerra Furio Lauri fondò la ditta Meteor di Ronchi, specializzata in aerei militari di alta tecnologia.

[139] Appunti originali in sloveno. Copia in Archivio ANPI Trieste, b. 10. Frane Tončič era un avvocato antifascista.

[140] Dalla sentenza del processo Bacolis (3/8/46).

[141] “Diario di prigione” di Maria Ursis, Archivio IRSMLT n. 908.

[142] Così Bacolis nella lettera conservata in AS 1584, zks, ae 451.

[143] La (correttamente) “Mittelmeer Reederei”, era una società militarizzata fondata nel 1942 su ordine del Ministero della navigazione del Reich per gestire le navi mercantili di bandiera tedesca che erano rimaste bloccate nel Mediterraneo allo scoppio delle ostilità (si veda: http://www.wlb-stuttgart.de/seekrieg/km/mittelmeer/italien/mmr.htm).

[144] Archivio IRSMLT, n. 866, la relazione è datata 23/7/47.

[145] Di origine polacca, capitano di fregata della Regia Marina (si trovava a Trieste all’epoca dell’armistizio) e poi partigiano monarchico, nell’autunno del 1943 Kulczycki organizzò il VAI (Volontari armati italiani), composto esclusivamente da militari fedeli al Re, e rifiutò la subordinazione al CLNAI. Nella primavera del 1944 tutto il gruppo dirigente fu catturato e Kulczycki, arrestato a Genova il 15/4/44, fu fucilato a Fossoli il 14/7/44. Avrebbe avuto contatti con il Reseau Rex di Aldo Gamba “il più importante servizio informativo dopo la Franchi” (Giannuli, op. cit., p. 30), creato per raccogliere informazioni, documenti, ordini repubblichini per avvisare tempestivamente il comando italiano delle azioni che questi organizzavano contro i partigiani ( cfr. Fucci, op. cit., p. 213 e seguenti; Fini-Giannantoni, op. cit., p. 327, 328).

[146] Verbale di interrogatorio di Arturo Bergera (10/2/45), copia in Archivio ANPI Trieste, b. 10.

[147] Secondo Niny Rocco la conoscenza con la signora Perotti derivava dal fatto che il padre di Podestà era commerciante di fiori, ma ricordiamo l’appunto dell’OZNA visto in precedenza.

[148] AUSSME, b. 91, n. 83083. Nel bilancio della rete Nemo risultano a Puccini due versamenti da 50.000 lire a gennaio 1945, ed un altro da 100.000 lire ad aprile (“Rendiconto finanziario del capo Missione Nemo”, in “Missione Nemo”, op. cit., pag 181).

[149] Lettera di Giorgio Bacolis in AS 1584, zks, ae 451.

[150] Sentenze Corte Straordinaria d’Assise di Trieste, 3/8/46 e 14/5/48.

[151] Archivio IRSMLT, n. 255.

[152] Archivio IRSMLT, n. 2261.

[153] Archivio ANPI Trieste, b. 10.

[154] In via Crispi 68 si trovava l’abitazione del colonnello Ponzo.

[155] Pietro Filla (Fillak), classe 1894, fu arrestato e deportato il 21/10/44, morì a Flossenburg il 3/2/45.

[156] Notiamo come questo elenco di nomi ricalchi quasi esattamente la composizione della riunione del CLNAI cui partecipò Giuliano Gaeta nel luglio del ’44: nell’ordine, Arpesani, Valiani, Elia, forse Pizzoni, Dozza ed il Carlo De Filippi che era venuto a Trieste nel giugno ’44 ed in casa del quale a Milano si sarebbe svolta la riunione descritta da Gaeta. Giovanni Malvezzi, dirigente del Credito italiano, aveva diretto l’IRI negli anni Trenta. Fu uno dei finanziatori del CLNAI (come altri dirigenti d’industria probabilmente in funzione anticomunista). Tra gli appunti di Collotti, dove però non siamo riusciti a capire chi fosse l’informatore (forse Bacolis), questi dice di avere conosciuto il Malvezzi in passato all’IRI, ed il rappresentante democristiano nel CLN giuliano Gianni Bartoli scrive di essere stato contattato (ma non specifica quando) nel suo “ufficio in piazza Oberdan” dal “trevigiano dott. Giuseppe Malvezzi, presidente della STET e dell’IRI per il Nord Italia” che era “accompagnato nelle sue peregrinazioni semiclandestine per la pianura padana e il Veneto dal dott. Mario Ferrari Aggradi” e lo “mise al corrente di molti avvenimenti del movimento di resistenza ai nazisti” (“I cattolici triestini nella Resistenza”, op. cit., p. 45; e, a p. 30, “il dott. Malvezzi dell’Edison del gruppo IRI” viene nominato anche da don Marzari come un finanziatore del CLN giuliano).

[157] Osservazione personale: non mi sembra che “appuntare” nella propria agenda l’indirizzo del proprio capo missione sia un comportamento prudente da parte di un agente dei servizi in territorio nemico.

[158] Pierina Martorelli. Nonostante la religiosità maniacale di Collotti i due non erano sposati; la donna lo seguì nella fuga da Trieste e fu uccisa assieme a lui a Carbonera.

[159] Podestà è l’autore de “L’Uno” pubblicato in proprio nel 1928, che lo scrittore ed inventore veneziano Giorgio Cicogna (comandante di un mas nella Prima guerra mondiale che poi si dedicò a studi scientifici ed esoterici e morì nel 1932 nell’esplosione del suo laboratorio dove cercava di realizzare un motore a reazione) definì “un volumetto che forse è meglio non vada tra le mani di troppa gente; per il grosso pubblico ci sono i brodetti della teosofia e i minestroni degli occultisti” (http://digilander.libero.it/ilsitodelmistero/velikovskydepretto.htm).

[160] Archivio IRSMLT, n. 874.

[161] Tra le carte sequestrate a Collotti c’è una lettera firmata “Pasquali” ed indirizzata personalmente a Collotti sulla quale è appuntato in un angolo il motto “in hoc signo vinces” (Archivio ANPI Trieste, b. 10).

