LA CREAZIONE DI UNO SCANDALO MEDIANTE LA COMUNICAZIONE DI UNA NON-NOTIZIA

LA CREAZIONE DI UNO SCANDALO MEDIANTE LA COMUNICAZIONE DI UNA NON-NOTIZIA.
(corso di giornalismo disinformativo)

Alcuni giorni or sono è comparso sul quotidiano il Piccolo di Trieste un articolo di una “scrittrice” (non una giornalista) che affrontava la questione se la fotografa e militante comunista Tina Modotti fosse o non fosse una spia del KGB. 
La domanda non sorgeva, a leggere l’articolo, in seguito al rinvenimento di nuova documentazione o nuove testimonianze a supporto di tale dubbio, semplicemente l’autrice se l’era posta. Come se qualsivoglia di noi si svegliasse una mattina domandandosi “ma Giulio Cesare aveva le emorroidi?”. Cosa difficilmente ricostruibile a tavolino a distanza di tanto tempo, e quindi perfettamente inutile da disquisire, anche perché non si vede il motivo di discuterne.
Tornando a Tina Modotti, è cosa nota che faceva parte del Partito comunista (dopo l’espulsione dal Messico entrò in quello sovietico) e che lavorò nell’ambito del Soccorso rosso internazionale nella Spagna sconvolta dalla guerra civile. Che facesse parte o no dei servizi segreti non modifica in alcun modo il suo valore di donna, di artista, di militante. Ma il fatto di porsi questa domanda, e non dare una risposta (dato che non c’è, la risposta, in quanto neppure la domanda aveva senso di essere), come di fatto ha fatto (scusate il bisticcio) l’autrice dell’inutile articolo che ha occupato una pagina intera della sezione culturale del quotidiano, potrebbe essere considerata una mera masturbazione intellettuale, non fosse che alla fine ha installato nel lettore medio, che conosce solo in modo superficiale la figura di Tina Modotti, il sospetto che “fosse una spia” (dove, tra l’altro, non si comprende perché essere un agente dei servizi “nostri” sia cosa del tutto rispettabile e legittima, mentre diventa “spia” l’agente dei servizi altrui), con il conseguente strisciante denigramento della persona.
Questo metodo, che può essere definito del “diffama diffama che comunque qualcosa resta”, è da sempre in uso nella divulgazione storiografica, ma ha avuto nuova grande diffusione negli ultimi anni, da quando cioè è divenuto necessario per l’appiattimento culturale e politico della coscienza della popolazione, distruggere ogni riferimento positivo al movimento comunista.
Ad esempio questo discorso va fatto per il “caso Frausin”, ossia quella che Rudi Ursini-Ursič ha definito la “mai sopita polemica” che attribuisce a presunte “delazioni slave” l’arresto di alcuni dirigenti del Partito comunista clandestino di Trieste nel 1944. Questo calunnioso sospetto, che, va detto subito, non solo non si basa su alcuna prova, ma neppure su alcun indizio valido, viene tirato fuori ciclicamente allo scopo di denigrare la Resistenza triestina non nazionalista. Il metodo è sempre quello descritto sopra: si scrive che c’è il “sospetto” che Frausin (che fu assassinato nella Risiera di San Sabba dopo avere subito atroci torture dalla Gestapo) fu tradito dai filo-jugoslavi perché voleva che Trieste rimanesse italiana, in contrasto con altri settori del Partito comunista (accusato, sempre in questi articoli, di essere “asservito” alla Jugoslavia). Che Frausin si limitasse a rinviare il problema della sovranità su Trieste a dopo la fine della guerra è un particolare che non viene mai considerato, così come non si tiene conto del fatto che nella retata in cui cadde l’italiano Frausin caddero una settantina di altri militanti, la maggior parte dei quali di etnia slovena (sul caso Frausin si veda l’articolo qui http://www.diecifebbraio.info/2013/08/a-proposito-della-morte-di-luigi-frausin/). Ma del resto non stiamo parlando di ricostruzione storica, semplicemente di propaganda.
Si parla sempre di “sospetto” (ovvio, non ci sono prove) e non si arriva mai alla conclusione che le cose siano andate veramente in tale modo (ovvio, non sarebbe possibile dimostrarlo), però resta instillato nella mente del lettore il “dubbio”, il “sospetto”, la “possibilità” che il fatto possa essere avvenuto, e questo rimane ad influenzare ogni analisi storica e politica successiva.
E va da sé che se gli storici esprimono il “sospetto”, i propagandisti che non si fanno tanti scrupoli di correttezza rimarcano la “certezza” del fatto, e dato che gli storici scrivono qualche libro che viene e non viene letto, mentre i propagandisti invadono con i propri articoli le pagine dei giornali e quelle del web, alla fine quello che storicamente sarebbe un “dubbio” diventa “verità” conclamata nell’ambito della divulgazione, che è quello che alla fine determina ciò che va sotto il termine di “comune sentire”.

Goebbels non avrebbe saputo fare di meglio.

Claudia Cernigoi

18 gennaio 2015

 

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