[162] Archivio ANPI Trieste, b. 10. Il Guido potrebbe essere Guidi, cioè il responsabile militare democristiano Giuliano Dell’Antonio: in tal caso potrebbe trattarsi della riunione svoltasi “verso la fine del 1944” di cui parlò don Marzari.

[163] Ricordiamo che Pirelli aveva dato copertura non solo finanziaria a Podestà; il direttore generale della ditta era dal 1938 il banchiere Cesare Merzagora, che fu uno dei maggiori finanziatori del CLNAI (alla Rete Nemo la Pirelli erogò 10.000.000 di lire). Merzagora avrebbe poi fatto parte della Loggia massonica “coperta” “Giustizia e libertà” assieme ad Eugenio Cefis, Guido Carli, Michele Sindona, il direttore generale della Rai Bernabei ed altri (F. Pinotti, “Fratelli d’Italia. Un’inchiesta nel mondo segreto della fratellanza massonica che decide le sorti del Belpaese”, Rizzoli 2007).

[164] R. Spazzali, op. cit., p. 207.

[165] Archivio ANPI Trieste, b. 10. C’era un Ubaldo Zoboli, dipendente della RAS, incaricato di seguire l’attività della Compagnia in Germania e Francia, ma non sappiamo se nel 1945 si trovasse a Trieste o a Milano.

[166] L’ing. Bocci era Elia.

[167] Tra gli appunti di Collotti riferibili ad informazioni di Bacolis troviamo un Silvestro Severgnini, impiegato alla Pirelli, con recapito in via Cola di Rienzo, e ricordiamo che Fausto era De Haag e Fulvo era don Paolino.

[168] Così ne La Voce Libera, 8/10/45.

[169] Cfr. Alessandra Kersevan, “Porzûs. Dialoghi sopra un processo da rifare”, KappaVu 1995.

[170] “Dal momento in cui sono iniziati i contatti con i repubblichini il comandante della Franchi è stato preso tre volte. E per tre volte liberato. La facilità con cui entra ed esce di galera è davvero sorprendente. Tanto sospetta da far pensare ad un espediente per mantenere i contatti tra repubblichini e SOE (Special Operations Executive, n.d.a) e facilitarne le trattative” (M. J. Cereghino e G. Fasanella, “Il golpe inglese”, Chiarelettere 2011, p. 110). E sorge anche spontanea la domanda se l’agenda con il recapito di Nemo nascosta da Podestà dietro il mobile nella stanza degli agenti sia stata recuperata da qualcuno.

[171] AUSSME, b. 91, n. 82315, data illeggibile. Cicogna avrebbe comandato la Franchi a Milano, ma risulta anche attivo come ufficiale di collegamento tra Milano, il Friuli e la Svizzera nel 1944 (cfr. Faustino Nazzi, “Le origini della Gladio”, La Patrie dal Friûl, 1997, http://fauna31.files.wordpress.com/2007/10/gladio-capitolo-4.pdf.)

[172] C. Mocavero “La donna che uccise il generale” Ibiskos 2012, p. 103.

[173] “Carteggio processuale Gueli”, Archivio IRSMLT n. 914.

[174] “L’altra resistenza”, supplemento al Piccolo, Trieste, maggio 1995.

[175] Ricordiamo che Locardi attribuì ad affermazioni di don Marzari la detenzione di Girardelli.

[176] AS 1584, zks, ae 451. Coceani fa il nome dell’ispettore Panzera, mentre Spazzali parla dell’intervento “del sindacalista fascista Pier Luigi Pansera, un bresciano pluridecorato ufficiale degli Arditi, legionario fiumano, ex federale di Abbazia e Villa del Nevoso, e poi prefetto repubblicano di Modena” (op. cit., p. 71).

[177] Non conosciamo il nome proprio del “Comm. De Flora”, che era sia commissario che commendatore.

[178] Agostino Straulino, contrammiraglio di Marina, durante la seconda guerra mondiale fu tra gli assaltatori del Gruppo Gamma della Decima Mas, i sommozzatori addestrati a piazzare cariche esplosive magnetiche sotto le navi avversarie. Era stato “prigioniero degli slavi” nel senso che era detenuto dal regime ustascia di Ante Pavelić. Nel dopoguerra fu campione mondiale di vela.

[179] Luigi Donini, capitano di fregata, “elemento di sicura fede”, aveva “collaborato fornendo utili notizie” (“Missione Nemo”, op. cit., p. 205).

[180] R. Spazzali, op. cit., p. 210.

[181] Lo studioso triestino Diego de Henriquez annotò nel suo Diario n. 30 che nel gennaio 1945 il comandante tedesco della Marina, Loyke, aveva scritto al Comando supremo chiedendo di poter soprassedere alla distruzione del porto in quanto atto non essenziale ai fini bellici e che a metà febbraio giunse la risposta dell’ammiraglio Dönitz: “Nicht zu vernichten”, cioè “non distruggere niente” (nota raccolta da Vincenzo Cerceo; i Diari di de Henriquez si trovano presso i Civici musei del Comune di Trieste).

[182] CEAIS è la sigla del Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno, cioè l’organo unitario che amministrò la città nei “quaranta giorni”, ma se veramente il CLNAI inviò Podestà allo scopo descritto, appare ancora più grave il comportamento del capitano.

[183] AS 1584, zks, ae 451.

[184] AS 1584, zks, ae 141.

[185] Questa nota dimostra che chi del CVL operò contro le autorità jugoslave aveva disobbedito agli ordini dati dallo stesso CLN.

[186] Field Security Section, sezione dell’Intelligence Service britannico assegnato alle unità campali con compiti di sicurezza e controspionaggio.

[187] Interessante definizione, come se “slavi” e “comunisti” fossero due categorie impermeabili.

[188] “Argo 16”, p. 204. Il nipote Mauro Ponzo ha richiesto l’onorificenza prevista dalla legge istituente il Giorno del ricordo (L. 92 d.d. 30/3/04), come congiunto di “infoibato” (consegnata a Trieste il 10/2/06).

[189] AUSSME, b. 91, n. 83035.

[190] Archivio IRSMLT, n. 866.

[191] Archivio IRSMLT, n. 874.

[192] “Missione Nemo”, op. cit., p. 197.

[193] Le citazioni che seguono sono tratte dalle relazioni di Vittorio Strukel (9/10/47), e di Guido Tassan (2/9/47), AUSSME, rispettivamente busta 91, n. 83004 e busta 90, n. 81769. Va detto che non sempre le due relazioni concordano.

[194] C’erano due Pignatelli collaboratori della Nemo, i fratelli Paolo e Andrea. Un’informativa di Alpino segnala che Pignatelli (non specifica quale dei due) in una villa di Milano dove saltuariamente risiedeva ospitava una squadra della GAP; una sera De Haag vi trovò la polizia fascista e riuscì a liberarsi “con gravi difficoltà”, avvisò il principe e questi riparò in Svizzera, senza informare la rete. De Haag denuncia che la “sconsideratezza di Pignatelli” aveva causato il controllo dei suoi documenti e la conseguente richiesta di informazioni su di lui a Trieste (AUSSME, b. 91, n. 82317). I Pignatelli erano nipoti del principe “nero” di Napoli Valerio Pignatelli di Cerchiara, di cui abbiamo parlato precedentemente.

[195] Inter Service Liaison Department. Letteralmente Dipartimento di collegamento tra i servizi, era il nome di copertura del SIS (poi MI6) britannico durante la Seconda guerra mondiale.

[196] Allied Military Governement (Governo Militare Alleato).

[197] AUSSME, b. 91, n. 83035.

[198] Abbiamo già visto che Bocci era Elia.

[199] “Missione Nemo”, op. cit., p. 113.

[200] Il Gruppo di Combattimento “Legnano” operò, unica unità italiana, alle dirette dipendenze della 5^ Armata statunitense. Lo comandava il generale Umberto Utili.

[201] “Argo 16”, p. 1.725-1.726.

[202] AUSSME, b. 314 n. 179163.

[203] F. Morini, “Nome Gladio…”, art. cit.

[204] AUSSME, b. 90, n. 81684.

[205]Materiale controinformativo raccolto dal nucleo C. S. della rete “Nemo” Op. Sand II, durante il periodo cospirativo, 1 luglio 1945” Nara, rg 226, s. 174, b. 161, f. 1195, Archivio Giuseppe Casarrubea.

[206] G. Ferrari, Corriere della Sera 22/7/03. Il corsivo è nostro: probabilmente Band sta per Sand. L’azienda era la Cansa di Novara che fabbricava aerei militari. Nell’elenco dei “collaboratori” di Nemo c’è l’ing. Ugo Granieri, proposto per un “diploma di benemerenza” (nota: “depennato”) per avere “fattivamente collaborato col capo maglia di Novara” e fatto avere alla missione “un notevole contributo finanziario” (“Missione Nemo”, op. cit. p. 220).

[207] P. Tompkins, op. cit., p. 343.

[208] G. Pesce “Quando cessarono gli spari”, Feltrinelli 1977, p. 38. Gli stessi contenuti di Pesce sono ripresi da Antonio Sannino ne “Il fantasma dell’Ovra”, Greco&Greco 2011. Ovviamente Memo è Nemo.

[209] F. Morini, “Nome Gladio…, art. cit., che riprende Ugo Pellini, “Giuseppe Cancarini Ghisetti il partigiano combattente dei servizi segreti”, in Ricerche Storiche, Istoreco di Reggio Emilia n. 105 – aprile 2008.

[210] “Missione Nemo”, op. cit., p. 22. La relazione di Rosicarelli (datata “Roma 1944?”) è pubblicata alle pagine 123 e seguenti.

[211] “Missione Nemo” op. cit., p. 21.

[212] Carla Giacomozzi, “Un eccidio a Bolzano”, Quaderni di Storia cittadina n. 4, Bolzano 2011.

[214] Non avendo trovato il nome di Collinson in altri documenti, non sappiamo quale ruolo avesse ricoperto esattamente, né se questo fosse il suo vero nome.

[215] AUSSME, b. 90, n. 81648.

[216] AUSSME, b. 50, n. 46409 (ufficiali), 46407 (sottufficiali), 46408 (truppa).

[217] Un deputato democristiano che faceva parte della Costituente portava questo nome, ma non ho trovato elementi per valutare se si tratti della stessa persona.

[218] R. Spazzali, op. cit., p. 193-195.

[219] Relazione di Mallardi Nicola al FSS d.d. 16/5/45, dopo l’arresto da parte delle autorità jugoslave di alcuni membri del gruppo Baldo, AUSSME, b. 149, n. 124577-124591. Sulla Rete Baldo si veda D. Gurrey, “La guerra segreta nell’Italia liberata”, LEG 2004, p. 127, 137, 174, 230.

[220] Il Secolo XIX, 22/9/05.

[221] F. Fucci, op. cit., p. 155.

[222] E. Martini, “Partigiani penne nere”, Mondadori 1968.

[223] Relazione di Giorgio Porcheddu, 25/5/45, AUSSME, b. 149, n. 124770.

[224] AUSSME, b. 149, Fascicolo 664.

[225] AUSSME, b. 149, Fascicolo 675.

[226] AUSSME, b. 149, Fascicolo 669.

[227] AUSSME, b. 149, n. 124959; Arbizzani e Valenti ricevettero la medaglia d’argento al VM.

[228] AUSSME, b. 149, n. 124781.

[229] AUSSME, b. 149, n. 124647-124648.

[230] AUSSME, b. 149, Fascicolo 668.

[231] AUSSME, b. 149, Fascicolo 665.

[232] “Argo 16” p. 1.717 e seguenti. Nel dopoguerra Recchia fu al Centro CS di Pordenone, dove (agosto 1945) condusse un’inchiesta sull’eventuale responsabilità del brigadiere Sebastiano Vido del CS (che, in attesa di discriminazione, nel luglio agosto 1945 si trovava a Trieste temporaneamente assunto nel servizio I dello SMRE del costituendo CS di Trieste) nella cattura da parte delle SS di un ufficiale dell’OSS, Ruggero Zago di Bassano, mentre si trovava in missione a Caorle nell’aprile 1944 ed ucciso a Verona quattro mesi dopo. Recchia escluse qualsiasi responsabilità da parte di Vido (AUSSME, b. 314, n. 178017). “Colonnello dei servizi segreti passato poi alla politica”, fu vicesindaco di Negrar (paesino della Valpolicella) dal 1965 al 1970, ed avrebbe consigliato di nascondere nel locale cimitero una “santabarbara” della Gladio, recuperata dai Carabinieri agli ordini dell’allora capitano Giampaolo Ganzer (R. Bianchin, La Repubblica, 22/11/90).

[233] AUSSME, b. 149, Fascicolo 682.

[235] Nel 1940 fu inviato al confine orientale, nella zona di Fiume e Klana; nel 1941 la Divisione occupò la città di Sebenico in Dalmazia; poi andò sul fronte russo. Dopo il 25/7/43 assunse il comando di un reggimento della Guardia alla frontiera (GAF) a Selz (presso Monfalcone), e dopo l’8 settembre a Trieste ottenne documenti falsi per sfuggire ai tedeschi. Negli anni ’50 Ricca entrò nel PCI ma ne uscì tempo dopo “su posizioni di sinistra” (scheda INSMLI a cura di Andrea Torre, in http://beniculturali.ilc.cnr.it )

[236] L’Aquila era stata organizzata dalla triestina Rita Rosani, con la quale Ricca ebbe una relazione; fu catturata durante un rastrellamento presso Negrar ed uccisa da un sottufficiale repubblichino il 17/9/44.

[238] P. Milli, “Nel lager di Bolzano”, art. cit..

[239] AUSSME, b. 50, n. 46409-46408.

[241] Berardinelli però non risulta nei documenti di Nemo.

[242] C. Giacomozzi, “Un eccidio a Bolzano”, art. cit..

[243] AUSSME, b. 149, n. 124608.

[244] Abbiamo già accennato alla possibile “non casualità” di questi arresti.

[245] Anacleto Onnis, (si trova a volte come Omnis), già a capo del controspionaggio della RSI a Bergamo come risulta dal n. 2 (25/8/44) del Bollettino di controspionaggio curato dal servizio informativo di Boeri (F. Fucci, op. cit., p. 296).

[246] AUSSME, b. 149, n. 124612.

[247] Giovanni Duca, il primo capo della Sezione Calderini, che al momento dell’armistizio comandava l’Accademia militare di Modena, fu incaricato dal comando supremo del Regno del Sud di organizzare una resistenza militare; arrestato nel corso di una missione, fu incarcerato a Verona ed ucciso sotto tortura nell’agosto del 1944.

[248] Sottotenente di fanteria dopo l’8/9/43, Clementi risulta avere fatto parte della missione Grain della Nemo. “Militò in provincia di Padova presso il comando della div. Padova. Venne ricoverato a Verona dal gennaio al settembre 1994. Riconosciuto partigiano dall’1/9/44 all’1/5/45”, nel “Dizionario Biografico Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945)”, a cura di A. Albertazzi, L. Arbizzani, N. S. Onofri.

[249] Il Forte San Leonardo di Verona fu usato come luogo di detenzione ed esecuzione dai nazifascisti

[250] “Argo 16”, p. 1.622 e seguenti.

[251] AUSSME, b. 149, n. 124638.

[252] E. Sogno, op. cit., p. 54.

[253] G. Cavalleri, op. cit., p. 120.

[254] Ufficiale di artiglieria, ferito sul Don, prima di ritrovarsi con Sogno tenne i contatti con i garibaldini di Moscatelli in Valsesia. Nel dopoguerra fu insegnante di tattica alla Scuola di guerra, addetto militare a Washington, dove ritrovò Sogno che “affiancò nei preparativi del golpe bianco”; comandante della 2a Brigata corazzata Ariete, della Brigata paracadutisti Folgore e della Forza mobile aerotrasportabile di pronto intervento della NATO in Germania. Ha poi rappresentato l’Italia nel Comitato militare della NATO a Bruxelles e, infine, ha comandato le Forze terrestri alleate del Sud Europa. Ha lasciato il servizio attivo nel 1977, ed avendo favorito, tra il 1945 e il 1947, l’esodo di rifugiati e ebrei verso Israele con l’operazione Alià Beth, (l’organizzazione clandestina che portò moltissimi ebrei in Israele, forzando la contrarietà della Gran Bretagna che era contraria ad una massiccia immigrazione in Palestina, ma con il beneplacito di USA ed URSS) il primo ministro Rabin lo iscrisse nel “Libro dei Giusti” (http://www.anpi.it/donne-e-uomini/alberto-li-gobbi/).

[255] E. Sogno, op. cit., p. 191.

[256] Ufficiale di artiglieria, prese parte il 27/8/44 ad una spedizione in Corsica con Sogno, Bruno de Francisci e Marco Gaggero.

[257] E. Sogno, op. cit., p. 191. Fucci, op. cit., p. 155.

[258] Documento avente come oggetto “attività assistenziale esplicata dalla rete Nemo durante il periodo cospirativo” (AUSSME, b. 90, n. 82173).

[259] F. Fucci, op. cit., p. 145-146, dove leggiamo anche che dopo la guerra Grange andò negli USA dove fu pilota civile e morì in un incidente aereo.

[260] B. 149, rispettivamente n. 124818 e n. 124781.

[261] AUSSME, b. 149, fascicolo 672 (che però è vuoto…).

[262] F. Morini, “Nome Gladio…”, art. cit.

[263] “Missione Nemo”, op. cit., p. 37. Nel dopoguerra Elia si occupò di recuperi navali, attività questa comune anche ai reduci della Decima Mas, come Nino Buttazzoni e Mario Isidoro Nardin.

[264] P. Tompkins, op. cit., p. 379 e seguenti. La relazione è datata 30/8/45.

[265] “Missione Nemo”, op. cit.. La versione inglese si trova da p. 182 a 192, il testo italiano da p. 165 a 181.

[266] Qui va detto che nella relazione inglese abbiamo “relatives” che significa parenti, mentre Tompkins li traduce erroneamente con genitori.

[267] La villa di Novedrate servì come base a Sogno durante il periodo della Resistenza (Sogno, op. cit., p. 152-154); Rinaldo Casana fu eletto nel 1951 primo sindaco di Novedrate e rimase in carica fino al 1973.

[268] “Missione Nemo”, op cit., p. 17, che cita “Per la storia”, tomo II, Milano Vita e Pensiero 1989.

[269] P. Tompkins, op. cit., p. 382.

[270] “Il radiotelegrafista della missione Dottore una volta a terra prese paura per un bando della Repubblica Sociale che minacciava la morte di coloro che non si presentavano all’esercito di Salò e chiese di essere esentato dal compito affidatogli” (G. Cavalleri, op. cit., p. 120).

[271] Nell’elenco dei “collaboratori” della Nemo troviamo il nome di Izzo e leggiamo: “Tre volte arrestato dai tedeschi e sempre riuscito a evadere”, ma anche “interprete in un ufficio tedesco a Castelfranco Veneto, aiutava prigionieri inglesi e patrioti (…) assunto nella rete nel novembre 1944, veniva incaricato dell’Ufficio Cifra” (“Missione Nemo”, op. cit., p. 196).

[272] Milanese, ufficiale di complemento, medaglia al valore per l’attività nella Resistenza (“toccò a lui guidare a palazzo Marino, il giorno della liberazione, la pattuglia incaricata di proteggere il podestà decaduto e dispiegare dal balcone il tricolore redento”, fu il ricordo di Malagodi alla sua morte nel 1977); professore di filosofia, consigliere provinciale di Milano e deputato per il PLI. Dopo il dirottamento di Fiumicino (17/12/73), ufficialmente attribuito a Settembre nero e conclusosi con 32 vittime, dichiarò: “All’Italia non è servita neppure la lunga tolleranza dimostrata nell’accogliere arabi di ogni specie, lasciandoli liberi di cospirare e di tramare. Neppure il longanime trattamento giudiziario che i terroristi, individuati, arrestati e riconosciuti colpevoli, hanno trovato nella nostra Italia ci ha giovato” (http://www.informazionecorretta.com/main.php?sez=160&id=27022).

[273] “Missione Nemo”, op. cit., p 193. L’ufficiale degli Alpini Emilio Faldella, classe 1897, era entrato nel SIM a giugno 1930 e durante la guerra di Spagna ricoprì incarichi sia come Console d’Italia a Barcellona (1930-1935) sia come osservatore presso il Generale Franco, comandò inoltre il Raggruppamento carri-artiglieria e successivamente il 5° Reggimento di fanteria legionaria. Da agosto 1941 a maggio 1943 fu al comando dell’ufficio addestramento dello Stato Maggiore. Successivamente capo di stato maggiore della 6^ Armata e delle forze armate della Sicilia, promosso Generale di Brigata il primo luglio 1943. Capo Ufficio Addestramento del Ministero della Guerra all’8/9/43, gli venne affidato il compito di dare vita ad una “organizzazione clandestina per assumere al momento del crollo tedesco in Italia Settentrionale poteri quanto più estesi possibili per mantenere l’ordine e salvaguardare la Venezia Giulia dall’invasione slava”. Fu però arrestato in seguito a delazione il 16/5/44, trasferito nelle carceri di San Vittore di Milano, liberato grazie all’intercessione del generale Graziani e “vive nei mesi successivi a Milano in una curiosa situazione di semiclandestinità” (Andrea Vento, op. cit.,, p. 284). Al momento dell’insurrezione Cadorna gli affidò il comando della Piazza di Milano che tenne sino al 1/6/45. Lasciò il servizio attivo a fine 1945 con il grado di Generale di Corpo d’Armata. In AUSSME, b. 90, n. 81709 c’è una richiesta di informazioni se avesse collaborato alla Resistenza, datata 15/7/46, ma non c’è la risposta. Morì nel 1975.

[274] Così nel testo. Il significato di GEP è per noi oscuro.

[275] Il “re delle autostrade”: fu colui che introdusse in Italia l’idea di creare delle strade destinate esclusivamente alle automobili. Nominato conte da Mussolini, conseguì una Laurea ad honorem il 4 maggio 1938 presso l’Università politecnica di Berlino. Senatore del Regno dal 26/2/29, membro della Commissione degli affari dell’Africa italiana dal 17/4/39 al 5/8/43, fu inserito il 7/8/44 tra i “senatori ritenuti responsabili di aver mantenuto il fascismo e resa possibile la guerra sia coi loro voti, sia con azioni individuali, tra cui la propaganda esercitata fuori e dentro il Senato”, per i quali nel 1945, nell’ambito dell’epurazione nei supremi organi industria ed alta finanza, fu richiesto l’arresto (tra essi anche Alberto Pirelli, altro finanziatore della Missione Nemo).

[276] Nel citato articolo di Ferrari si legge però che la CANSA aveva dato 5,2 milioni alla Nemo.

[277] AUSSME, b. 90, n. 82695.

[278] M. Viganò, “Missione Nemo”, op cit., p. 23-24.

[279] “Missione Nemo”, op. cit., p. 26.

[280] AUSSME, b. 90, n. 82173

[281] Si tratta probabilmente del generale Efisio Marras, che fu addetto militare a Berlino dal 1936 al 1943; dopo l’8/9/43 fu internato in Germania ma riconsegnato (31/3/44) alla Repubblica di Salò che lo tenne prigioniero fino ad agosto, quando fu fatto riparare in Svizzera. Capo di Stato maggiore della difesa dal 1951 al 1954 (all’epoca della costituzione della Gladio e delle tensioni con la Jugoslavia, quando l’Italia schierò al confine orientale 4 divisioni di fanteria e 3 brigate alpine, richiamando inoltre circa 13.000 riservisti), dichiarò che il compito di lotta al comunismo non poteva essere affidato ad un partito ma “da un movimento anticomunista che sotto il coordinamento Nato e l’aiuto Nato operi attivamente nei singoli Paesi con la fisionomia di movimento nazionale” (cfr. Sergio Flamigni, “Dossier Gladio”, Kaos 2012, p. 137).

[282] Probabilmente Umberto Locatelli, industriale caseario e senatore del Regno, che fu deferito nel dopoguerra tra i “Senatori ritenuti responsabili di aver mantenuto il fascismo e resa possibile la guerra sia coi loro voti, sia con azioni individuali, tra cui la propaganda esercitata fuori e dentro il Senato”; reintegrato dopo il ricorso, entrò nel PLI.

[283] Materiale controinformativo raccolto dal nucleo C. S. della rete “Nemo” Op. Sand II, durante il periodo cospirativo, 1 luglio 1945”, Nara, rg 226, s. 174, b. 161, f. 1195, in Archivio Casarrubea.

[284] AUSSME, b. 91, n. 82976-82980. Tra questi nomi si trova anche quello di Elda Turchetti, la cui presenza alle malghe di Porzûs fu uno dei motivi dell’eccidio dei dirigenti della Osoppo da parte dei gappisti di Mario Toffanin Giacca avvenuto il 7/2/45 (cfr. A. Kersevan, op. cit.).

[285] Colonnello della SS a Reggio Emilia, rappresentante di Wolff presso Kesselring, negoziatore con Cancarini Ghisetti dell’Operation Sunrise di cui parleremo successivamente.

[287] Piemontese di nascita, fu tra i fondatori del Fascio di combattimento di Modena e poi federale; prefetto a Udine e poi a Fiume (dal 1938, l’anno della promulgazione delle leggi razziali), sempre accompagnato da Saverio Polito (il futuro capo della Polizia nominato da Badoglio e poi l’insabbiatore dell’inchiesta sulla morte di Wilma Montesi negli anni ’50). Il 21/10/40 Testa scrisse al Ministero dell’Interno: “Fiume è forse l’unica (provincia) che non permette la chiusura al sabato e alle altre feste, oltre ad aver chiuso definitivamente tutti i negozi ebraici di Abbazia, ma ha anche il primato di 200 ebrei internati”. Nel 1941 gli eserciti italiano e germanico invasero la Jugoslavia annettendone parte del territorio; il 12/7/42 Testa ordinò un’azione di rappresaglia contro un villaggio a pochi chilometri da Fiume, Podhum. Reparti dell’esercito italiano, unitamente a carabinieri e camicie nere fucilarono oltre cento uomini, catturarono tutta la rimanente parte della popolazione, circa 200 famiglie, confiscarono beni mobili e circa 2000 capi di bestiame. Fu per questo denunciato dalla Jugoslavia per crimini di guerra (sui quali indagò la Commissione Gasparotto), ed il suo nome segnalato agli Alleati. Nel gennaio 1943 Testa fu inviato all’Intendenza dei servizi di guerra del Ministero, poi prefetto di Roma; dopo la liberazione della capitale andò a Milano dove divenne dirigente dell’OIL (Organizzazione Italiana del Lavoro) e collaboratore della Nemo, cosicché Elia, questore di Milano dopo la Liberazione, rifiutò di consegnarlo sia ai partigiani sia agli agenti angloamericani che erano venuti per arrestarlo. Testa non subì alcun processo e morì, sembra suicida, nel 1949.

[288] F. Morini, “Nome Gladio… “, art. cit.

[289] F. Morini, “Nome Msi…”, art. cit.

[290] Pino Romualdi dopo essere stato federale del PFR di Parma fu vice-segretario del PFR della RSI; fu tra coloro che successivamente trattarono la resa con le truppe alleate a Milano.

[291] U. Pellini, art. cit..

[292] A. Vento, op. cit.,, p. 365. Cancarini Ghisetti risulta come Tau in diversi documenti, però egli stesso afferma che anche l’ex prefetto Testa aveva preso il nome di Tau, e come tale lo ritroveremo in altre fonti. Abbiamo visto prima che Tau Lychnus era anche il criptonimo del vescovo gnostico De Conca. La lettera Tau per i primi movimenti cristiani rappresentava la croce, ma ha poi assunto un significato esoterico sia come simbolo dei Templari, sia per i Rosacroce, sia per la Massoneria, in quanto richiamerebbe due “strumenti dell’arte muratoria”, il martello dello scalpellino e la squadra a doppio angolo retto; ma come simbolo assume il suo più alto significato nell’emblema del Rito dell’Arco Reale, dove compare nella forma del Triplo Tau” (http://angolohermes.interfree.it/Simbolismi/Tau/Tau.html). Infine ricordiamo che il SID del periodo di Salò era strutturato in sette sezioni identificate con le lettere dell’alfabeto greco: la Tau era il settore tecnico.

[293] Elia scrisse di averlo “agganciato di persona nel febbraio del 1945” (“Missione Nemo”, op. cit., p. 29).

[294] Counter Intelligence Corps, il servizio di spionaggio USA che nel dopoguerra riciclò come propri agenti i nazisti Klaus Barbie e Karl Hass.

[295] M. Viganò in “Missione Nemo”, op. cit.,, p. 28.

[296] Nota di Cancarini Ghisetti (UCM archivio Gianfranco Bianchi, b. 35, fasc. 247 (Op sand), in “Missione Nemo”, op. cit., p. 251.

[297] Morini cita una “Relazione autografa sull’attività svolta dal ten. Nadotti Giovanni nel periodo marzo ‘44 – maggio ‘45” che egli stesso conserverebbe in un proprio archivio.

[298] F. Morini, “Nome Gladio…”, art. cit.. Testa era piemontese ma dagli anni ’20 era vissuto a Parma.

[299] F. Morini, “Nome Gladio…”, art. cit.. Del Comando piazza di Reggio Emilia risultano arrestati il 28/11/44 Angelo Zanti, Adriano Oliva, Luigi Ferrari, Paolo Davoli, Carlo Calvi e Gino Prandi; Zanti fu fucilato il 13/1/45, Davoli il 28/2/45 con altri 9 ostaggi (www.istoreco.re.it/public/isto/Cronologia02260021110.doc).

[300] “Missione Nemo”, op. cit., p. 226.

[301] “Missione Nemo”, op, cit., p. 32.

[302] F. Morini, “Nome Gladio…”, art. cit..

[303] M. Viganò in “Missione Nemo”, op, cit., p. 32.

[304] “Missione Nemo”, op, cit., p. 136.

[305] Polizia Africa Italiana, assorbita dalla polizia repubblichina.

[306] “Missione Nemo”, op, cit., p. 35 e p. 143.

[307] “Missione Nemo”, op, cit., p. 145.

[308] “Missione Nemo”, op, cit., p. 147.

[309] “Missione Nemo”, op, cit., p. 151.

[310] M. Viganò, “Missione Nemo”, op, cit., p. 46.

[311] M. Viganò, “Missione Nemo”, op. cit., p. 36.

[312] Presentazione a Padova, 28/9/11.

[313] G. Pesce, op. cit., p. 38.

[314] P. Tompkins, op. cit., p. 311.

[315] Già dopo Stalingrado Dollmann si era reso conto che la guerra era perduta e pertanto cercò contatti con elementi della Resistenza, riuscendo anche a mettere in salvo esponenti antifascisti arrestati. Scrisse nelle sue memorie che l’ex prefetto di Fiume Testa lo mise in contatto con il cardinale di Bologna e con il clero emiliano. Il 1° maggio definì la resa a Bolzano; arrestato insieme a Wolff il 13 maggio dalla polizia USA, dopo varie traversie fu consegnato all’IS di Firenze, portato a Roma ed interrogato soprattutto sulle Fosse ardeatine, ne uscì scagionato. Internato in altri campi, scappò e fu ricoverato in una casa di cura per malattie mentali grazie alla Curia e a Ghisetti, dove rimase fino all’agosto 1946. Dopo peregrinazioni tra Roma, Austria, Germania, Spagna e Svizzera, a volte con documenti falsi, rientrò definitivamente a Monaco, “assunto come spia in Germania da un agente della CIA James Angleton (…) “qualcuno nutriva sospetti sul comportamento di Dollmann e vedeva in lui un occulto agente dell’IS”, già dai tempi di Roma (A. Spinosa “Edda: una tragedia italiana”, Mondadori 1993, p. 230)

[316] “Missione Nemo” op. cit., p. 29.

[317] Morini, “Nome Gladio…” art. cit..

[318] “Uno dei pochi Italiani decorati con la Croce di Ferro Tedesca”, allievo di Schumpeter, laureato in Agraria e in Glottologia; scrisse un pamphlet su socialismo e capitalismo visti da Schumpeter e un saggio sul suo maestro Pier Gabriele Goidànich (per un nipote di questi scrisse una ponderosa tesi sull’esportazione ortofrutticola italiana); vantava conoscenze con il generale Dalla Chiesa, Stravinsky, Freud, Thomas Mann, Montale, ed infine di essere tra i fondatori della catena MiGros in Svizzera (http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:nrd9elnliAIJ:www.voce.it/edicola/index.html%3Fsection%3Darticolo%26id%3D182%26artid%3D5213+giuseppe+cancarini+ghisetti&cd=20&hl=it&ct=clnk&gl=it&lr=lang_fr%7Clang_it).

[319] P. Tompkins, op. cit., p. 216.

[320] Uomo d’affari d’origine napoletana residente a Genova, cavaliere dell’ordine di Malta, rappresentante della società statunitense Kelvinetor in Europa, amico di Howard Lewis (finanziere ebreo consigliere del presidente Roosevelt) e di John Ginnes (industriale inglese residente in Svizzera interlocutore privilegiato di Churchill). “Su Parrilli lo spionaggio USA apparirà più tardi diviso: alcuni hanno continuato a considerarlo un collaborazionista dei tedeschi, perché frequentava Zimmer fin da quando il tenente delle SS era stato inviato a Genova; altri, invece, lo hanno giudicato un patriota italiano e un eroe dell’anticomunismo” (Ennio Caretto, “Sacrificare Hitler per salvare la Germania”, Corriere della Sera 5/8/01).

[322] Nato a Pola nel 1908, maggiore degli alpini, istruttore di sci, arruolato personalmente da Dulles in Svizzera, Usmiani fu a capo di una delle più efficienti reti informative, la U-16 di filiazione OSS. Aveva cercato di organizzare una rete anche a Trieste, ma i suoi emissari erano stati catturati quasi subito, a causa dei documenti male falsificati forniti dallo Zio Scotti (vedi il successivo paragrafo). Il suo vice nella U-16 fu il triestino Bruno Astori, arrestato nel dalle SS nel settembre ’44 e liberato un paio di mesi dopo grazie agli interventi del vescovo Santin e del prefetto Coceani (cfr. R. Spazzali, op. cit., p. 197 e 233), e che successivamente fece parte del Comando di piazza insurrezionale.

[323] “6 documenti statunitensi e italiani sulla banda giuliano, la decima mas e il neofascismo in sicilia (1944–1947)”, a cura di G. Casarrubea, novembre 2005, in http://casarrubea.wordpress.com.

[324] Cfr. G. Cavalleri, op. cit..

[325] “6 documenti statunitensi…”, art. cit..

[326] Ennio Caretto, “Sacrificare Hitler per salvare la Germania”, Corriere della Sera 5/8/01.

[327] Riccardo Orizio, “Cnn Italia” in http://www.kosherlive.com/orodiroma.htm.

[328] Si vedano N. Tranfaglia, “Come nasce la Repubblica”, Bompiani 2004; G. Casarrubea e M. J. Cereghino, “Lupara nera”, Bompiani 2009.

[329] G. Cavalleri, op. cit., p. 116.

[331] Ezio Costanzo, “Uno 007 in Sicilia”, La Repubblica”, 20/7/10.

[333] Walter Dowling (membro della Divisione affari europei del Dipartimento di Stato Usa) in un rapporto del 7/7/47 in http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=804:la-loggia-massonica-p2&catid=20:altri-documenti&Itemid=43. Gigliotti, chef adviser (consigliere capo) dell’OSS, già agente della sezione italiana dell’OSS, in seguito agente CIA e responsabile, tra gli altri, della riorganizzazione della mafia in Italia, dopo avere messo le basi per collegare la massoneria italiana con quella americana (Relazione della Commissione parlamentare sulla P2 firmata da Tina Anselmi, in http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=804:la-loggia-massonica-p2&catid=20:altri-documenti&Itemid=43).

[334] P. Tompkins, op. cit., p. 67.

[335] P. Tompkins, op. cit., p. 313-314. Secondo Giannantoni il nome della donna era Rosanna Riemy (“L’ombra degli americani…” op. cit., p. 272). Curiosa la quantità di ungheresi coinvolti in queste vicende.

[336] A. Carella ed E. Cicchino, “Benito Mussolini 28 aprile 1945 Misteri e cronaca di una morte annunciata” in www.larchivio.com. Caccia Dominioni era il cugino della madre di Gnecchi Ruscone, Antonia; ufficiale degli Alpini, richiamato in servizio nel 1941 e assegnato al SIM; chiese di essere assegnato al Genio Guastatori alpino e partecipò alla battaglia di El Alamein, per la quale fu decorato di medaglia d’argento. Al momento dell’armistizio si trovava a Trieste; nel gennaio 1944 entrò nelle Brigate Garibaldi e nell’aprile 1945 fu nominato Capo di Stato maggiore del CVL lombardo.

[337] F. Fucci, op. cit., p. 75.

[338] E. Costanzo, “Uno 007…”, art. cit..

[339] “I contributi di Max Corvo e l’OSS Americana alla liberazione dell’Italia dopo l’Armistizio di Cassibile 3 Settembre 1943” in http://www.cassibilenelmondo.it/Max_Corvo.htm.

[341] F. Fucci, op. cit., p. 330.

[342] Era un ascaro al servizio di Graziani.

[343] http://www.cassibilenelmondo.it/Max_Corvo.htm. Processato nel 1948, l’ex gerarca fu condannato a 19 anni di reclusione di cui 17 condonati. Aderì al MSI fin dal momento della sua fondazione ed il figlio Clemente Graziani fu tra i fondatori di Ordine Nuovo.

[344] Secondo le memorie di un appartenente alla divisione Tito Speri della Valcamonica, Gamba, già autore di articoli antisemiti sul Popolo d’Italia, era venuto dalla Svizzera assieme ad un non meglio identificato “figlio del Generale dei Carabinieri”, affermando di essere inviato dal governo svizzero per assumere informazioni sulla situazione politica e sull’attività partigiana nell’Alta Italia; di essere già stato nel Veneto e nel Piemonte, dove le cose “vanno bene”, e di essere “fiducioso” nei lanci alleati. Dopo alcuni contatti con i partigiani giunse loro la notizia che Gamba era stato arrestato a Milano il 21/4/44 (in http://www.bs.unicatt.it/materiali/ricerca/archivioresistenza/volume1.pdf). Gamba parlò anche della vicenda delle “casse di Dongo”, cioè di quattro casse di documenti di Mussolini che erano scomparse, due affondate dai fascisti nel Lago di Garda, altre due abbandonate alla Prefettura di Milano, dove una sparì e l’altra consegnata da Gamba “alle autorità del nascente Stato Repubblicano”, sparita durante il trasporto verso Roma (Federico Pellizzari “Vi racconto che fine hanno fatto le casse del duce”, Il Giorno 22/8/00. È morto nel 1996.

[345] Il documento, pubblicato nella rivista Storia Illustrata del novembre 1985, è conservato nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, fondo Polizia Militare di Sicurezza, busta 2. Contini scrive che la FSS era “dell’OSS”, ma è un dato errato.

[346] Ricordiamo quanto visto prima a proposito di Zolomy infiltrato nelle cellule del Partito comunista clandestino.

[347] In “Italia Libera Civile E Laica = Italia Antifascista 21/3/11”: “21 marzo 1945 – Salò, importantissimo documento dei servizi segreti della RSI da conoscere e condividere!!!”, senza indicazione della fonte. Gli autori commentano che Padova e il Veneto “venticinque anni dopo saranno al centro della strategia della tensione e dei suoi complotti, ed aggiungono che il rapporto avrebbe raccomandato, come coperture, “l’infiltrazione nel Partito comunista e nel CLN”.

[348] P. Tompkins, op. cit., p. 374.

[349] “Missione Nemo”, op. cit., p. 30.

[350] AUSSME, b. 314, n. 178344.

[351] P. Tompkins, op. cit., p. 324.

[353] Pietro Spirito, Il Piccolo, 16/10/09.

[354] Fu il servizio informativo Sci/Z di Milano ad informare il Comando alleato di Pola e dapprima dissero che la fonte d’informazione era Zolyomy, poi smentirono. Nara War Office 204/12896 (“Shooting of Brigadier De Winton”) in http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/05/le-iene-del-neofascismo/.

[355] N. Buttazzoni, “Solo per la bandiera”, Mursia 2002, p. 121.

[356] Carlo Amabile in www.misteriditalia.com.

[357] Guarnieri e Loredan fuono indicati come finanziatori di Freda e Ventura e ricordiamo che tre giorni prima di essere ucciso (14/5/72) il commissario Calabresi (che indagava su un traffico di armi) si recò alla residenza triestina di Guarnieri assieme all’ex questore di Milano Marcello Guida e dal senatore democristiano Giuseppe Caron di Treviso, che era stato segretario del CLN della sua città (M. Sassano, “La politica della strage”, Marsilio 1972, p. 168).

[359] Si vedano “Dossier Piano Solo”, Kaos 2005 e M. Franzinelli “Il Piano Solo”, Mondadori 2010. Come coincidenza segnaliamo che nei pochi mesi in cui fu capo dello Stato f.f., Merzagora concesse la grazia all’ex agente della Decima Maria Pasquinelli, condannata all’ergastolo per l’assassinio di De Winton.

[360] F. Pinotti, “Fratelli d’Italia. Un’inchiesta nel mondo segreto della fratellanza massonica che decide le sorti del Belpaese”, Rizzoli 2007.

[362] “Casson vuol sapere i segreti di Manes”, la Repubblica 2/12/90.

[363] “Il colpo al cuore non uccise D’Ottavio”, la Repubblica 14/11/90.

[365] F. Morini, “Nome Gladio…”, art. cit..

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